

Umberto Bossi
La politica italiana perde uno dei suoi protagonisti più dirompenti e iconici. Umberto Bossi, il fondatore della Lega, è morto a Varese all’età di 84 anni. La notizia ha scosso profondamente il movimento da lui creato: in una nota ufficiale, la Lega si è detta “profondamente addolorata”, annunciando l’annullamento di tutti gli appuntamenti politici previsti. Il segretario Matteo Salvini, appresa la notizia, ha cancellato i propri impegni per rientrare immediatamente a Milano.
La parabola politica di Bossi inizia ufficialmente nel 1987, quando approda a Palazzo Madama guadagnandosi il soprannome che lo avrebbe accompagnato per sempre: il Senatùr. Fondatore della Lega Lombarda, poi trasformatasi in Lega Nord, Bossi ha scardinato i riti della Prima Repubblica con un linguaggio brutale e senza filtri.
Il suo “celodurismo” — termine entrato persino nei vocabolari — non era solo folklore, ma la sintesi di un’intransigenza politica che puntava alla difesa della Padania contro quella “Roma ladrona” eletta a simbolo di ogni spreco centralista. Tra ampolle con l’acqua del Po e raduni oceanici a Pontida, Bossi ha dato voce a un Nord produttivo e insofferente, utilizzando una “diplomazia d’urto” fatta di canotte bianche, sigari perenni e gesti di sfida.
La storia di Bossi è indissolubilmente legata a quella di Silvio Berlusconi. Un rapporto fatto di alleanze strategiche, rotture clamorose (come il celebre “ribaltone” del 1994) e profonde riconciliazioni. Con il Cavaliere a Palazzo Chigi, il leader di Cassano Magnago è stato due volte ministro: alle Riforme istituzionali e alla Devoluzione (2001-2004) e poi al Federalismo (2008-2011).
Nonostante le vette del potere, il suo obiettivo primario rimase sempre la trasformazione dello Stato in senso federale, se non la secessione vera e propria. Un percorso tortuoso, segnato anche da momenti controversi, come la legge sull’immigrazione firmata insieme a Gianfranco Fini, l’allora “Attila della politica” diventato poi compagno di strada nel centrodestra.
Il 2004 segna lo spartiacque drammatico della sua vita: un grave ictus ne compromette le capacità oratorie e la salute, ma non la volontà di restare in campo. Bossi torna in politica, seppur con una presenza più rarefatta, continuando a rappresentare l’anima critica del suo partito.
Il declino politico accelera però nel 2012 quando, travolto dalle inchieste interne e dal malcontento della base, rassegna le dimissioni da segretario. Da quel momento, la “sua” Lega cambia pelle: sotto la guida di Matteo Salvini il nome di Bossi scompare dal simbolo e il partito vira verso il sovranismo nazionale, allontanandosi dalle radici autonomiste. Negli ultimi anni, il Senatùr era rimasto una figura di riferimento per i “nostalgici” del Comitato del Nord, mantenendo un rapporto complesso e spesso teso con il suo successore.
Con Umberto Bossi scompare l’ultimo grande capopopolo che, tra eccessi e intuizioni, ha costretto l’Italia a fare i conti con la questione settentrionale.
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