Napoli, “Testimoni ‘vomitati’: bufera sul giudice del maxiprocesso al clan Moccia

Nel corso del maxiprocesso al clan camorristico Moccia in corso davanti alla Settima sezione penale del tribunale di Napoli, il giudice Raffaele Donnarumma avrebbe definito «liste di testimoni vomitate in questo processo» quelle depositate dai difensori degli imputati, secondo quanto riportato dalla stampa.

La frase risalirebbe all’udienza del 10 novembre ed è indicata come trascritta nel verbale, elemento che ne ha amplificato l’impatto istituzionale e mediatico.

La reazione in aula è stata immediata: gli avvocati hanno chiesto chiarimenti al presidente del collegio, che avrebbe confermato di aver pronunciato quelle parole e di assumerne la responsabilità.

A quella contestazione è seguita un’istanza di ricusazione nei confronti di Donnarumma, nella quale le difese parlano di una mancanza di rispetto incompatibile con la garanzia dei diritti difensivi in un procedimento di tale portata.

Le parole di Nordio e lo scontro istituzionale

La vicenda è rapidamente uscita dalle aule di giustizia per approdare sul terreno politico-istituzionale, con l’intervento del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Commentando la notizia, il Guardasigilli ha definito l’espressione attribuita al giudice «di una gravità inaudita» qualora confermata, sottolineando l’incompatibilità di simili toni con il rispetto dovuto al diritto di difesa.

L’ingresso del ministro nel dibattito aggiunge un ulteriore livello di tensione a un processo già al centro di contestazioni e sospetti di squilibrio tra accusa e difesa. Le parole di Nordio sono lette dagli avvocati come una conferma della delicatezza del caso, mentre in ambienti giudiziari si teme un’ulteriore delegittimazione della magistratura requirente e giudicante sotto i riflettori mediatici.

Un maxiprocesso tra media, pressioni e ricusazioni

Il procedimento contro il clan Moccia, che vede alla sbarra decine di imputati, è da mesi al centro di polemiche per il clima definito da molti “avvelenato” dal sovraccarico mediatico e dall’accelerazione imposta al calendario delle udienze.

La decisione della presidenza del tribunale di concentrare quattro udienze a settimana, esonerando i giudici da altri dibattimenti e riducendo le liste testi, è stata contestata dalle difese come una compressione del diritto al contraddittorio.

In questo contesto, la frase sui “testimoni vomitati” viene letta dagli avvocati come il sintomo di un atteggiamento pregiudiziale verso la prova difensiva, tanto da essere richiamata non solo nell’istanza di ricusazione, ma anche nelle richieste di trasferimento del processo per legittimo sospetto.

Le Camere penali hanno già proclamato astensioni e iniziative di protesta, denunciando un quadro in cui la ricerca della rapidità rischia di prevalere sulle garanzie, con il pericolo che il maxiprocesso finisca “sotto accusa” prima ancora della decisione sugli imputati.

Il ruolo dei media e il nodo dell’imparzialità

Sulla vicenda pesa la narrazione pubblica di un processo trasformato in terreno simbolico dello scontro tra il “bene” rappresentato dall’azione della procura e il “male” identificato con gli imputati e chi li difende. Nell’istanza di legittimo sospetto gli avvocati richiamano articoli, post e interventi social che, a loro dire, alimenterebbero l’idea di una colpevolezza già scritta, rafforzando il rischio che i giudici subiscano pressioni esterne.

L’episodio del procuratore Nicola Gratteri presente in aula con la toga per sostenere i colleghi dell’accusa è stato indicato dalle difese come un passaggio chiave nell’innalzare il profilo mediatico del procedimento e nel polarizzare l’opinione pubblica.

La frase di Donnarumma, finita nel mirino di stampa, politica e avvocati, diventa così l’ultimo detonatore di una crisi di fiducia che mette al centro l’imparzialità del collegio giudicante e la tenuta del giusto processo in uno dei dibattimenti più delicati degli ultimi anni a Napoli

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Pubblicato da
Giuseppe Del Gaudio

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