Arzano, la fine dell’impero criminale del clan della 167: processo immediato per i 26 coinvolti nella faida

La scure della Dda di Napoli si abbatte sul “clan della 167” di Arzano. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli, Leda Rossetti, ha firmato il decreto di giudizio immediato per ventisei imputati, ritenuti a vario titolo i responsabili della gestione e della sanguinosa deriva militare della consorteria criminale di stampo camorristico, radicata nell’area nord di Napoli e diretta emanazione della più vasta alleanza degli Amato-Pagano.

Un provvedimento imponente che fotografa gli anni di terrore vissuti tra le palazzine popolari, segnati da blitz delle forze dell’ordine, stese intimidatorie, piazze di spaccio e agghiaccianti esecuzioni interne dettate da tragici errori di persona.

Il contesto criminale: Arzano tra roccaforti blindate, faide intestine e piombo rovente

Il territorio di Arzano e, in particolare, il complesso residenziale noto come il rione “167” si è confermato negli anni come una delle piazze criminali più calde e turbolente della provincia partenopea. Il controllo egemonico del territorio, gestito attraverso un rigido sistema di intimidazione, assoggettamento e omertà, non ha conosciuto tregua nemmeno a fronte dei ripetuti interventi dello Stato. La consorteria si è mossa lungo una linea di continuità e di feroce contraffazione interna, retta da una struttura gerarchica capace di rigenerarsi nonostante i continui arresti dei capi storici.

Il tessuto criminale del clan è stato scosso nel profondo da una sequenza ravvicinata di eventi di sangue che hanno svelato le faglie e le tensioni interne alla cosca. Nel febbraio e nel marzo scorsi, la zona è stata teatro di blitz e omicidi eccellenti che hanno decapitato i vertici dell’organizzazione. Tra le vittime innocenti che hanno pagato con la vita la furia cieca della cosca figura anche l’imbianchino Rosario Coppola, ucciso il 4 febbraio, e Armando Lupoli, trucidato il 7 marzo.

Quest’ultimo, in particolare, sarebbe stato ritenuto dal suo stesso clan l’autore materiale del tragico errore di persona di cui rimase vittima Coppoa, una leggerezza pagata con la vita in una brutale esecuzione interna ordinata per punire lo sgarro.

A complicare il quadro si è inserita una vera e propria guerra per la successione al comando. Dopo l’arresto e la detenzione dei reggenti storici, l’alleanza criminale si è frantumata in fazioni in armi: da un lato il gruppo riconducibile ai fedelissimi storici dei Monfregolo, dall’altro la frangia capeggiata da Salvatore Romano (detto Sasi) e Davide Pescatore (detto Pal ‘e fierr).

Una faida combattuta a colpi di estorsioni a tappeto ai danni dei commercianti locali, stese intimidatorie, summit segreti e il possesso di un vero e proprio arsenale di armi da guerra e comuni da sparo, utilizzate per marcare il territorio e ribadire la supremazia criminale.

Radiografia delle posizioni: le accuse ai ventisei imputati

Il decreto firmato dal GIP elenca dettagliatamente le posizioni dei ventisei imputati, delineando i ruoli ricoperti all’interno della struttura camorristica e i singoli episodi delittuosi contestati, che spaziano dall’associazione mafiosa armata alle estorsioni aggravate, dall’usura alla detenzione illegale di armi e comunicazioni in carcere.

Monfregolo Giuseppe: Ritenuto tra i capi, promotori e organizzatori del clan. Anche durante la detenzione e le successive misure cautelari, avrebbe continuato a dettare le linee strategiche della consorteria, pianificando azioni di forza e gestendo la cassa e i rapporti di forza interni ed esterni. È accusato inoltre di associazione mafiosa, estorsione in concorso e di aver introdotto e utilizzato indebitamente telefoni cellulari all’interno del carcere di Roma Rebibbia per mantenere i contatti con gli affiliati liberi.

Monfregolo Mariano: Capo e organizzatore del clan, agiva sul territorio come braccio operativo e garante delle direttive strategiche concordate con il fratello Giuseppe. Ha partecipato attivamente alla riorganizzazione del sodalizio, all’imposizione di estorsioni e all’organizzazione di cortei e stese dimostrative volte a riconquistare il controllo delle palazzine popolari.

