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Autovelox spenti a Napoli e provincia: la Prefettura blocca i dispositivi non omologati

Napoli – Arriva lo stop ai controlli automatici della velocità sulle strade di Napoli e della sua area metropolitana. Con una decisione che impatta direttamente la viabilità provinciale, il Prefetto Michele di Bari ha disposto la sospensione immediata dei decreti che autorizzavano l’installazione e l’utilizzo degli autovelox non omologati, ordinandone di fatto lo spegnimento.

Il vuoto normativo e la scelta della Prefettura

Alla base del provvedimento c’è la necessità di fare ordine e attendere nuove linee guida nazionali. La sospensione colpisce tutti i decreti prefettizi autorizzativi emessi tra il 2018 e l’estate del 2023 che individuavano i tratti stradali idonei al rilevamento della velocità senza obbligo di contestazione immediata.

Nel documento ufficiale diramato dalla Prefettura si legge infatti che l’ente ha:

«Ritenuto necessario attendere l’adozione dei decreti attuativi al D.M. 11 aprile 2024 al fine di garantire l’uniformità applicativa della normativa vigente, nonché la trasparenza e legalità dell’azione amministrativa».

Fino a nuova comunicazione, dunque, i dispositivi di controllo della velocità sul territorio napoletano resteranno disattivati.

La voce dei Comuni: il caso Piano di Sorrento

La ricezione dello stop è stata immediatamente confermata dalle amministrazioni locali. A fare chiarezza sulla situazione è intervenuto il sindaco di Piano di Sorrento, che ha spiegato ai cittadini la ratio dietro l’ordinanza, in attesa di indicazioni specifiche dal Ministero dei Trasporti.

«Ci è stato chiarito che questo provvedimento serve a garantire che ogni procedura sia legittima, trasparente e che si rispettino criteri uniformi per l’installazione e l’uso dei dispositivi», ha confermato il primo cittadino.

Tuttavia, l’amministrazione comunale ha voluto ribadire in modo netto l’importanza dei controlli per la salvaguardia degli automobilisti, allontanando le polemiche su chi considera questi dispositivi solo un mezzo per “fare cassa”: «Sappiate che appena ci sarà una chance normativa metteremo sul nostro territorio comunale qualsiasi tipo di sistema in grado di rilevare la velocità. Se fosse stato possibile l’avrei già fatto. Lo faremo non per riscuotere sanzioni, ma per evitare incidenti».

La Reggia di Caserta si rifà il look: 25 milioni dal Pnrr per salvare il Parco reale

Caserta– Un gigante verde da 123 ettari, patrimonio dell’Unesco, si prepara a fare un salto tecnologico. La Reggia di Caserta ha ufficialmente avviato il maxi-cantiere finanziato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) che rivoluzionerà la gestione del suo Parco reale e del Giardino Inglese.

L’obiettivo è ambizioso: dotare il Complesso vanvitelliano di un “sistema nervoso” centralizzato per l’irrigazione, capace di coniugare il rispetto per la storia con le più moderne esigenze di sostenibilità ambientale.

Un investimento da 25 milioni per la rigenerazione

L’istituto del Ministero della Cultura è risultato destinatario di un finanziamento complessivo di 25 milioni di euro, suddiviso in quattro interventi chiave per la rigenerazione dei suoi spazi verdi.

Il primo tassello a partire è proprio la realizzazione del nuovo sistema di irrigazione, un’opera affidata a un raggruppamento temporaneo di imprese (Consorzio Stabile Ganosis, Vivai Antonio Marrone e Hera restauri srl) per un valore di circa 2,7 milioni di euro (a fronte di una base d’asta di 4 milioni).

Acqua “intelligente” per un giardino storico

Ma come sarà il nuovo impianto? Niente a che vedere con le obsolete condotte attuali.

“Gran parte della vegetazione oggi non è raggiunta dalla rete, che è vetusta e ha un impatto ambientale significativo”, spiegano dalla direzione della Reggia.
Il nuovo progetto prevede un sistema duale: una rete di adduzione primaria che fungerà da “spina dorsale” e una distribuzione secondaria capillare, pensata per raggiungere ogni angolo del parco. Il vero elemento di svolta, però, è la tecnologia. L’impianto sarà infatti dotato di sensori e sistemi di monitoraggio da remoto.

