Terrorismo nero, estradato in Italia Maurizio Ammendola: in carcere il capo dell’Ordine di Hagal

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Federica Annunziata

È atterrato a Roma nel tardo pomeriggio di ieri, scortato direttamente da Varsavia dopo circa cinque mesi di detenzione in un carcere polacco. Maurizio Ammendola, 47enne originario di Maddaloni e ritenuto dagli investigatori il vertice della cellula neonazista “Nuovo Ordine di Hagal”, è rientrato in Italia.

Per lui si sono immediatamente riaperte le porte del carcere per scontare la condanna a cinque anni e mezzo per terrorismo, a cui seguirà ora un nuovo procedimento penale scaturito dalla sua rocambolesca evasione.

La fuga strategica e la cattura a Radom

La latitanza di Ammendola era iniziata due mesi prima del suo arresto, avvenuto nel dicembre dello scorso anno. Secondo indiscrezioni non ufficiali, la sua repentina fuga sarebbe scattata a poche ore dal pronunciamento della Cassazione che ne avrebbe decretato il ritorno in cella. Dopo aver manomesso il braccialetto elettronico con cui era sottoposto ai domiciliari, l’uomo aveva fatto perdere le proprie tracce.

Le indagini, condotte in modo serrato dagli uomini della Digos della Questura di Napoli, lo hanno infine rintracciato all’interno dell’ospedale di Radom, in Polonia. Lì si era fatto ricoverare d’urgenza utilizzando una carta d’identità cartacea rubata, i cui dati anagrafici erano stati meticolosamente alterati.

L’allarme attentati e il piano col bazooka

Al momento della sua condanna nel 2022, le indagini avevano svelato un quadro allarmante. Il “Nuovo Ordine di Hagal” operava attivamente tra le province di Napoli e Caserta, lavorando a ranghi serrati per fare proselitismo sul territorio campano.

Gli inquirenti hanno documentato un’intensa attività eversiva che comprendeva l’addestramento militare degli associati, il reclutamento e la pianificazione di azioni violente. Tra queste, spiccava il progetto di un attentato a colpi di bazooka all’interno di un centro commerciale alle porte di Napoli, un piano che ha sollevato enormi preoccupazioni sulla concreta pericolosità della cellula di estrema destra.

La rete dei complici e i magistrati sotto scorta

L’inchiesta non ha colpito solo il presunto vertice. Nella rete delle misure cautelari sono finiti i collaboratori più stretti dell’organizzazione: Michele Rinaldi (47 anni), vicepresidente del gruppo; Massimiliano Mariano (46 anni), addetto all’indottrinamento; Gianpiero Testa (25 anni), reclutatore; e il cittadino ucraino Anton Radomsky (27 anni), resosi irreperibile.

Per Fabio Colarossi (36 anni) il gip dispose invece l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria di Roma. La gravità della struttura criminale ha richiesto misure di sicurezza straordinarie: al termine del processo, considerando i precedenti, è stata disposta la scorta per il pm Claudio Orazio Onorati, titolare dell’inchiesta insieme al pm della Dna Antonello Ardituro e all’attuale procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo. La fuga del leader aveva fatto scattare un inquietante campanello d’allarme, oggi definitivamente rientrato con l’atterraggio nella Capitale.

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