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Click day truccati e migliaia di pratiche false: chieste le condanne

Il “click day” trasformato in business: così un sistema criminale ha monetizzato la speranza dei migranti Per il giudice non si è trattato di singoli episodi né di iniziative estemporanee.

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Si è concluso con richieste condanne complessive  superiori agli 80 anni di carcere l’udienza del 2 febbraio del  processo con rito abbreviato che si è celebrato davanti al gup Luca della Ragione del Tribunale di Napoli riguardante l’inchiesta sul business del click day sui migranti che nel giugno scorso portò 11 persone in carcere e altri 23 agli arresti domicliari.

La pubblica accusa sostenuta dal pm Giuseppe Visone della Dda di Napoli aveva fatto luce su un sistema criminale ha monetizzato la speranza dei migranti.

Per il giudice non si è trattato di singoli episodi né di iniziative estemporanee. Quello emerso dalle indagini e cristallizzato nella sentenza di patteggiamento è un sistema criminale stabile, strutturato, stratificato, capace di muoversi con disinvoltura tra studi legali, CAF, aziende compiacenti e portali ministeriali. Un’organizzazione che ha trasformato il decreto flussi e il click day – strumenti pensati per regolare l’ingresso legale dei lavoratori stranieri – in una macchina di profitto illecito.

L’indagine, condotta dal Commissariato di San Giuseppe Vesuviano e dalla Squadra Mobile di Napoli, ha documentato l’esistenza di più sodalizi convergenti, riconducibili a figure apicali come Sangiovanni Vincenzo, Genua Santolo, Cola Gaetano e Annunziata Aniello, capaci di inserire migliaia di istanze fittizie sul portale S.U.I., chiedendo ai migranti somme comprese tra 3.500 e 6.000 euro per pratiche che, nella maggior parte dei casi, non avrebbero mai portato a un vero lavoro.

La struttura: professionisti, aziende e intermediari

Dalle indagini è emersa una “complessa struttura logistica”, composta da:
professionisti del settore (avvocati, consulenti del lavoro, operatori di CAF);
datori di lavoro compiacenti, titolari di aziende reali ma utilizzate come gusci vuoti;
procacciatori di clienti, spesso inseriti nelle comunità straniere;
inseritori delle pratiche, capaci di manovrare il sistema informatico nei momenti cruciali.

Non un’organizzazione improvvisata, ma un meccanismo seriale, ripetuto nel tempo e affinato progressivamente.

Lo studio legale come cabina di regia

Uno degli snodi centrali dell’inchiesta è lo studio legale condiviso da Giuseppe Menzione e dalla famiglia Sangiovanni. È lì che, secondo gli atti, venivano: ricevuti i cittadini stranieri; istruite le pratiche false; predisposte ricevute ideologicamente false, spesso con orari “compatibili” con le quote del click day.

Poi vi era l’avvocato Giuseppe Menzione, che ha patteggiato la pena a un anno e 10 mesi di reclusione  che ha ammesso le proprie responsabilità già in fase di indagine. La sua attività serviva a dare una patina di legalità a un sistema che, in realtà, poggiava su documentazione artefatta.

Il click day: quando il tempo diventa denaro

Il click day è il cuore pulsante dell’intero sistema. È il momento in cui le quote si esauriscono in pochi minuti e in cui la velocità di caricamento delle pratiche diventa decisiva.Ed è proprio qui che l’organizzazione faceva la differenza.

Secondo la ricostruzione giudiziaria: venivano utilizzati numerosi SPID, spesso intestati a terzi; le pratiche erano già pronte e venivano caricate a raffica; in alcuni casi venivano vendute ricevute false, relative a istanze inserite fuori tempo massimo, ma presentate ai migranti come valide.

Chi pagava di più otteneva una ricevuta “buona”. Chi pagava meno restava con un foglio inutile. In entrambi i casi, il denaro finiva nelle casse del sodalizio.

Il ruolo delle forze dell’ordine infedeli e dei pubblici ufficiali

Tra le figure che colpiscono di più c’è Mario Nippoli, agente di polizia in servizio al Commissariato di Poggioreale.

Secondo le indagini, era lui a inserire le richieste sul portale S.U.I. utilizzando identità digitali multiple, fornitegli dal vertice dell’organizzazione.Un ruolo delicatissimo, che consentiva al gruppo di abbattere i tempi di caricamento e aumentare le probabilità di successo durante il click day.

Altro profilo significativo è quello di Melanie Seeber, vigile urbano, che sfruttava:
la propria competenza informatica;l’azienda della madre, usata all’insaputa della titolare;il proprio ruolo istituzionale per intercettare clienti.