Il Parco 4.0: gestione da remoto e risparmio idrico

La sostenibilità è la stella polare dell’intervento. Grazie a sonde per l’umidità del suolo e pluviometri, l’irrigazione non sarà più a orari fissi, ma si attiverà solo quando e dove servirà, “personalizzando” l’apporto idrico in base alle esigenze delle diverse specie vegetali. In caso di perdite o guasti, il sistema di controllo a distanza permetterà di intervenire tempestivamente su portate e pressione, garantendo un notevole risparmio di energia e della risorsa idrica, preziosa e sempre più scarsa.

Cantieri aperti (ma il pubblico non si ferma)

Chi teme di trovare cancelli chiusi e transenne può tirare un sospiro di sollievo. La Reggia ha scelto la linea della trasparenza e della fruibilità: i grandi cantieri del Parco reale operano a museo aperto. Gli scavi e le installazioni delle nuove tubazioni, in corso in queste settimane in molte aree del Parco e del Giardino Inglese, non impediranno alle migliaia di visitatori quotidiani di godere della bellezza del paesaggio.

“È una scelta precisa – sottolineano dall’Istituto – per assicurare al nostro Museo verde un futuro più sostenibile, senza negarlo alle generazioni presenti”.

Non solo irrigazione: al via anche il restauro delle fontane

Parallelamente ai lavori per l’impianto, sono già partiti gli interventi su un’altra delle quattro componenti progettuali del Pnrr: il restauro delle Fontane monumentali che animano la celebre via d’acqua. L’obiettivo è duplice: ridare splendore ai giochi d’acqua vanvitelliani e consegnare alle generazioni future un ecosistema storico più sano e vitale.
Il cronoprogramma è serrato: la conclusione dei lavori per il nuovo impianto di irrigazione è fissata al 31 agosto. Una data che segnerà l’inizio di una nuova vita per il polmone verde della Reggia.

Il PNRR non finanzia solo il patrimonio culturale: fondi importanti sono destinati anche alla digitalizzazione delle imprese del territorio. Per le PMI casertane che vogliono cogliere questa opportunità, investire nella presenza online è il primo passo verso la trasformazione digitale.

Salerno, arsenale in casa: pistole, giubbotti antiproiettile e banconote false

Armi clandestine, giubbotti antiproiettile, passamontagna e anche banconote false. È quanto la Squadra Mobile di Salerno ha trovato nella disponibilità di R.G., arrestato con l’accusa di detenzione di armi clandestine, detenzione abusiva di munizionamento, ricettazione, detenzione di denaro falso e possesso di oggetti atti ad offendere.

L’uomo è finito in manette al termine di una perquisizione personale e domiciliare condotta dagli agenti della polizia di Stato, che hanno portato alla luce un vero e proprio arsenale custodito nell’abitazione.

Quattro pistole e decine di cartucce

Nel corso dei controlli gli investigatori hanno sequestrato quattro pistole. Tra queste un revolver calibro .357 Magnum con matricola abrasa, una pistola semiautomatica calibro .22 e due pistole a salve, repliche rispettivamente della Beretta 85 FS e della Beretta 84, entrambe modificate e rese idonee allo sparo.

Complessivamente sono state recuperate 77 cartucce di vario calibro, detenute illegalmente.

Giubbotti antiproiettile, passamontagna e strumenti per la droga

La perquisizione ha permesso di rinvenire anche due giubbotti antiproiettile appartenenti a un istituto di vigilanza, un passamontagna, una busta di plastica con residui di cocaina e due bilancini di precisione, elementi che gli investigatori stanno ora valutando nell’ambito degli accertamenti.

Tra gli oggetti sequestrati anche un manganello artigianale con fusto in metallo.
Mille euro falsi e uno scooter rubato

Nel corso dell’operazione gli agenti hanno inoltre trovato dieci banconote da 100 euro false, per un totale di mille euro contraffatti.

Sequestrato infine uno scooter risultato provento di furto, ulteriore elemento che ha aggravato la posizione dell’indagato.
Le indagini proseguono per accertare la provenienza delle armi e degli altri materiali rinvenuti.

Caso Paragon, depositata la consulenza tecnica sui telefoni spiati: nel mirino giornalisti e attivisti

Il caso Paragon entra in una fase cruciale. Nei giorni scorsi è stata consegnata alle procure di Roma e Napoli la consulenza tecnica al centro dell’indagine sullo spionaggio tramite spyware. Gli accertamenti, classificati come irripetibili — una dicitura tecnica che ne sottolinea l’unicità e l’importanza probatoria — sono stati condotti dalla Polizia Postale congiuntamente a un collegio di docenti universitari specializzati in informatica forense.