Monfregolo Raffaele: Svolgeva il ruolo di organizzatore all’interno della struttura associativa, partecipando ai summit di pianificazione delle attività delittuose, curando in prima persona la gestione delle estorsioni e coordinando le attività di controllo del territorio.

Romano Salvatore (detto Sasi): Considerato uno dei capi e promotori più attivi della fazione. Dopo aver retto le sorti del clan come principale organizzatore e collettore dei proventi illeciti, a partire dalla fine del 2025 avrebbe capeggiato una sanguinosa faida armata contro la fazione avversa di Davide Pescatore per riprendere il controllo totale del territorio. Risponde di associazione mafiosa e di una fitta serie di estorsioni aggravate imposte ai commercianti della zona.

Pescatore Davide (detto Pal ‘e fierr): Capo, promotore e organizzatore del clan. Uscito dal carcere nel dicembre 2025, ha assunto le redini della fazione contrapposta a quella di Salvatore Romano, dando vita a un violento scontro armato per l’egemonia. Risponde inoltre di reati di usura aggravata, estorsioni e detenzione di dispositivi di comunicazione in cella.

Gambino Angelo Antonio: Ritenuto capo e organizzatore del clan sin dal novembre 2021. Nonostante i periodi di detenzione, avrebbe continuato a percepire lo stipendio mensile riservato agli affiliati di vertice (mesata), fornendo direttive strategiche sugli assetti di comando e tornando a dirigere le attività complessive del sodalizio sino al momento del suo arresto.

Caiazzo Antonio (detto AC): Fungeva da tesoriere e braccio destro dei vertici. Era deputato alla gestione della cassa comune del clan e alla distribuzione delle mesate agli affiliati liberi e detenuti. Ha affiancato prima Salvatore Romano e poi Davide Pescatore nella gestione delle estorsioni e nella direzione operativa della cosca, rispondendo anche di detenzione illegale di armi.

Alterio Gennaro: Partecipe all’associazione mafiosa, con compiti specifici nella gestione e imposizione delle estorsioni ai danni di commercianti e imprese edili operanti sul territorio di Arzano, oltre a compiti di controllo militare del territorio.

Alterio Raffaele (detto ‘o sceriffo): Organizzatore del clan, coordinatore delle attività estorsive e parte integrante delle decisioni strategiche del sodalizio, beneficiando del sostentamento economico garantito dalla cassa comune anche durante la detenzione.

Alterio Antonio: Affiliato con compiti di controllo del territorio, presidio costante delle palazzine popolari – considerate la roccaforte inespugnabile del clan – e incaricato della scorta personale del capoclan Giuseppe Monfregolo.

Gentili Franco Marco: Partecipe alle riunioni operative e ai summit del clan, impiegato nei servizi di controllo del territorio, nella scorta dei vertici e nell’imposizione materiale delle estorsioni ai titolari di attività commerciali locali.

Lupoli Salvatore (detto Trombone): Operativo nel settore del racket e della guardiania estorsiva, ha svolto compiti di scorta ai capi e ha preso parte attiva alla faida interna schierandosi al fianco di Salvatore Romano contro la fazione avversa. Risponde anche di detenzione illegale di armi da fuoco.

Piscopo Raffaele: Partecipe alla struttura criminale con compiti operativi di controllo del territorio e di esecuzione materiale delle richieste estorsive ai danni dei negozianti.

D’Aria Mario (detto Marittiell): Uomo di fiducia di Giuseppe Monfregolo, di cui curava personalmente la sicurezza e l’incolumità, partecipando ai summit e gestendo il controllo militare delle aree sensibili.

Bussola Giuseppe: Guardaspalle e addetto alla sicurezza dei capi di vertice (Angelo Antonio Gambino e Davide Pescatore), impiegato nel pattugliamento e nel controllo costante del territorio.

Bussola Salvatore (detto Scarulella): Partecipe stabilmente a disposizione dell’organizzazione mafiosa, presente ai vertici decisionali e beneficiario dei regolari introiti economici garantiti dal clan nonostante lo stato di detenzione.

