Arzano: «Deve addormentarsi e non svegliarsi più», la sentenza contro il killer dell’innocente imbianchino

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Giuseppe Del Gaudio
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Arzano, 4 febbraio scorso. Una Smart bianca percorre via Tenente Alberto Marone. A bordo non c’è il boss, non c’è l’uomo da “abbattere”. Ci sono due lavoratori: Rosario Coppola, imbianchino, e il suo amico Antonio Persico, barbiere. Il piombo che sibila nel buio non cerca loro, ma l’ombra di Davide Pescatore, noto come “Pale ’e fierro”, il cuo autista usa un’auto identica. Rosario muore sul colpo, Antonio resta ferito. È l’inizio di un paradosso criminale: un omicidio che, invece di affermare il potere di un clan, ne decreta il caos interno.

L’errore che non si perdona: «Ha vinto lui se va carcerato»

Nelle ore successive all’agguato, il gruppo di Pescatore capisce immediatamente di essere sotto scacco. Ma la rabbia non è rivolta solo ai nemici, bensì al sicario “incapace” che, sbagliando bersaglio, ha acceso i riflettori delle forze dell’ordine sulla città.

Le microspie del nucleo investigativo catturano una ferocia che supera il senso comune. Antonio Caiazza, fedelissimo di Pescatore, viene intercettato mentre discute con Pietroangelo Leotta. La sua non è una preoccupazione per la vittima innocente, ma un calcolo di pura eliminazione interna.

Antonio Caiazza: «Staranno talmente pieni di ansia chiusi in una casa ora che non lo sanno neanche loro, ma mica ora, già da due settimane da quando è morto Rosario… lì dobbiamo acchiappare prima noi che le guardie… carcerato non deve andare proprio quel signore. Deve stare quieto fuori, si deve addormentare una volta o frate e non si deve mai svegliare più… ha vinto lui se deve… se va carcerato. A quello la testa gliela volevano bucare».

La sentenza è chiara: la morte per “addormentamento” eterno è l’unica punizione per chi ha esposto il clan a un rischio così alto. Il killer, individuato dagli inquirenti in Armando Lupoli, diventa un “morto che cammina” per i suoi stessi compagni.

La guerra dei “saluti” e i sopralluoghi notturni

L’inchiesta dei PM Cristina Curatoli e Daniela Varone rivela come la faida si giocasse su un doppio binario: l’agguato brutale e la sottile guerra psicologica. Salvatore Romano, leader dei fuoriusciti, monitorava Arzano a distanza, usando Salvatore Lupoli (detto “Trombone”) come sonda sul territorio.

In un’intercettazione del 13 febbraio 2026, Romano si esalta nel sentire che i suoi uomini non sono stati ancora “scoperti” come nemici giurati. Trombone racconta di aver incrociato in auto proprio i rivali, Pescatore e Caiazza, e di aver scambiato con loro un cenno di saluto.

Salvatore Romano: «Ora sto proprio… mentalmente sto una bomba… perché ho visto la faccia di “Trombone”… o’ Zio… ha detto: “o’ Sa’… o’ Sa’… io camminando… PAL’ E FIERR’ e Antonio A.C. a fianco a me. Pi pi… pi… pu e me ne sono andato”».

Un “pi pi” di clacson, un saluto cordiale tra chi, poche ore prima, si era cercato per uccidersi. È la “tecnica dello specchio”: farsi vedere, salutare, capire se l’altro ha il colpo in canna o se crede ancora nella tregua.

La “bonifica” di via Padre Pio

L’ordinanza ricostruisce con precisione chirurgica i movimenti del commando nei giorni precedenti il delitto. Il 1° febbraio 2026, tre giorni prima che Rosario Coppola perdesse la vita, le telecamere di sicurezza — quelle che i clan non erano ancora riusciti a individuare — riprendono una scena emblematica in via Padre Pio da Pietrelcina, base operativa dei fuoriusciti.

Antonio Gesso, insieme ad Armando e Vincenzo Lupoli, viene immortalato mentre cerca di “bonificare” l’area. Gesso scaglia una grossa pietra contro un lampione, cercando di oscurare gli “occhi” dello Stato. Non sanno che quegli occhi hanno già visto tutto: i contatti tra i cugini Lupoli, le riunioni segrete e l’inquietante presenza di Domenico Russo, alias ‘o mussut, uscito in permesso premio proprio nei giorni dell’agguato.

La leadership del gratis”: «Uccidono per me perché mi vogliono bene»

Forse l’elemento più agghiacciante dell’intera inchiesta è la soddisfazione di Salvatore Romano nel descrivere la sua nuova forza militare. Non un esercito di mercenari, ma di “fedeli” pronti al sangue per pura devozione.

Salvatore Romano: «Il giorno che tu hai gente che fa il reato per te senza una lira sei arrivato a cento più cento… qua la gente paga diecimila e quindicimila per far fare… se uno fa una cosa solo perché ti vuole bene… o perché ha il problema e ti vuole bene o’ zi’ hai vinto… Mamma mia Gesù Cristo metti la tua mano… perché poi cattiverie non ne abbiamo mai fatte… questi sono cattivi o’ frat… questi sono zingari… sono zozzi…».

Romano definisce i suoi avversari “zozzi” e “impregnati”, quasi a voler nobilitare la propria scalata criminale. Ma la realtà restituita dall’ordinanza è quella di una periferia ostaggio di una ferocia cieca, dove il confine tra un obiettivo militare e un innocente imbianchino è sottile quanto il colore di una Smart bianca parcheggiata sotto un ponte.

Epilogo di sangue

La profezia di Caiazza su Armando Lupoli troverà una parziale realizzazione il 7 marzo 2026, quando Lupoli verrà raggiunto dai proiettili proprio sotto il ponte dell’asse mediano a Casavatore, il suo “ufficio” per lo spaccio. La guerra di Arzano, fatta di intercettazioni ambientali e “finti chiarimenti”, continua a scorrere tra le pieghe di una città che attende, faticosamente, di non dover più contare i morti per errore.

(nella foto la scena dell’omicidio di Armando Lupoli (il secondo da sinistra nei riquadri) insieme con il boss Salvatore Sasy Romano, Davide Pescatore pale e fierr

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