Chi è stato spiato: giornalisti e attivisti nel mirino

Sotto la lente degli esperti sono finiti i telefoni di sette persone, tutte indicate come parti lese nell’indagine. Tra i giornalisti figurano il fondatore di Dagospia Roberto D’Agostino, la reporter olandese Eva Vlaardingerbroek e i direttori Francesco Cancellato e Ciro Pellegrino. Accanto a loro, tre figure legate al mondo dell’attivismo umanitario: Luca Casarini e Giuseppe Caccia, di Mediterranea Saving Humans, e don Mattia Ferrari, cappellano della stessa ong.

La “firma” digitale dello spyware

Il cuore tecnico della consulenza risiede nella ricerca di un’impronta digitale: un codice alfanumerico univoco che possa ricondurre con certezza all’utilizzo dello spyware di Paragon sui dispositivi analizzati. L’individuazione di questa firma rappresenterebbe la prova concreta che i telefoni delle sette persone siano stati effettivamente compromessi, e costituirebbe un elemento decisivo per l’accusa.

I reati contestati e l’indagine contro ignoti

Al momento le procure procedono contro ignoti. Il fascicolo comprende una serie di ipotesi di reato gravi: accesso abusivo a sistemi informatici e i reati previsti dall’articolo 617 del codice penale, che punisce l’intercettazione illecita di comunicazioni telefoniche e l’installazione abusiva di apparecchiature di sorveglianza. Un quadro normativo che delinea scenari di spionaggio sistematico e organizzato.

I vertici dei servizi segreti ascoltati come testimoni

Nell’ambito delle indagini i magistrati hanno ascoltato come testimoni i massimi vertici dell’intelligence italiana. Sono stati sentiti Giovanni Caravelli, direttore dell’Aise (Agenzia per la sicurezza esterna), e Bruno Valensise, direttore dell’Aisi (Agenzia per la sicurezza interna). La loro audizione conferma quanto l’inchiesta si muova in territori delicatissimi, a cavallo tra giornalismo, attivismo e apparati dello Stato.

La Madonna del Latte riacquista il suo antico fascino, incantando la comunità locale

Firenze svela un tesoro nascosto del Trecento: l’affresco della Madonna del Latte torna a vivere nella chiesa di Sant’Ambrogio! #ArteRinascimentale #PatrimonioFirenze #RestauroItaliano

Immaginate di passeggiare per le antiche strade di Firenze, dove ogni angolo racconta una storia secolare. Proprio qui, nella chiesa di Sant’Ambrogio, un affresco dimenticato dal tempo è stato riportato alla sua antica gloria, offrendo ai visitatori un’opportunità unica di connettersi con il passato. Si tratta della raffigurazione della Madonna del Latte con il Bambino, affiancata dai santi Giovanni Battista e Bartolomeo, e con Sant’Ambrogio in basso, un’opera che ora brilla con colori vividi e dettagli nitidi grazie a un recente restauro meticoloso.

Questo intervento, coordinato da esperti locali sotto la guida della Soprintendenza e sostenuto da una fondazione dedicata alla conservazione del patrimonio artistico, ha trasformato un pezzo di storia malconcio in un simbolo vibrante della Firenze medievale. L’opera, che risale al Trecento, era legata alla vita quotidiana delle monache benedettine che un tempo abitavano il quartiere, contribuendo al suo sviluppo e alla sua identità culturale. Attraverso questo restauro, non stiamo solo ammirando un dipinto, ma stiamo riscoprendo come l’arte abbia plasmato le comunità fiorentine, intrecciando fede, arte e vita sociale in un unico tessuto narrativo.

Le radici storiche di un capolavoro locale

La storia di questo affresco è un viaggio attraverso i secoli, con attribuzioni che hanno affascinato gli studiosi per generazioni. Inizialmente associato alla scuola di Giotto, poi a maestri come Orcagna, Spinello Aretino e Agnolo Gaddi, oggi è collegato al pittore Matteo di Pacino, attivo nella Firenze del XIV secolo. Questa evoluzione nelle interpretazioni non fa che arricchire il mistero dell’opera, che rappresenta non solo un’icona religiosa, ma anche un riflesso del culto ambrosiano in una chiesa che ha visto nascere interi quartieri. Per chi vive qui, è un promemoria di come Firenze non sia solo una città di monumenti famosi, ma un mosaico di storie locali che parlano di comunità resilienti e di un’eredità condivisa.

