Gragnano, rimosso l’altarino abusivo dedicato ad Alfonso Cesarano: il ras ucciso ad agosto del 2025

Gragnano – Due lumini, fiori e una mattonella in ceramica con la fotografia di Alfonso Cesarano, il 34enne assassinato il 29 agosto 2025 in via Cappella della Guardia. I carabinieri hanno rimosso il manufatto abusivo, comparso in concomitanza con il compleanno della vittima.

Sul delitto la svolta investigativa è arrivata con gli arresti di tre persone e la collaborazione con la giustizia del presunto esecutore materiale, Aniello Mirante. Resta centrale il lavoro degli inquirenti per ricostruire mandanti e movente dell’agguato.

L’altarino abusivo nella strada dell’agguato

Un’immagine, dei fiori e due lumini accesi. Un piccolo altare votivo comparso in via Cappella della Guardia, a Gragnano, per ricordare Alfonso Cesarano, il 34enne ucciso in un agguato di matrice camorristica il 29 agosto 2025. Un manufatto abusivo che richiama una pratica già riscontrata in altri centri della provincia di Napoli, dove edicole votive e immagini dedicate a persone legate agli ambienti criminali possono trasformarsi in simboli di memoria, appartenenza o presenza sul territorio.

A individuarlo sono stati i carabinieri della Stazione di Gragnano, impegnati nei controlli disposti dalla compagnia di Castellammare di Stabia per contrastare i reati e monitorare la presenza della criminalità organizzata.

L’opera era composta da due lumini, una mattonella in ceramica con la fotografia di Cesarano, alcuni fiori e le iniziali «C» e «A». Il manufatto è stato rimosso. Un dettaglio non è passato inosservato agli investigatori: l’altarino sarebbe comparso in concomitanza con il compleanno dell’uomo assassinato.

I carabinieri proseguono gli accertamenti per identificare chi abbia realizzato l’edicola votiva. Le indagini sono coordinate dalla Procura di Torre Annunziata e dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli.

L’esecuzione in pieno giorno: cinque colpi contro Cesarano

Per comprendere il significato dell’altarino bisogna tornare al pomeriggio del 29 agosto 2025, quando Alfonso Cesarano venne assassinato proprio in via Cappella della Guardia, mentre rientrava a casa in sella al suo scooter.

L’uomo, conosciuto negli ambienti criminali del territorio e ritenuto vicino al clan Di Martino, fu raggiunto da cinque colpi di pistola. La raffica non lasciò scampo neppure al cane che era con lui.

Cesarano, figlio di una famiglia di pastai e originario di Lettere, stava scontando gli arresti domiciliari per un precedente procedimento relativo a un tentato omicidio. Indossava il braccialetto elettronico, ma aveva ottenuto il permesso di uscire per recarsi al lavoro.

Per gli investigatori, il delitto si inserisce nel contesto delle dinamiche criminali dei Monti Lattari, un territorio segnato dagli interessi legati al traffico di stupefacenti. Cesarano era già scampato a un precedente agguato: nel dicembre 2023 era stato ferito in un attacco con un kalashnikov nei pressi del pastificio di famiglia.

I tre arresti e la ricostruzione del commando

Le indagini dei carabinieri del Nucleo investigativo di Torre Annunziata, coordinate dalla Dda di Napoli, hanno portato nel settembre 2025 al fermo di tre persone: Aniello Mirante, Salvatore Bifulco e Rita Letizia Maugeri.

Secondo la ricostruzione accusatoria, Mirante sarebbe stato l’esecutore materiale dell’omicidio, mentre Bifulco avrebbe guidato lo scooter utilizzato per raggiungere la vittima. Maugeri è accusata di aver svolto il ruolo di basista, contribuendo alla preparazione logistica del delitto.

Gli investigatori hanno ricostruito i movimenti dei presunti componenti del commando attraverso le immagini delle telecamere pubbliche e private. Gli accertamenti avrebbero permesso di individuare anche il garage di Boscoreale utilizzato come base per nascondere lo scooter impiegato nell’agguato.

A tutti e tre viene contestata l’accusa di omicidio aggravato dal metodo mafioso. Le responsabilità individuali restano affidate al vaglio della magistratura.

Il killer diventa collaboratore di giustizia

Un passaggio decisivo nell’inchiesta è arrivato con la scelta di Aniello Mirante di collaborare con la giustizia. Il presunto killer, secondo quanto emerso dalle ricostruzioni investigative e giornalistiche, avrebbe confessato di aver sparato contro Cesarano e fornito indicazioni utili agli inquirenti, compreso il luogo in cui cercare l’arma utilizzata per il delitto.

Mirante avrebbe inoltre chiamato in causa Bifulco e Maugeri, descrivendo i rispettivi ruoli nella preparazione e nell’esecuzione dell’agguato. Le sue dichiarazioni sono sottoposte alle necessarie verifiche e devono essere riscontrate dagli investigatori.

Il collaboratore potrebbe aver contribuito a chiarire anche gli interrogativi sul movente e sugli eventuali mandanti. L’ipotesi investigativa è che l’omicidio sia maturato in un contesto di interessi legati al traffico di droga e agli equilibri criminali nell’area dei Monti Lattari. Non tutti gli aspetti della vicenda, tuttavia, risultano definitivamente accertati.

Il processo e il nodo delle condanne

Nel febbraio 2026 la Direzione distrettuale antimafia ha ottenuto il giudizio immediato per Mirante, Bifulco e Maugeri. Per i tre imputati è stato quindi disposto l’accesso diretto alla fase dibattimentale, con l’accusa di omicidio aggravato dal metodo camorristico.

Un simbolo che riporta l’attenzione sul territorio

La rimozione dell’altarino riporta così l’attenzione su una vicenda che ha segnato profondamente Gragnano. Quel piccolo manufatto, collocato nella stessa strada in cui Cesarano venne ucciso, riaccende i riflettori sul rapporto tra simboli di memoria e controllo del territorio.

Ora gli investigatori cercano di risalire agli autori dell’installazione, mentre sul fronte giudiziario prosegue il percorso per chiarire ogni aspetto dell’agguato: dalla preparazione all’esecuzione, fino all’eventuale individuazione dei mandanti e del movente definitivo.

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Pubblicato da
Giuseppe Del Gaudio

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