Napoli, la Cassazione annulla l’assoluzione di Crescenzo Marino: nuovo processo

Napoli – Il comprensorio delle “Case Celesti”, in via Limitone di Arzano, è molto più di un agglomerato urbano: è un quadrante strategico della criminalità organizzata napoletana. È qui che, secondo l’impostazione accusatoria, si sono giocate le dinamiche di potere oggetto della sentenza  della V Sezione Penale della Cassazione del 19 maggio scorso (Presidente: Maria Teresa Belmonte, relatore: Pierangelo Cirillo).

Il protagonista della vicenda è Crescenzo Marino, figlio del boss Gennaro Marino ‘o McKay, figura il cui profilo ha assunto, negli anni, una visibilità mediatica trasversale, un inquadramento, quello del personaggio, che se da un lato ne alimenta la fama, dall’altro non intacca la neutralità del rigore giudiziario necessario ad analizzare la sua condotta penale.

La Cassazione ha tracciato una linea netta, annullando la sentenza di secondo grado che, nell’ottobre 2025, aveva assolto Marino (difeso dagli avvocati Saverio Senese e Dario Vannetiello) dall’accusa di essere promotore e direttore del clan Marino. Secondo la Suprema Corte, la Corte d’Appello di Napoli ha operato un’analisi “atomistica” delle prove, frammentando un mosaico che, se ricomposto, offrirebbe un quadro ben diverso sulla leadership dell’imputato nel periodo compreso tra il 2015 e il 2016.

La parola ai pentiti: il ruolo di comando

Uno dei perni su cui poggia la decisione dei giudici di legittimità riguarda il valore probatorio delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, in particolare quelle di Salvatore Roselli e Pasquale Cristiano. La Cassazione ha rilevato un grave “travisamento per omissione”: la Corte d’Appello aveva liquidato come “generiche” o “fuori contesto temporale” alcune deposizioni che, al contrario, collocavano Marino in una posizione di comando proprio durante il periodo contestato.

Emblematica è la testimonianza di Roselli, esponente di spicco del clan Amato-Pagano. Il collaboratore ha riferito esplicitamente che, dopo l’arresto del capoclan Roberto Manganiello nell’aprile 2016, il controllo delle “Case Celesti” — incluse le dinamiche del narcotraffico — era passato nelle mani di Crescenzo Marino.

Una dichiarazione che, secondo la Cassazione, non può essere derubricata a semplice illazione, data la posizione di vertice occupata dal propalante.

La “missiva” del latitante e i conti che non tornano

Oltre alle dichiarazioni dei pentiti, a pesare sulla riapertura del caso è l’analisi di un manoscritto rinvenuto nel covo di Roberto Manganiello al momento del suo arresto. Il documento, che riporta dettagli su affari illeciti e ammanchi di cassa, menzionava la necessità di rendere conto di una somma di 10.000 euro proprio a “Cresc” (Crescenzo Marino) e a sua madre.

Mentre i giudici d’appello avevano tentato di interpretare questo passaggio come una dinamica legata a forme di rispetto familiare o ancestrali, la Cassazione ha bocciato tale ricostruzione definendola “priva di appigli logici”.

Per gli ermellini, la necessità di riferire all’imputato e alla madre, nel contesto di una comunicazione destinata a un boss latitante, è prova tangibile di un ruolo di coordinamento e di una gerarchia operativa che la difesa dovrà ora affrontare in un nuovo dibattimento.

Il nuovo giudizio

Il procedimento torna ora davanti a un’altra sezione della Corte d’Appello di Napoli. Il compito dei giudici sarà quello di valutare l’intero compendio probatorio — le intercettazioni, i manoscritti e le parole dei pentiti — non più come eventi isolati, ma come parti di un disegno unitario.

Per Crescenzo Marino, il cui nome continua a suscitare interesse per le dinamiche familiari e territoriali, si apre dunque una nuova fase giudiziaria che promette di chiarire, una volta per tutte, i confini del suo ruolo all’interno delle gerarchie criminali di Secondigliano.

Il procedimento quindi riparte. La nuova compagine giudicante dovrà necessariamente confrontarsi con i rilievi critici degli Ermellini: non sarà più possibile archiviare gli elementi indiziari come “dettagli marginali”. La giustizia è chiamata a rileggere, sotto una luce unitaria, il ruolo di Crescenzo Marino, in un processo che promette di ridefinire il peso dei vertici nelle gerarchie di Secondigliano negli anni del passaggio di consegne post-latitanza di Manganiello.

 

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Pubblicato da
Giuseppe Del Gaudio

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