Come ha evidenziato uno storico dell’arte coinvolto nel progetto, il restauro ha permesso di confrontare l’affresco con altre opere di Matteo di Pacino, offrendo nuovi spunti sulla pittura fiorentina di quel periodo. È un’opportunità per riflettere su come queste creazioni non siano solo belle da vedere, ma anche chiavi per comprendere le dinamiche sociali e culturali di un’epoca lontana, rendendo il quartiere di Sant’Ambrogio un vero museo a cielo aperto.

Il restauro: un atto di cura per il futuro

Il processo di restauro ha affrontato le cicatrici del tempo con delicatezza, rimuovendo strati di imbiancatura accumulati nei secoli e riparando i danni di interventi passati, inclusa una strappatura negli anni ’60. La restauratrice al lavoro ha descritto l’operazione come un equilibrato atto di conservazione, che ha ripristinato l’armonia dell’opera senza alterarne la storia autentica. “È stato un privilegio lavorare su questa pittura straordinaria”, ha confessato, “Spero che chi entrerà in chiesa possa coglierne appieno la bellezza e l’intensità”.

Le reazioni della comunità sono state entusiastiche, con figure locali che sottolineano l’importanza simbolica dell’affresco. Il parroco della chiesa, ad esempio, ha parlato di come questa immagine dell’allattamento rappresenti una profonda connessione con temi spirituali, evocando il mistero dell’Incarnazione e la tradizione della maternità sacra. “La Madonna del Latte è una vera sintesi visiva di Scrittura ed esegesi medievale”, ha osservato, invitando i fedeli a vedere in essa non solo arte, ma un ponte tra passato e presente. Anche la fondazione che ha supportato il progetto ha espresso gratitudine per la collaborazione, dichiarando: “Restituiamo alla comunità un tassello fondamentale del Trecento fiorentino”. Infine, lo storico coinvolto ha aggiunto: “Il restauro ha permesso un confronto più preciso con le opere attribuite a Matteo di Pacino, grazie alla migliore leggibilità delle figure e delle tecniche esecutive”.

In definitiva, questo restauro non è solo un trionfo per l’arte, ma un richiamo al valore del patrimonio locale in una città come Firenze, dove ogni intervento del genere rafforza il legame tra i residenti e la loro storia. Ora, con l’affresco di nuovo in bella vista, i visitatori possono sperimentare direttamente come queste opere continuino a ispirare, educare e unire la comunità, assicurandosi un posto duraturo nella memoria collettiva della città.

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Esperti di UFO: nel 2026 la verità sarà svelata grazie ai whistleblower

Un’epoca di rivelazioni

Immaginate di essere seduti su una panchina in un parco, quando all’improvviso un gruppo di persone inizia a discutere animatamente di avvistamenti di UFO. Le loro voci si alzano, e mentre ascoltate, vi rendete conto che non stiamo parlando di fantasie, ma di eventi che potrebbero cambiare la nostra comprensione del mondo. Questa scena, che potrebbe sembrare un film di fantascienza, potrebbe diventare realtà nei prossimi anni, secondo esperti di UFO.

Cosa sappiamo davvero

  • Attività dei whistleblower: Secondo quanto riferito, ci sono segnalazioni crescenti di whistleblower che parlano di prove concrete riguardanti UFO e vita extraterrestre.
  • Copertura mediatica: Un’ondata di interesse mediatico e indagini governative ben pubblicizzate hanno creato un clima di attesa per una possibile rivelazione.
  • Scadenza nel 2026: Esperti affermano che il 2026 potrebbe essere l’anno in cui finalmente avremo una trasparenza totale su questi argomenti.
  • Il consenso tra gli esperti: Molti specialisti nel campo sono d’accordo nel dire che le prove stanno cominciando a allinearsi.

Cosa resta da chiarire

Nonostante le affermazioni entusiastiche, resta da chiarire quali siano le specifiche prove e testimonianze che porteranno a questa tanto attesa divulgazione. Inoltre, è fondamentale comprendere come le istituzioni governative risponderanno a tali rivelazioni e quali implicazioni avranno sulla società.

Un’opinione personale

Personalmente, trovo affascinante l’idea che potremmo finalmente ottenere risposte su domande che ci poniamo da decenni. La curiosità umana è insaziabile, e il mistero degli UFO ha alimentato teorie e discussioni per generazioni. Tuttavia, è importante mantenere un approccio critico e scettico, aspettando prove concrete prima di esprimere giudizi definitivi.