Russo Domenico (detto ‘o Mussut): Organizzatore di primo piano. Pur trovandosi ristretto in carcere, avrebbe continuato a impartire direttive strategiche agli affiliati liberi (in particolare a Salvatore Bussola), percependo regolarmente la mesata e supportando la linea oltranzista della fazione di Salvatore Romano. È accusato anche di detenzione e utilizzo di telefoni cellulari in regime di detenzione.

Aruta Fabio: Attivamente impegnato nel controllo del territorio e nella riscossione delle estorsioni, autore di spedizioni punitive e minacce aggravate nei confronti di residenti e commercianti.

Attrice Francesco (detto Francuccio ‘o ferrar): Uomo di fiducia di Giuseppe Monfregolo, deputato alla custodia delle armi del clan, alla predisposizione di nascondigli sicuri per stupefacenti e armamenti, e all’occupazione forzata delle abitazioni sottratte ai familiari degli avversari.

Scognamiglio Vittorio: Affiliato su intercessione dei vertici, si è occupato della fase logistica delle estorsioni e del noleggio di veicoli puliti da utilizzare per le azioni del clan, intestando i contratti a prestanome ignari.

Rea Mattia (detto ‘o Cinese): Fedelissimo e guardia del corpo di Salvatore Romano, impiegato in prima linea nell’imposizione e nella riscossione delle tangenti estorsive ai danni dei commercianti locali durante la faida.

Lupoli Umberto (detto ‘o Nano): Messo a disposizione della consorteria criminale con compiti di supporto logistico e operativo, schierato a fianco della fazione di Salvatore Romano nel conflitto armato interno.

Silvestro Raffaele: Ha fornito un contributo logistico fondamentale mettendo stabilmente a disposizione del clan la propria abitazione (situata in via Silone) come base operativa e luogo d’incontro per i summit degli affiliati, oltre a coadiuvare la fazione di Romano nella faida.

Leotta Pietroangelo (detto ‘o Chiatt): Organizzatore e riscuotitore di estorsioni, divenuto braccio destro di Antonio Caiazzo dopo l’arresto di altri gregari, coinvolto in estorsioni aggravate ai danni di attività commerciali locali.

Napoleone Renato: Ritenuto uno dei capi storici, promotori e punti di riferimento assoluti dei reggenti del clan anche dopo la sua cattura e detenzione, capace di orientare le strategie generali e la spartizione dei proventi illeciti.

Olivello Andrea: Impiegato nel presidio militare del territorio, attivo dapprima nel settore dello spaccio di sostanze stupefacenti e successivamente riconvertito nel sistema delle estorsioni e delle imposizioni estorsive ai danni dei negozianti della zona.

Le tappe processuali e il dibattimento

Il giudizio immediato disposto dal GIP Leda Rossetti azzera la fase dell’udienza preliminare, cogliendo l’evidenza delle prove raccolte in anni di meticolose indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli (con i sostituti procuratori Giuliano Caputo e Daniela Varone) e condotte sul campo dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Castello di Cisterna.

Per gli imputati si aprirà formalmente il dibattimento davanti alla seconda sezione collegiale (Collegio C) del Tribunale di Napoli, con la prima udienza fissata per il 27 novembre 2026 alle ore 9:00. Entro i termini di legge, i difensori dovranno valutare eventuali richieste di riti alternativi (come il rito abbreviato o il concordato di pena) o preparare le liste testimoniali in vista di un processo che si annuncia complesso e di cruciale importanza per scrivere la parola fine sulla stagione di piombo e terrore vissuta ad Arzano.

P.B.

(nella foto in alto da sinistra Salvatore Sasy Romano, Davide Pescatore, Angelo Antonio Gambino, Antonio Caiazza,  Giuseppe Monfregolo, Raffaele Monfregolo e Mattia Rea; in basso da sinistra invece Andrea Olivello, Gennaro Salvati, Domenico Russo, Pietrangelo Leotta, Renato Napoleone, Francesco Russo, e Francesco Attrice)

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