

'Ho le mani nere, ho pulito i kalashnikov': la confessione choc del boss del Bronx di Caivano.
La guerra per il controllo del territorio a Caivano non si combatte solo con le minacce, ma anche con l’artiglieria pesante. Al centro dell’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia c’è il famigerato clan del “Bronx”, una roccaforte dello spaccio che risponde direttamente agli ordini del boss detenuto Antonio Angelino, detto Tibiuccio
. A reggere le redini operative sul campo, quando la tensione con i gruppi criminali rivali si tagliava con il coltello, era Roberto Alfio Maugeri. È lui il regista silenzioso che, mentre muove le pedine dello spaccio e gestisce i traffici, si sporca le mani — letteralmente — con la manutenzione della clandestinità bellica del clan.
Le microspie piazzate dagli investigatori restituiscono lo spaccato di una quotidianità criminale vissuta sull’orlo del baratro, dove i kalashnikov vengono trattati come attrezzi da lavoro da ripulire dalla ruggine accumulata in mesi di inutilizzo nei nascondigli.
È il 6 febbraio 2024. Maugeri si trova all’interno della sua abitazione in compagnia di Giovanni Baratto, un volto noto agli archivi giudiziari e attualmente detenuto. Il capopiazza non fa mistero della fatica titanica affrontata poche ore prima per rimettere in sesto il potenziale di fuoco della cosca. Il racconto a Baratto è un flusso di coscienza crudo e senza filtri:
“Ho fatto le mani nere, sto da questa mattina a pulire le armi. Kalashnikov, mitra, stavano proprio, stavano arrugginiti, tutte arrugginiti, un mese ferme, mi sono stancato a pulire quella roba…”
Non c’è tempo per riposare. Nella stessa serata, mentre tra le mura domestiche di Casoria si passa dalle parole ai fatti con il confezionamento delle dosi di stupefacente, Maugeri riceve il suo collaboratore Vincenzo De Rosa. A lui si rivolge mostrando i segni inequivocabili di una giornata passata a armeggiare con solventi chimici e meccanismi di sparo:
“Vaa mi sono ucciso oggi guarda queste mani. Ho pulito tutta la roba là. Guarda le unghie mi fanno male… Si. Ho comprato un prodotto per il ferro fa paura, per la ruggine.”
Il dialogo si sposta rapidamente sulla contabilità militare del gruppo. De Rosa ascolta incredulo mentre Maugeri snocciola l’elenco spettrale delle armi a disposizione del sodalizio, pronte a intervenire in qualsiasi momento per difendere le piazze di spaccio o imporre il pizzo:
“Comunque stanno 3 kalash là, due come le guardie… Si, 4-5 pistole, un mitro con mirino sopra di precisione con manico di gomma fa paura.”
Un inventario di guerra che, paradossalmente, scatena anche le lamentele interne. Lo stesso De Rosa, infatti, inizia a brontolare per la sproporzione tra le ambizioni del clan e le armi effettivamente custodite dai singoli affiliati, recriminando una dotazione a suo dire insufficiente:
“Due pistole ho, non teniamo un kalash non teniamo niente… Tutte pistole.”
Nel tentativo di rintuzzare le critiche, il giovane rammenta di avere a sua volta un’arma nascosta, anche se la memoria comincia a fare cilecca sui dettagli logistici dell’occultamento: “Una mitraglietta forse… La tengo non so se giù al box o… sta qui giù…”
Ma il momento più surreale e inquietante dell’intera inchiesta giudiziaria emerge quando Maugeri rievoca un drammatico incidente avvenuto poche ore prima, sempre nella mattinata del 6 febbraio. Intorno al tavolo ci sono anche Gianfranco Bervicato e Mario Marzaiuolo, detto Marittiello.
Maugeri stava immergendo una pistola dentro un liquido sgrassante per ripulirla dai residui. Convinto di aver svuotato la camera di scoppio, non si accorge che l’arma ha un colpo in canna. La dinamica raccontata ai complici ha i contorni della tragedia sfiorata per un millimetro:
“Stavo uccidendo a Marettiello. Mi è scappata una botta. Mi ha portato quella sette, quella che mi hai aggiustato tu, ti ricordi? Quella che mi aggiustasti tu, ti ricordi 300 euro si prese. Si era bloccata la botta avanti e la teneva Gianfranco in mano. Poi convinto io che l’avevo tolta la botta e la misi a mollo, comunque la canna non scendeva ed all’improvviso puaaaaaa…”
La reazione immediata di Marzaiuolo, tra lo shock e l’incredulità di essere rimasto miracolosamente illeso, chiude la sequenza con una risata isterica che fotografa il cinismo del sottobosco criminale:
“Marettiello: ahahaha mi hai preso mi hai preso.”
Un proiettile partito per errore che avrebbe potuto scrivere la parola fine su un’esistenza, ma che per la cronaca giudiziaria rappresenta l’ennesima, inequivocabile prova di una pericolosità sociale armata fino ai denti.
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