Un ricordo di chi segue questa storia

Chi segue questa storia ricorderà le tante volte in cui abbiamo sentito promesse di rivelazioni imminenti, spesso seguite da delusioni. La cautela è d’obbligo, ma l’attuale fervore mediatico potrebbe davvero segnare l’inizio di una nuova era nella nostra comprensione dell’universo.


Fonte: Science & tech | Mail Online — https://www.dailymail.co.uk/sciencetech/article-15428851/Top-UFO-experts-reveal-whistleblower-activity-finally-bring-disclosure-2026-evidence-aligning.html?ns_mchannel=rss&ns_campaign=1490&ito=1490

Il mosaico degli amanti: un cold case finalmente restituito a Pompei

Un mosaico erotico viaggiato nel tempo: da guerra mondiale a casa nelle Marche, un trionfo per l’Italia #PatrimonioItaliano #StoriaRecuperata #Archeologia

Immaginate un pezzo di storia antica, un mosaico carico di scene intime e misteriose, che scivola via tra le mani di un soldato durante i tumulti della Seconda Guerra Mondiale. Ora, dopo decenni di silenzi e spostamenti segreti, questo tesoro è tornato in Italia, rivelando una trama che intreccia arte, indagini e un tocco di destino. Come cronista del territorio, so bene quanto questi racconti risveglino l’orgoglio locale, mostrando come il passato non sia mai davvero sepolto, ma attenda solo il momento giusto per riemergere.

La storia inizia in un’Italia dilaniata dal conflitto, quando un capitano tedesco, impegnato nelle linee di rifornimento nel 1943 e 1944, prese con sé un mosaico che non gli apparteneva. Lo donò a un amico in Germania, e lì rimase per anni, custodito da una famiglia che, nel 2025, decise di fare la cosa giusta: restituirlo allo Stato italiano. All’inizio, senza indizi chiari sulla sua origine, le autorità culturali lo assegnarono al Parco archeologico di Pompei, attirate dalle somiglianze stilistiche con i tesori vesuviani. Ma, come spesso accade in questi casi, la verità era più complessa e lontana.

Le indagini che svelano il vero passato

Quello che sembrava un capitolo pompeiato si è trasformato in una caccia al dettaglio, grazie al lavoro instancabile di esperti. Ricercatori del Parco archeologico di Pompei e dell’Università del Sannio hanno approfondito le analisi, scoprendo che il mosaico non aveva nulla a che fare con le spiagge di sabbia vulcanica. Studi archeometrici hanno indicato una provenienza dalla regione laziale, con un commercio che si estendeva ben oltre i confini locali, raggiungendo aree come le Marche, la Campania e persino la Puglia. Poi, un incontro fortuito durante una presentazione nel 2025 ha cambiato tutto: un’archeologa di origini marchigiane ha collegato il pezzo a una villa romana a Rocca di Morro, una frazione del Comune di Folignano, dove era stato registrato già alla fine del Settecento.

Questa scoperta non è solo un trionfo accademico, ma un riflesso delle dinamiche locali che animano il nostro patrimonio. Nelle Marche, comunità come quella di Folignano vedono in questo mosaico un legame profondo con la loro identità, un promemoria di come l’antica Roma abbia lasciato impronte durature. E non dimentichiamo le tracce storiche: un pittore e archeologo locale, Giulio Gabrielli, aveva già catturato l’essenza del mosaico in un taccuino del 1868, conservato nella biblioteca di Ascoli Piceno, descrivendo la scena come un addio malinconico tra figure avvolte in drappi e monete.

Le reazioni da parte delle istituzioni sottolineano l’importanza di questi recuperi. Come dichiarato dal ministro della Cultura, “La ricostruzione della vicenda di questo mosaico dimostra come la tutela del patrimonio culturale non si esaurisca nel recupero materiale dell’opera, ma prosegue con lo studio rigoroso, la verifica scientifica e la restituzione della verità storica. Il lavoro congiunto del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, dei funzionari del Ministero della Cultura, del Parco archeologico di Pompei e delle Università coinvolte ha consentito di ricollocare correttamente il mosaico nel suo contesto originario, una villa romana nelle Marche. Ogni bene trafugato e riportato in Italia rappresenta un frammento della nostra identità che torna alla collettività”. Queste parole riecheggiano il senso di comunità, invitando a riflettere su come il patrimonio non sia solo arte, ma un filo che cuce insieme le storie delle nostre terre.

