In un’indagine della Dda di Potenza, i carabinieri del comando provinciale di Salerno hanno eseguito sette misure cautelari (sei arresti e un obbligo di dimora) con l’accusa di traffico organizzato di rifiuti e inquinamento ambientale.

In carcere , già oggetto di numerose indagini in materia ambientale condotte dalle Procure di Napoli e Santa Maria Capua Vetere tra gli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000, che gli avevano valso il soprannome di ‘’ dei rifiuti (operazioni e Cassiopea).Le attività, condotte dal Nucleo Investigativo di Salerno e dalla Compagnia Carabinieri di Sala Consilina, costituiscono un autonomo filone dell’inchiesta denominata ‘febbre dell’oro nero’, nel corso delle cui captazioni era emerso in forma assolutamente chiara l’impegno di , già coimputato assieme a Cardiello nelle indagini di agevolare l’ex compagno d’affari nella ricerca di nuovi siti di illecito stoccaggio e , frutto di lavorazione industriale.

IL RUOLO DI

 Sebbene Diana non abbia poi proseguito nelle condotte criminose, gli iniziali accordi tra i due erano stati ritenuti sufficienti dagli inquirenti per aprire un nuovo fronte di indagine nei confronti dell’ex , ritenuto, sia per capacità che per rilievo criminale, certamente in grado di gestire una nuova organizzazione completamente autonoma nel traffico di rifiuti, con proiezioni verso territori sino ad ora inesplorati dalle organizzazioni criminali operanti nel settore.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE: Vaccini, De Luca: ‘Non parteciperemo alla conferenza Stato-Regioni’

Da subito, infatti, emergeva l’esigenza di Cardiello di individuare nell’area del Vallo di Diano ed in quelle limitrofe della Basilicata nuovi terreni che non dessero adito a particolari sospetti e che fossero ben collegati con gli assi viari principali, per facilitare le operazioni di trasporto.Le conseguenti investigazioni da parte dei militari dell’Arma, coordinate dalla Dda potentina e condotte con il supporto di moderne attività tecniche, ma, soprattutto, con i tradizionali servizi di osservazione occulta e di prossimità, hanno circoscritto comportamenti illeciti riconducibili alle lavorazioni della società “Pra Cal” di Polla (SA), operante nel settore del ferro e dell’alluminio e della società “Betonval” di Sant’Arsenio (SA), già operante nel settore del cemento, le quali si sono rivolte all’organizzazione criminosa facente capo a Cardiello per uniche finalità di profitto, volte al considerevole risparmio dei costi aziendali rispetto allo smaltimento legale dei rifiuti prodotti. Entrambe le società sono state sottoposte a sequestro preventivo.

ACIDI E LIQUAMI SVERSATI NEL VALLO DI DIANO

L’organizzazione delittuosa è risulta L’organizzazione delittuosa è risultata particolarmente pericolosa per avere piena disponibilità di terreni di proprietà degli indagati, i cui fondi sono stati trasformati in discariche – costituite per la maggior parte da liquami composti da acidi – dannosissime per le ripercussioni sull’ambiente e con alterazioni incalcolabili (e forse irreparabili) per l’eco-sistema.L’orizzonte investigativo è stato necessariamente contratto in ragione delle preminenti esigenze di salvaguardia del territorio (da qui il nome Shamar – parola ebraica il cui significato può tradursi in custodire gelosamente, tenere caro, ritenere prezioso). È stato infatti necessario impedire che i continui sversamenti trasformassero il Vallo di Diano nella nuova “terra dei fuochi” a disposizione della criminalità organizzata campana.Nell’ottobre 2019, sono stati così intercettati e sequestrati 18.000 (diciottomila) litri di solventi chimici pronti allo sversamento nel Comune di Atena Lucana (SA). La pericolosità di tali rifiuti era ben nota agli indagati, uno dei quali, addirittura, se ne lamentava al telefono con i propri complici facendo riferimento al fatto che il liquido trasportato aveva corroso la vernice del proprio veicolo. Le successive operazioni di scavo, campionatura ed analisi svolte assieme all’ARPAC hanno quindi permesso di certificare come il terreno fosse stato avvelenato da precedenti sversamenti.

IL GRUPPO VOLEVA ESPANDERSI ANCHE NELLA PROVINCIA DI FOGGIA

Situazione già peraltro ben evidente dalle fotografie aeree eseguite con droni, le quali palesavano nei terreni oggetto di sversamento chiazze colorate che hanno poi guidato con successo le operazioni dell’Arpac, i cui esami evidenziavano la presenza di rifiuti speciali pericolosi rientranti nella categoria “HP 14 Ecotossico”.Quanto rilevato assume connotati di drammatica importanza nella misura in cui il territorio interessato è qualificato area naturale protetta, essendo parte della Riserva Naturale Foce Sele – Tanagro. In tale maniera si è quindi impedito che l’organizzazione allargasse il proprio raggio d’azione ad altri siti, in parte già individuati nel Comune di Tursi (Mt) e in parte oggetto di una pianificata espansione ancora a livello embrionale nella provincia di Foggia.Solidi riscontri al quadro probatorio già delineato sono arrivati dalle dichiarazioni fornite da uno dei complici non inserito nei destinatari di misura cautelare, altrettanti se ne prevedono dalle successive attività di scavo che la D.D.A. intende avviare nei prossimi giorni.



Cronache Tv



Altro Cronaca

Ti potrebbe interessare..