

Banca cinese finanziava clan Aquino Annunziata
Una vera e propria banca clandestina, capace di muovere fiumi di denaro sporco verso l’estero azzerando i rischi di tracciabilità delle forze dell’ordine. È il cuore dell’articolata indagine della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Firenze che ha portato all’ordinanza di custodia cautelare per 41 persone di nazionalità italiana, cinese e albanese, firmata dal GIP del Tribunale fiorentino.
L’operazione, condotta dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato e dalla Squadra Mobile di Prato con il coordinamento internazionale di Eurojust, ha fatto scattare 17 arresti in carcere, 16 ai domiciliari e 8 obblighi di presentazione. Sotto sequestro beni per un valore superiore ai 60 milioni di euro. Le accuse, a vario titolo, fanno tremare i colossi del crimine: associazione per delinquere aggravata dall’agevolazione mafiosa e dalla transnazionalità finalizzata al riciclaggio, traffico internazionale di stupefacenti e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Al vertice dell’organizzazione, attiva almeno dal 2021, c’era un cittadino cinese radicato a Prato. Il sistema scoperto dagli inquirenti si basava sull’Hawala (o Chop-Shop), noto nella tradizione cinese come Fei-Ch’ien, ovvero “moneta volante”. Un meccanismo di trasferimento virtuale del denaro che permette di pagare carichi di droga in tutto il mondo senza che una sola banconota varchi fisicamente la frontiera.
Il giro d’affari stimato era colossale: tra gli 80 e i 100 milioni di euro annui per almeno un triennio. Il denaro sporco veniva raccolto a domicilio in tutta Italia da corrieri a bordo di auto con doppi fondi e trasportato a Prato. Lì veniva consegnato a imprenditori cinesi del “pronto moda” come corrispettivo a nero per merci spedite in Spagna. Nelle città spagnole (Madrid, Siviglia, Malaga, Valencia), altri corrieri prelevavano il contante dai negozianti cinesi locali e lo consegnavano direttamente ai grandi narcotrafficanti per saldare le partite di droga destinate all’Italia.
La banca occulta non operava nel vuoto, ma si era accreditata come partner strategico e affidabilissimo delle sigle più pericolose della criminalità organizzata. Nel provvedimento del giudice viene contestata l’aggravante mafiosa: l’organizzazione cinese fungeva da broker internazionale per agevolare colossi del narcotraffico come il clan Briganti della Sacra Corona Unita leccese, la ‘ndrina Fiare/Razionale/Gasparro di Vibo Valentia e, in Campania, il potente clan Aquino-Annunziata, attivo nell’area vesuviana. Per conto di queste consorterie, la filiale illegale di Prato garantiva l’anonimato assoluto e la stabilità dei pagamenti verso la Spagna e l’Olanda.
Le indagini non hanno scoperto solo la cassaforte delle mafie, ma hanno documentato altre due strutture parallele. La prima, una rete autonoma di trafficanti albanesi attiva in Toscana. La seconda, gestita dalla cellula cinese, focalizzata sul business dell’immigrazione clandestina.
Sfruttando la rotta balcanica, l’organizzazione faceva giungere cittadini cinesi in Serbia (paese esente da visto Schengen), per poi trasferirli a piedi tra le montagne verso l’Ungheria e infine, via Slovenia, in Italia (destinazione Torino, Verona e la stessa Pr). Un viaggio spregiudicato e rischioso, per il quale i migranti pagavano la cifra di 9.500 euro a testa.
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