Dal canto suo, il sindaco di Folignano ha espresso un entusiasmo contagioso: “Questa vicenda restituisce a Folignano un frammento prezioso della propria memoria e rafforza il legame profondo tra la nostra comunità e la sua storia più antica – afferma il sindaco di Folignano, Matteo Terrani. Il fatto che l’opera provenga da una villa romana di Rocca di Morro dà nuovo valore a un luogo simbolico che è parte fondamentale della nostra identità. Come amministrazione stiamo lavorando, insieme ad appassionati e volontari, per promuovere iniziative di valorizzazione del sito. Nelle prossime settimane ci recheremo a Pompei per poter visionare il mosaico e incontrare il direttore del Parco archeologico Gabriel Zuchtriegel, che ringrazio per la disponibilità e la professionalità, con l’obiettivo di avviare un dialogo costruttivo e nuove prospettive di collaborazione”. Intanto, il sindaco di Ascoli Piceno guarda avanti: “Nelle more di valutare, insieme alla comunità e agli enti locali del territorio di provenienza future iniziative di valorizzazione (per esempio tramite una mostra) – aggiunge il sindaco di Ascoli Piceno, Marco Fioravanti – i risultati delle ricerche sono presentati nell’e-journal degli scavi di Pompei pubblicato oggi con la soddisfazione che grazie al lavoro interdisciplinare di Carabinieri, funzionari del Ministero della Cultura, archeologi e archeologhe nonché ricercatori e ricercatrici specializzati nell’archeometria, si è riusciti a ricostruire una vicenda travagliata con un lieto fine”.

Infine, il direttore del Parco archeologico di Pompei celebra l’impresa: “Grande lavoro di squadra, ricostruire la storia è team work e questo è un esempio di come la dedizione, la professionalità e la passione portano a scoperte inattese non solo a Pompei, ma anche in siti meno noti ma non meno importanti per comprendere e valorizzare il patrimonio classico in tutta la penisola – dichiara il direttore del Parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel – Grazie alle ultime ricerche emerge una produzione specializzata laziale che esporta mosaici preziosi, realizzati presumibilmente in notevoli quantità, in territori come le Marche, Campania e Puglia; una scoperta di grande interesse non solo per la storia dell’arte romana, ma anche per la storia economica del mondo romano”. Questa vicenda, con le sue sfumature di mistero e riscatto, ci ricorda quanto il nostro territorio sia un mosaico vivente di storie, pronte a ispirare e unire generazioni.

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Caso Monaldi, l’affondo di Martusciello: «Iervolino chiarisca il trasferimento della moglie di Oppido»

Scoppia la bufera politica sulla gestione del personale all’ospedale Monaldi di Napoli. Al centro delle critiche di Fulvio Martusciello, coordinatore regionale di Forza Italia, c’è il passaggio della moglie del dottor Oppido dal Santobono all’Azienda dei Colli. Il leader azzurro punta l’indice contro il nulla osta che ha permesso alla professionista, originariamente assunta presso l’ospedale pediatrico, di approdare nello stesso reparto in cui operava il marito.

Conflitto d’interessi e controlli post-operatori

Secondo Martusciello, la criticità non risiederebbe solo nella vicinanza familiare, ma nelle mansioni specifiche assegnate alla dottoressa.

“Si tratta di una cardiologa assegnata a un reparto di cardiochirurgia”, incalza l’esponente di Forza Italia, sottolineando come il compito della donna fosse quello di seguire i pazienti nella fase post-operatoria. In sostanza, la professionista si sarebbe trovata a monitorare l’esito degli interventi eseguiti proprio dal marito chirurgo, una circostanza definita “inopportuna fin dall’inizio”.

Il recente spostamento in cardiologia pediatrica

La vicenda ha subito una recente accelerazione con il trasferimento della dottoressa presso il reparto di cardiologia pediatrica. Per Martusciello, questa mossa rappresenta una sorta di ammissione implicita dell’errore commesso in precedenza: “Se oggi si è ritenuto necessario questo spostamento, significa che è stata finalmente compresa l’anomalia della precedente assegnazione”.

L’appello alla Direzione Generale

Il segretario di Forza Italia chiama ora in causa direttamente i vertici dell’Azienda Ospedaliera dei Colli. L’invito rivolto alla direttrice generale, Anna Iervolino, è quello di fare piena luce sulle dinamiche che hanno portato al primo trasferimento, chiedendo di rendere note le valutazioni tecniche e amministrative che, all’epoca, resero possibile la coabitazione professionale dei due coniugi nello stesso reparto specialistico.

