Cronaca Napoli

Duplice omicidio Montanino-Salierno, la Cassazione mette la parola fine: assolti definitivamente tre presunti mandanti della faida di Scampia

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Giuseppe Del Gaudio
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Ci sono processi che raccontano un delitto. E ce ne sono altri che finiscono per raccontare un’intera stagione criminale. Quello sul duplice omicidio di Fulvio Montanino e Claudio Salierno appartiene senza dubbio alla seconda categoria.

Con la decisione della Prima Sezione penale della Corte di Cassazione si chiude definitivamente uno dei capitoli giudiziari più lunghi e complessi della storia della camorra napoletana. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso della Procura generale, rendendo irrevocabili le assoluzioni di Raffaele Abbinante, del figlio Francesco Abbinante e di Vincenzo Pariante, accusati di essere tra i mandanti dell’agguato che segnò l’inizio della prima faida di Scampia.

Per i tre imputati cala dunque definitivamente il sipario dopo oltre due decenni di processi, condanne all’ergastolo, annullamenti della Cassazione, nuovi giudizi e continui ribaltamenti.

Quel 28 ottobre 2004 che cambiò per sempre gli equilibri criminali

Per comprendere il peso della sentenza bisogna tornare al 28 ottobre 2004, quando in via Roma verso Scampia un commando armato intercettò Fulvio Montanino, ritenuto il più fidato collaboratore di Cosimo Di Lauro, e lo zio Claudio Salierno.

Entrambi vennero assassinati in un agguato preparato nei minimi dettagli.

Montanino non era un semplice affiliato. Era considerato il “braccio operativo” di Cosimo Di Lauro, il comandante sul territorio, l’uomo incaricato di gestire gli affari del clan mentre Paolo Di Lauro era latitante e il figlio Cosimo guidava l’organizzazione.

Per gli investigatori colpire Montanino significava colpire direttamente il cuore del potere dei Di Lauro.

Fu proprio quel duplice omicidio ad aprire la frattura definitiva tra il clan Di Lauro e gli uomini guidati da Raffaele Amato, Cesare Pagano e dagli altri futuri capi della cosiddetta Scissione.

La nascita della prima faida di Scampia

Fino a quel momento gli Scissionisti erano stati parte integrante dell’organizzazione dei Di Lauro.La rottura maturò per il controllo delle piazze di spaccio e per il dissenso verso la gestione sempre più accentratrice del clan.

L’assassinio di Montanino rappresentò il punto di non ritorno. Nel giro di poche settimane l’area nord di Napoli precipitò in una guerra senza precedenti.

La prima faida di Scampia provocò decine e decine di omicidi, raid armati, esecuzioni in pieno giorno e una lunga scia di sangue che coinvolse anche persone estranee ai clan. Interi nuclei familiari furono costretti ad abbandonare le proprie abitazioni, soprattutto nelle Case Celesti, mentre lo Stato fu costretto a rafforzare in modo massiccio la presenza delle forze dell’ordine sul territorio. Quella guerra ridisegnò gli equilibri della camorra napoletana e segnò l’ascesa del cartello degli Scissionisti.

I racconti dei collaboratori di giustizia

Una parte consistente dell’inchiesta si fondò sulle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia. Tra questi Luigi Secondo, le cui dichiarazioni hanno rappresentato uno dei pilastri dell’accusa.

Il pentito raccontò che l’eliminazione di Montanino era stata pianificata per oltre un mese e che prima dell’agguato riuscito vi furono almeno tre tentativi falliti.

Secondo la sua ricostruzione, alcuni capi della Scissione ritenevano che eliminando il principale uomo di fiducia di Cosimo Di Lauro si sarebbe costretto Paolo Di Lauro, allora latitante, a uscire allo scoperto per riprendere personalmente il controllo dell’organizzazione.

Il piano, però, produsse un effetto diverso: invece di ricompattare il clan, fece esplodere la guerra interna più sanguinosa della camorra contemporanea.

Il lungo percorso processuale

L’inchiesta portò davanti ai giudici decine di appartenenti al cartello degli Scissionisti.Nel 2017 arrivarono le prime pesantissime condanne: la Corte d’Assise di Napoli inflisse quattordici ergastoli agli imputati ritenuti responsabili del duplice omicidio.

Nel 2019 la Cassazione rese definitive le condanne nei confronti dei principali vertici della Scissione.

Tra i destinatari dell’ergastolo figuravano:

Cesare Pagano, capo storico del clan Amato-Pagano;
Carmine Pagano;
Arcangelo Abete;
Antonio Della Corte;
Angelo Marino;
Gennaro Marino;
Ciro Mauriello;
Enzo Notturno.

Condanne a 21 anni vennero invece confermate per Rito Calzone, Roberto Manganiello, Francesco Barone e Ferdinando Emolo, quest’ultimo appartenente al clan Di Lauro e ritenuto responsabile di altri reati aggravati dalla finalità mafiosa.

Per Raffaele Amato, storico leader della Scissione conosciuto come “‘a Vecchiarella”, l’ergastolo venne invece annullato con una rideterminazione della pena a vent’anni di reclusione.

Il processo ai presunti mandanti

Diversa è stata invece la vicenda giudiziaria di Raffaele Abbinante, Francesco Abbinante e Vincenzo Pariante. Anche loro erano stati inizialmente condannati all’ergastolo sia in primo grado sia in appello.

La Cassazione dispose però un primo annullamento con rinvio. Celebrato il nuovo processo, la Corte d’Assise d’Appello confermò ancora una volta il carcere a vita.

I difensori, gli avvocati Claudio Davino e Antonella Genovino, presentarono un ulteriore ricorso. Fu proprio quel secondo intervento della Suprema Corte a cambiare radicalmente il corso del procedimento.

I giudici accolsero le doglianze della difesa, annullarono nuovamente la sentenza e disposero un nuovo giudizio davanti a una diversa sezione della Corte d’Assise d’Appello.

In quel processo arrivò il colpo di scena: l’assoluzione dei tre imputati per insufficienza del quadro probatorio. Una decisione che la Procura generale tentò di ribaltare ricorrendo ancora una volta in Cassazione.

Con il verdetto pronunciato ieri, però, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, rendendo così irrevocabili le assoluzioni e chiudendo definitivamente uno dei processi simbolo della storia della camorra napoletana.

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Giuseppe Del Gaudio

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