

Le immagini d'archivio di Antonio Iovine. e Francesco Bidognetti
Roma – A distanza di diciotto anni da quel tragico “proclama” camorristico letto nell’aula del processo “Spartacus”, la giustizia mette un nuovo, pesante tassello. I giudici della III sezione della Corte d’Appello di Roma hanno condannato a 5 anni e mezzo di reclusione i boss del clan dei Casalesi, Francesco Bidognetti meglio noto come “Cicciotto e mezzanotte“ tornato alla ribalta proprio la scorsa settimana e l’ex capoclan (oggi collaboratore di giustizia) Antonio Iovine detto o’ ninno.
La sentenza ribalta il verdetto di primo grado, che aveva visto l’assoluzione dei due capoclan. Confermata invece la condanna, sempre a 5 anni e mezzo, per l’avvocato Michele Santonastaso, ex difensore di Bidognetti. Le accuse, per tutti, sono di minacce aggravate dal metodo mafioso e calunnia.
I fatti risalgono al periodo d’oro della caccia ai Casalesi, quando il pool della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli assestava colpi durissimi all’impero economico e militare del clan casertano. Destinatari di quella che i giudici hanno riconosciuto come una vera e propria intimidazione furono i magistrati Raffaele Cantone (allora pm della Dda e attuale procuratore a Salerno) e Federico Cafiero de Raho (all’epoca procuratore aggiunto a Napoli, poi Procuratore Nazionale Antimafia e oggi parlamentare del Movimento 5 Stelle).
Poiché le parti offese erano magistrati in servizio nel distretto di Napoli, l’inchiesta è stata trasferita per competenza territoriale a Roma, dove oggi è arrivato il verdetto di secondo grado.
La vicenda risale al 2008, durante le battute finali del maxi-processo Spartacus. In un’aula blindata, l’avvocato Santonastaso lesse una memoria scritta a nome dei due boss – che non erano presenti in aula – chiedendo formalmente il trasferimento del processo per “legittimo sospetto”.
Dietro la formula tecnica del codice, tuttavia, si celava un attacco frontale. Il documento conteneva pesanti espressioni diffamatorie e intimidatorie, accusando i pubblici ministeri di muoversi “in cerca di pubblicità” e mettendo in dubbio l’imparzialità dell’intera inchiesta. Nel mirino del clan, citati esplicitamente in quel testo, finirono anche lo scrittore Roberto Saviano e la giornalista Rosaria Capacchione, simboli della denuncia civile contro la camorra casertana.
Quello chiuso oggi a Roma è solo uno dei filoni processuali nati da quel giorno in aula. Per quanto riguarda le minacce e le diffamazioni rivolte specificamente a Saviano e Capacchione, la macchina giudiziaria ha già fatto il suo corso definitivo nello scorso mese di marzo, quando la Cassazione ha reso irrevocabili le condanne a un anno e mezzo per il boss Bidognetti e a un anno e due mesi per l’avvocato Santonastaso. Con la sentenza odierna della Corte d’Appello capitolina, lo Stato ribadisce che nemmeno le aule di giustizia possono essere utilizzate dai clan come megafono per intimidire chi indaga.
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