«Mio fratello pentito? Siete voi i venduti». La difesa social del boss Ciro Rinaldi Mauè

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Giuseppe Del Gaudio

Napoli – Una foto recente dal carcere, stampata e ostentata sui social per mettere a tacere i rumors che tra i vicoli di Napoli Est valgono come una sentenza di condanna: quelli sulla presunta collaborazione con la giustizia del boss.

Susetta Rinaldi sceglie la platea di TikTok per blindare l’onore criminale del fratello, Ciro Rinaldi, detto “Mauè”, capo indiscusso dell’omonimo clan di San Giovanni a Teduccio, detenuto in regime di massima sicurezza dal febbraio del 2019.

«Pentito tu? Da come vedo si stanno invertendo i ruoli. Quello che sono loro lo vogliono attribuire a te», scrive la donna a corredo dello scatto del ras del rione Villa. Un messaggio al vetriolo che rimarca i codici del sistema: «Purtroppo la gelosia è tanta, perché vorrebbero essere tutti come te. Ma o sanno che hanno a turnà a nascere? E non ci vuole niente a nascere con i tuoi sentimenti e con la tua omertà».

L’ombra della faida e il sangue in famiglia

Le parole di Susetta Rinaldi arrivano in un momento di altissima tensione e profondo dolore personale. La donna è infatti la madre di Savio De Marco, il 32enne freddato lo scorso 2 marzo in via Sorrento, proprio nel giorno del quattordicesimo compleanno della figlia. Un omicidio che ha riacceso i riflettori sulla polveriera di Napoli Est, dove i Reale-Rinaldi e i rivali storici del clan D’Amico-Mazzarella si contendono da decenni il controllo delle piazze di spaccio e delle estorsioni.

La requisitoria social della donna si sposta poi rapidamente sui presunti vantaggi incassati da altri detenuti della zona, insinuando il sospetto di soffiate alle forze dell’ordine: «Dopo tutte le nostre sofferenze non ti hanno mai lasciato un minuto di libertà, e loro invece per cose di niente hanno avuto subito permessi… e come mai questa cosa? Mi sapete dire allora chi sono i pentiti?».

Dal rione Villa all’ergastolo: la storia di “Mauè”

Il timore che la figura di “Mauè” potesse vacillare di fronte all’ipotesi di un pentimento cozza con la caratura criminale che i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia attribuiscono a Ciro Rinaldi. Protagonista della sanguinosa scissione dal clan Mazzarella, Rinaldi ha guidato per anni la cosca del rione Villa, stringendo alleanze strategiche con i potenti gruppi della vicina Ponticelli, come i famigerati “Barbudos” del rione Sanità.

La sua parabola giudiziaria ha toccato il punto di non ritorno con la condanna all’ergastolo, confermata in Cassazione, per il duplice omicidio di Luigi Mignano e il ferimento del figlio Pasquale, avvenuti nel 2019 davanti a una scuola cattolica, e per l’assassinio di Raffaele Cepparulo, boss dei “Barbudos”.

Arrestato dai carabinieri in un anonimo appartamento di San Pietro a Patierno dopo una breve latitanza,  Rinaldi è considerato dagli inquirenti un boss vecchio stampo, custode di segreti  della camorra di Napoli Est.

Il codice d’onore rivendicato sul web

Proprio a questa presunta condotta ortodossa fa appello la sorella nel post, che ha totalizzato centinaia di commenti e interazioni nell’ambiente della periferia orientale: «Non ci dimentichiamo che i giornali parlano, vi siete venduti per soldi. I miei fratelli non hanno mai fatto la guerra con bravi ragazzi, non hanno mai toccato donne e bambini. Le cose si sanno, chi siete voi e chi sono loro». Un manifesto di fedeltà ai diktat del clan, gridato via smartphone per blindare il nome dei Rinaldi da quello che, nel loro codice, resta il peggiore dei disonori.

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