Droga in auto a Casal di Principe: 20enne arrestato con 35 dosi di hashish

I carabinieri bloccano un’auto sospetta in via Vaticale: 42 grammi di stupefacenti e 330 euro di proventi. Un 19enne denunciato. Colpo al piccolo spaccio che infesta i giovani della Terra dei Fiamma.

Il controllo che svela il traffico

Nella mattinata di oggi, giovedì 5 marzo 2026, i carabinieri della Sezione Radiomobile della Compagnia di Casal di Principe sono entrati in azione in via Vaticale, una strada periferica dove il traffico di droga spesso si nasconde tra le pieghe della vita quotidiana. L’operazione ha portato all’arresto di un 20enne di Casapesenna, identificato come presunto responsabile di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Contestualmente, un 19enne del posto è stato denunciato in stato di libertà.

L’intervento è scattato intorno alle ore 10, quando i militari dell’Arma, impegnati in un servizio di prevenzione mirato alle piazze di spaccio locali, hanno notato un’auto Lancia Y con a bordo due giovani dall’atteggiamento nervoso. Il conducente, il 19enne di Casal di Principe, ha immediatamente attirato l’attenzione per movimenti frenetici e sguardi sfuggenti, tipici di chi sa di avere qualcosa da nascondere.

La perquisizione e il bottino

I carabinieri non hanno esitato: hanno fermato il veicolo e proceduto a un controllo approfondito. L’atteggiamento sospetto dei due occupanti ha indotto i militari a una perquisizione veicolare immediata, che ha rivelato il nascondiglio perfetto per un’attività illecita.

All’interno di un borsello intestato al 20enne, gli agenti hanno rinvenuto 35 dosi di hashish, prontamente confezionate per la vendita, per un peso complessivo di circa 42 grammi. Non solo: nel medesimo borsello sono stati sequestrati 330 euro in contanti, somma ritenuta provento dell’attività di spaccio. Un quadro che dipinge un meccanismo consolidato di micro-tráfico, alimentato da giovani reclutati nelle periferie casertane.

La sostanza stupefacente e il denaro sono stati posti sotto sequestro penale, mentre il 20enne è stato tratto in arresto e collocato agli arresti domiciliari in attesa del giudizio di convalida dinanzi all’autorità giudiziaria competente. Il 19enne, invece, è stato denunciato a piede libero per gli stessi reati, con le indagini che proseguono per chiarire il suo ruolo esatto nell’episodio.

Contesto e lotta allo spaccio giovanile

Casal di Principe, cuore della Terra dei Fiamma, continua a essere teatro di battaglie silenziose contro lo spaccio di stupefacenti, un male che colpisce soprattutto i più giovani, spesso preda di reti criminali più ampie. Questo arresto arriva in un momento critico: negli ultimi mesi, i carabinieri della locale Compagnia hanno intensificato i controlli stradali, colpendo decine di pusher e sequestrando chilogrammi di hashish e marijuana.

L’operazione odierna sottolinea l’efficacia del lavoro di prossimità della Radiomobile, che intercetta il piccolo spaccio “al dettaglio” prima che si trasformi in qualcosa di più pericoloso. I due giovani coinvolti, entrambi under 25, rappresentano il volto tragico di un fenomeno che erode il tessuto sociale: ragazzi di Casapesenna e Casal di Principe, zone segnate da disoccupazione e ombre camorristiche, finiscono intrappolati in un ciclo di illegalità facile e immediato.

Le indagini proseguiranno per verificare eventuali collegamenti con reti più strutturate, ma già ora l’episodio manda un messaggio chiaro: i carabinieri non abbassano la guardia. La convalida dell’arresto, prevista nelle prossime ore, dirà se il 20enne opporrà una difesa o rivelerà dettagli preziosi.

Napoli, Scacco all’Abusivismo: Sequestrato Parcheggio da 3.500 Metri Quadri

Napoli– Un’area vasta quanto mezzo campo da calcio, trasformata in un’autorimessa a cielo aperto senza alcuna autorizzazione né tutela per l’ambiente. È quanto scoperto dagli agenti della Polizia Locale di Napoli in via Emilio Scaglione, dove un’operazione del reparto Iaes (Investigativa Ambientale ed Emergenza Sociale) ha portato al sequestro di un’area di circa 3.550 metri quadrati.

Il blitz in Via Scaglione: rischio disastro ambientale

Al momento dell’irruzione dei caschi bianchi, nel piazzale erano parcheggiate circa 100 autovetture, presumibilmente appartenenti a pendolari che utilizzano la metropolitana collinare. L’attività, tuttavia, è risultata completamente priva dei sistemi necessari per la gestione delle acque di prima pioggia e di dilavamento.

