

Valter Lavitola al momento dell'arresto
Il colpo di teatro che tutti aspettavano è arrivato: Lavitola dal carcere ha fatto sapere attraverso il suo avvocato di essere pentito per aver “inguaiato mio fratello Ranucci”.
Dopo un colloquio di quasi tre ore nel penitenziario romano, l’avvocato Arturo Cola restituisce il quadro umano e giudiziario di Valter Lavitola. L’imprenditore, detenuto con l’accusa di essere il mandante dell’attentato dinamitardo contro Sigfrido Ranucci — consumato nell’ottobre del 2025 a Pomezia —, vive una condizione psicologica di forte prostrazione.
«È molto affranto e pentito», spiega il legale, sottolineando come Lavitola riconosca di aver provocato gravi guai a persone affettivamente vicine: «Gomez è per lui come un figlio, e Ranucci è come un fratello». La difesa ribadisce che la decisione di compiere il gesto sarebbe maturata in autonomia e punta ora a ribaltare la misura cautelare.
Il nodo cruciale delle dichiarazioni difensive si sposta sui presunti segnali d’allarme lanciati prima dell’esplosione. Secondo quanto riferito dall’avvocato Cola, già lo scorso 7 settembre Lavitola avrebbe messo in guardia il giornalista di Report sui rischi di possibili azioni contro di lui, un elemento offerto in «epoca non sospetta» per accreditare la versione del detenuto.
Le omissioni di Ranucci davanti agli inquirenti troverebbero spiegazione, secondo la linea difensiva, nel fatto che lo stesso conduttore avesse considerato la minaccia marginale, affrontandola «con superficialità» e senza ritenerla meritevole di menzione.
La strategia processuale punta dritta al prossimo appuntamento davanti al Tribunale del Riesame, fissato per la settimana entrante, in cui Lavitola renderà dichiarazioni spontanee. Per la difesa, l’ammissione di colpa rappresenta un «contributo enorme» alle indagini che altrimenti si sarebbero rette su labili indizi. Resta al centro del dibattito il movente confessato dall’imprenditore durante l’interrogatorio di garanzia davanti al gip: l’attentato sarebbe stato ordinato con la paradossale intenzione di costringere le istituzioni a innalzare il livello di protezione attorno al volto simbolo di Report.
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