

Una scena del Far West in piazza Carolina
Napoli – Non ci sono sconti, almeno per ora, per i quattro giovanissimi accusati di essere coinvolti nella sparatoria esplosa il 12 dicembre scorso in piazza Carolina, nel cuore di Chiaia, a poche decine di metri da piazza del Plebiscito. Una notte in cui la violenza tra gruppi di adolescenti arrivò fino a uno dei luoghi più conosciuti e frequentati del centro di Napoli, trasformando per alcuni interminabili minuti la piazza in uno scenario da Far West.
A distanza di mesi, quella vicenda è approdata a un passaggio processuale decisivo. Davanti al Tribunale per i minorenni, i quattro imputati sono stati ascoltati dal giudice Anita Polito e dal pubblico ministero Ugo Miraglia. Ma le loro dichiarazioni non sono bastate a convincere il giudice della possibilità di concedere loro un percorso alternativo al processo.
Le istanze di messa alla prova, come riporta Il Roma, presentate dal collegio difensivo sono state infatti rigettate. Per i quattro ragazzi, dunque, non ci sarà, almeno in questa fase, un percorso riabilitativo anticipato destinato a chiudere il procedimento attraverso un programma di recupero. La vicenda proseguirà con il rito abbreviato, con la prossima udienza fissata per la fine di ottobre.
La sparatoria di piazza Carolina aveva portato alla luce una contrapposizione tra giovanissimi riconducibile, secondo la ricostruzione investigativa, a due gruppi provenienti da realtà diverse ma vicine geograficamente: da una parte i Quartieri Spagnoli, dall’altra il Pallonetto di Santa Lucia.
Un conflitto che, stando a quanto emerso nel procedimento, avrebbe avuto origine da una lite maturata sui social e poi degenerata rapidamente. Un elemento che racconta bene la dimensione apparentemente banale dalla quale possono scaturire dinamiche di violenza molto più gravi, soprattutto quando a confrontarsi sono ragazzi giovanissimi che trasformano una provocazione, un’offesa o una sfida virtuale in un regolamento di conti nel mondo reale.
Quella sera, però, la dimensione della lite avrebbe lasciato spazio alle armi. Gli spari in una zona centrale e affollata della città rappresentarono il punto di rottura di una escalation che gli investigatori hanno poi ricostruito attraverso testimonianze, accertamenti e attività investigative.
Una vicenda che aveva suscitato particolare allarme proprio per l’età dei protagonisti e per il luogo scelto per lo scontro: non una periferia isolata, ma il cuore monumentale e turistico di Napoli, a due passi da piazza del Plebiscito.
Le indagini avevano consentito di individuare i giovani ritenuti coinvolti nella sparatoria e di delineare i due fronti dello scontro. Tra i soggetti finiti al centro dell’inchiesta c’è anche il maggiorenne Vincenzo Giovanni Percich, indicato come coindagato e ritenuto legato ai due minorenni dei Quartieri Spagnoli.
Per i quattro ragazzi il procedimento minorile ha quindi assunto contorni differenti a seconda delle rispettive posizioni. Non tutti devono infatti rispondere delle medesime contestazioni e, in particolare, per il giovane del Pallonetto l’accusa riguarda le armi e non il tentato omicidio.
È proprio su questo quadro accusatorio, sulle singole responsabilità e sul ruolo che ciascuno avrebbe avuto quella sera che si concentrerà ora la fase decisiva del procedimento.
Durante l’udienza, i quattro ragazzi sono stati sottoposti all’esame del giudice e del pubblico ministero. Ed è stato proprio il contenuto delle loro dichiarazioni a pesare sulla decisione relativa alla messa alla prova.
I due minorenni dei Quartieri Spagnoli, difesi dagli avvocati Domenico Dello Iacono e Leopoldo Perone, hanno ammesso le proprie responsabilità, ma hanno ricondotto l’origine dello scontro a una discussione nata sui social.
Una spiegazione che, tuttavia, non avrebbe chiarito fino in fondo il movente e soprattutto il percorso che avrebbe trasformato quella lite in una sparatoria.
Dall’altra parte, il giovane del Pallonetto, assistito dall’avvocato Giuseppe De Gregorio, ha invece respinto gli addebiti contestati e negato di avere passato la pistola al compagno. La sua posizione processuale, come detto, è circoscritta alle accuse relative alle armi e non comprende quella di tentato omicidio.
Ancora più lacunosa sarebbe stata la ricostruzione fornita dal quarto imputato, difeso dall’avvocato Tiziana De Masi. Un quadro complessivo caratterizzato, secondo quanto emerso in udienza, da ammissioni parziali, negazioni e soprattutto da numerosi punti rimasti senza una spiegazione ritenuta convincente.
È proprio questo uno degli aspetti che assume maggiore rilievo nella decisione del Tribunale per i minorenni. La messa alla prova, nel processo minorile, non rappresenta semplicemente una scorciatoia rispetto al giudizio, ma uno strumento finalizzato al recupero del minore attraverso un percorso di responsabilizzazione e reinserimento sociale.
Nel caso dei quattro imputati, il giudice non avrebbe ravvisato, allo stato, le condizioni sufficienti per concedere questo beneficio. A pesare sarebbero state anche le modalità delle dichiarazioni rese durante l’udienza e quella che è stata interpretata come una insufficiente presa di coscienza della gravità delle condotte contestate.
È un passaggio delicato, perché dietro la formula processuale c’è una questione più ampia che riguarda l’intero fenomeno delle cosiddette baby gang: quanto è realmente maturata la consapevolezza nei ragazzi quando la violenza viene considerata una risposta possibile a un’offesa, a una provocazione o a una rivalità?
Nel caso di piazza Carolina, la risposta non arriverà soltanto dalle sentenze. Dovrà arrivare anche dalla capacità dei protagonisti di comprendere che una pistola estratta durante una lite tra adolescenti può trasformare in pochi secondi una bravata, un regolamento di conti o una sfida tra gruppi in una tragedia irreversibile.
Il rigetto delle richieste di messa alla prova apre ora la fase decisiva del procedimento. Alla fine di ottobre, davanti al Tribunale per i minorenni, è prevista la requisitoria del pubblico ministero Ugo Miraglia, con le richieste dell’accusa, quindi le arringhe dei difensori e infine la sentenza.
Sarà quello il momento nel quale il giudice dovrà valutare il materiale raccolto nel corso delle indagini, le dichiarazioni degli imputati e la ricostruzione dell’accaduto, distinguendo le singole posizioni e stabilendo le eventuali responsabilità penali.
La vicenda giudiziaria di piazza Carolina arriva dunque a un bivio. Per i quattro ragazzi il percorso di recupero, se ci sarà, potrebbe passare anche attraverso l’espiazione della pena. Ma prima dovrà essere il processo a stabilire cosa sia realmente accaduto quella notte e quale sia stato il ruolo di ciascuno.
Resta, sullo sfondo, l’immagine più inquietante di tutta la storia: quattro giovanissimi, due gruppi contrapposti e una lite nata sui social capace di trascinarsi nella vita reale fino all’esplosione di colpi di pistola nel cuore di Napoli. Una vicenda che, al di là delle responsabilità individuali che dovranno essere accertate in tribunale, restituisce ancora una volta la misura di quanto sia sottile il confine tra la violenza esibita come linguaggio tra adolescenti e il rischio concreto che quella stessa violenza produca vittime.
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