Napoli, la faida tra baby gang per i furti di auto: così è maturato l’omicidio dell’innocente Fabio Ascione

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Giuseppe Del Gaudio

Napoli – Un giubbotto chiaro aperto a mo’ di paravento, due lembi di stoffa tesi nel tentativo disperato di oscurare l’obiettivo di una telecamera di sorveglianza. Dietro quella barriera improvvisata, una mano sfila una pistola nera dalla cintura di un pantalone. È il frame che stringe le manette intorno ai polsi di due giovani di Ponticelli, ma è anche l’istantanea di un destino cinico e spietato.

Perché il ragazzo che fa da scudo con il giubbotto si chiama Eugenio Ascione; l’amico che prende l’arma è Francescopio Autiero, detto “Pio”. Poche ore dopo, quella stessa pistola sputerà il piombo che ucciderà Fabio Ascione, cugino di Eugenio e vittima completamente estranea alle logiche di camorra. Un errore fatale, un colpo partito per sbaglio durante una fuga disperata, culmine di una notte di fuoco nata per il controllo di un business tanto redditizio quanto banale: il mercato delle auto rubate.

La spia confidenziale e l’ombra dei “Bodo”

Se l’omicidio dell’innocente Fabio Ascione è stato involontario e non voluto quello che c’è che dietro la morte di un ragazzo che non aveva alcun legame con la criminalità organizzata di Ponticelli è tutt’altro che casuale e non voluto. Anzi. Le indagini dei militari dell’Arma partono all’alba del 7 aprile 2026: Fabio Ascione colpito al petto, a pochi passi dalle “case di topolino”, il complesso di edilizia popolare in via Vera Lombardi. Morirà poco dopo in ospedale.

L’8 aprile, gli investigatori in abiti civili sono già sul territorio, a caccia di soffiate. La svolta arriva da una fonte confidenziale giudicata “altamente attendibile”. L’informatore traccia una mappa “geopolitica“ chiarissima del conflitto. Non si tratta di una guerra per le piazze di spaccio, ma di una resa dei conti per la spartizione del territorio sui furti d’auto.

Da un lato ci sono i ragazzi della “zona vesuviana”, provenienti da Volla e legati al clan Veneruso/Rea: tra loro ci sono i minorenni figli di boss e personaggi di spicco della zona vesuviana guidati da maggiorenne legato al clan. Dall’altro lato ci sono i giovani di Ponticelli,  di via Crisconio, storica roccaforte dei De Micco, i cosiddetti “Bodo”.

Quella notte, il gruppo di Volla si sposta in massa verso il quartiere rivale. Il bersaglio designato è proprio Francescopio Autiero, “Pio”, descritto dalla fonte come un giovane dalla corporatura robusta e dalla dentatura sporgente.

La trappola al “Bar Lively” e lo scontro a fuoco

Il teatro degli eventi è il “Bar Lively” di viale Carlo Miranda, un locale aperto tutta la notte, punto di ritrovo fisso per i ragazzi del quartiere. Le immagini registrate dalle telecamere del bar – che gli inquirenti analizzano ricalcolando uno sfasamento temporale di circa 43 minuti in avanti – mostrano la normalità di una notte di periferia che si trasforma in tragedia.

Alle 03:47 Fabio Ascione, l’innocente, cammina a piedi, entra nel bar e ne esce un minuto dopo per tornare verso casa. Non sa che in quel plateatico, tra i tavolini e l’ombrellone esterno, si sta radunando il “gruppo di fuoco” del quartiere. Ci sono Eugenio Ascione (cugino di Fabio),il minorenne K.V, , altri due ragazzi e lo stesso Autiero. L’aria è pesante, si attende l’attacco dei rivali.

Alle 04:49 si consuma l’atto decisivo. Eugenio Ascione si mette di spalle alla telecamera, apre il suo giubbotto chiaro per coprire la visuale. Autiero allunga la mano e gli sfila la pistola dalla cinta. Pochi minuti dopo, alle 05:02, la tensione si taglia con il coltello: una Peugeot blu scuro (un monovolume) e una Jeep Renegade bianca si avvicinano al bar.

È il commando di Volla. Lo scontro è immediato. Autiero sale sul sellino posteriore di uno scooter SH 300 guidato dal minorenne K.V. e, secondo le ricostruzioni, spara per primo, ingaggiando un violento conflitto a fuoco in mezzo alla strada contro il SUV dei rivali.

“Ua, mi ha colpito”: la morte assurda di Fabio

È il caos. I proiettili fischiano in viale Carlo Miranda, il commando di Volla si dilegua e lo scooter con in sella Autiero scappa a tutta velocità verso via Rossi Doria, cercando rifugio tra le palazzine delle “case di topolino”. È qui che la cronaca si fa tragedia assurda. Autiero è agitato, ha ancora l’arma in mano, l’adrenalina a mille per il conflitto a fuoco appena scampato. In via Rossi Doria incrocia Fabio Ascione, che sta camminando insieme a un collega di lavoro.

Nella concitazione del momento, dalla pistola di Autiero parte un colpo. Involontario, diranno gli accertamenti, ma letale. Il proiettile centra in pieno petto Fabio. Il collega di Fabio Ascione racconterà ai carabinieri gli ultimi, drammatici istanti di vita del giovane, diventando il testimone chiave dell’omicidio. Fabio fa appena in tempo a guardarlo e a sussurrare: “Ua, mi ha colpito”, prima di accasciarsi al suolo. Una morte collaterale, assurda, firmata dalla stessa arma che il cugino della vittima aveva passato al killer pochi minuti prima, convinto di armarlo contro i “nemici” di Volla e non sapendo di aver appena siglato la condanna a morte del proprio sangue.

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