Le aziende: fabbriche di lavoro che non esistono

Decine di imprese, sparse tra Campania, Toscana e Alto Adige, diventano strumenti di carta. Panifici, imprese edili, ditte individuali: tutte certificate come bisognose di manodopera, tutte in realtà inermi contenitori giuridici, usati per presentare centinaia di domande di assunzione.

Dalle indagini sono emersi numeri impressionanti: v132 domande per una sola società;
284 domande intestate a una ditta individuale; oltre 200 istanze presentate in un’unica provincia.

Un uso distorto del decreto flussi che, secondo la sentenza, integra pienamente il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, anche se l’ingresso in Italia non si è poi concretizzato.

I procacciatori: il contatto diretto con la speranza

Fondamentale il ruolo dei mediatori stranieri, spesso connazionali dei migranti coinvolti.
Figure come MD Saiful, Mir Rasel, Sheikh Rafique, Mohammed Sohave avevano il compito di individuare i potenziali “clienti”; raccogliere documenti e passaporti;
spiegare il funzionamento (apparente) del sistema.

Un lavoro di prossimità, che sfruttava fiducia, lingua e appartenenza comunitaria. Per il giudice i loro ruoli sono “minori”, ma senza di loro la macchina non avrebbe funzionato.

Il denaro e il trolley: il profitto come prova finale

Il blitz del 10 giugno segna un punto di svolta. Durante le perquisizioni viene sequestrato denaro contante e preziosi, custoditi – come ricostruito dagli atti – da Nunzio Sangiovanni, padre del principale organizzatore.

Quel “tesoro nel trolley” diventa la rappresentazione plastica del profitto illecito.
La sentenza dispone la confisca integrale dei beni, con vendita dei preziosi e destinazione delle somme all’Erario, sancendo definitivamente la natura criminale dell’attività.

Di seguito l’elenco delle richieste condanne in abbreviato

ANNUNZIATA Aniello – di San Giuseppe Vesuviano – anni 12

AURICCHIO Gabriele – di Pompei – anni 2

BOCCIA Nicola Mariano – di Ottaviano – anni 4

CALCINAI Giuliano – di Napoli – anni 2

CASILLO Mario -di San Giuseppe Vesuviano- anni 5

CENTOMANI Massimo -di Napoli – anni 4

COLA Gaetano -di San Giorgio a Cremano -anni 12

DI GENUA Santolo – di San Gennaro Vesuviano – 2 anni e 4 mesi

DRAGONETTI Alberto – di Nocera -anni 10

LOMBARDO Roberto – di San Gennaro Vesuviano- anni 3

MATURO Gennaro – di San Giuseppe Vesuviano – anni 10

SANGIOVANNI Vincenzo  di Napoli – anni 9

(nel collegio dei difensori figuravano gli avvocati Sergio Cola, Aniello Cozzolino, Massimo Autieri, Ciro Ottobre, Giovanni Tortora)

Ammissioni, patteggiamenti e ravvedimento

Questi invece gli imputati che hanno ammesso i fatti e hanno versato somme a titolo di parziale riparazione del danno e quindi hanno scelto il patteggiamento che si è svolto nel mese di novembre scorso davanti al gup Isabella Iaselli, per evitare il giudizio ordinario.

Le condanne 

2 anni di reclusione:
Acciarino Guglielmo, Grimaldi Giustino, Maffettone Vittorio, Sangiovanni Nunzio (+ 10.000 euro di multa)
1 anno e 10 mesi di reclusione:
Albano Guido, Cerrone Fabrizio, MD Saiful, Menzione Giuseppe, Mohammed Sohave, Sheikh Rafique
1 anno e 10 mesi + multa:
Catapano Rosita, Del Giudice Salvatore, La Manna Domenico, Manna Armando, Menna Antonio Biagio, Nippoli Mario, Seeber Melanie (12.000 euro)
Mir Rasel (15.000 euro)
Noranna Antonio (10.000 euro)
1 anno e 8 mesi + 10.000 euro:
Roberto Anna

Pene tutte sospese, con revoca delle misure cautelari.

(nella foto il famoso trolley coin i soldi e gli avvocati Vincenzo Sangiovanni e gaetano Cola)

 

 

 

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@RIPRODUZIONE RISERVATA
Fonte REDAZIONE

Commenti (1)

L’articolo parla di una situazione molto complessa riguardante il processo sul click day. È incredibile come un sistema così strutturato possa operare senza essere fermato prima. La giustizia dovrebbe intervenire più velocemente in simili casi.

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