Senza appositi impianti di filtraggio, sostanze pericolose come idrocarburi e oli esausti rischiavano di infiltrarsi direttamente nel sottosuolo, minacciando le falde acquifere. Per questo motivo, la titolare dell’area è stata denunciata per reati ambientali in violazione del Testo Unico Ambientale e dei regolamenti regionali.

Sgombero lampo: 36 ore per liberare l’area

Il Pubblico Ministero di turno ha adottato una linea di massima fermezza, disponendo lo sgombero totale del sito. Proprietari dei veicoli e gestori avranno un termine tassativo di 36 ore per liberare l’area da persone e cose, prima che il sequestro diventi operativo a tutti gli effetti con il blocco degli accessi.

“Alto Impatto” al Rione Sanità: tolleranza zero

Parallelamente, la Polizia Municipale, in collaborazione con la Polizia di Stato, ha setacciato le strade del Rione Sanità nell’ambito di un’operazione “Alto Impatto”. L’obiettivo: restituire decoro al quartiere contrastando la sosta selvaggia e il racket dei parcheggiatori abusivi.

Il bilancio dell’intervento sul territorio è significativo:

12 veicoli rimossi forzatamente con il carro attrezzi;

2 parcheggiatori abusivi denunciati e colpiti da ordine di allontanamento;

28 sanzioni per violazioni al Codice della Strada;

1 sequestro di un veicolo privo di assicurazione.

L’operazione si inserisce nel più ampio piano di contrasto al degrado urbano che sta interessando diversi punti nevralgici della città, dalla periferia al centro storico

Barra, pistola con matricola abrasa e 350 grammi di cocaina rosa nascosti nell’armadio: arrestato 20enne

Proseguono i servizi straordinari disposti dalla Questura di Napoli per contrastare la diffusione illegale di armi e il traffico di sostanze stupefacenti sul territorio cittadino.

Nell’ambito di queste attività, nella mattinata di ieri gli agenti della Squadra Mobile hanno arrestato un 20enne napoletano, ritenuto responsabile di detenzione illegale di arma comune da sparo con relativo munizionamento e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti.

Il controllo nell’abitazione

L’intervento è scattato durante una serie di controlli mirati effettuati nel quartiere Barra. I poliziotti si sono recati presso l’abitazione del giovane per una perquisizione domiciliare.

Nel corso delle verifiche, all’interno di un armadio della camera da letto, gli agenti hanno scoperto un piccolo arsenale e una consistente quantità di droga, accuratamente occultati.

La pistola con matricola abrasa e la droga

Nel mobile sono stati rinvenuti una pistola marca Ruger con matricola abrasa, dotata di caricatore con due cartucce, oltre a 57 proiettili calibro 9×21.

Durante la perquisizione sono stati inoltre sequestrati sette involucri contenenti circa 350 grammi di “cocaina rosa”, un bilancino di precisione e diverso materiale utilizzato per il confezionamento delle dosi.

Alla luce di quanto emerso, il giovane è stato arrestato dagli agenti della Squadra Mobile e posto a disposizione dell’autorità giudiziaria. L’operazione si inserisce nelle attività di contrasto alla diffusione di armi clandestine e allo spaccio di droga nei quartieri della zona orientale di Napoli.

Camorra al rione Sanità: commercianti costretti a pagare «la settimana» al clan

Se la droga rappresenta l’ossigeno finanziario per il clan Savarese-Mazzarella, l’estorsione ai commercianti è lo strumento con cui l’organizzazione ribadisce, ogni giorno, chi comanda sul territorio. Dalle pagine dell’ordinanza firmata dal GIP Simona Capasso emerge un sistema di “tassazione criminale” spietato, che non risparmia nessuno: dal piccolo bottegaio al gestore della piazza di spaccio.

La “Settimana”: la tassa sull’esistenza

Il termine ricorrente nelle intercettazioni è la “settimana”. Non si tratta di un contributo saltuario, ma di una quota economica periodica imposta a chiunque svolga un’attività lucrativa nel quadrilatero della Sanità.

Per il clan, l’estorsione ha una doppia valenza:

Economica: Garantisce entrate fisse per le “mesate” ai detenuti.

Politico-Criminale: Il pagamento del pizzo è l’atto di sottomissione con cui il commerciante riconosce l’autorità del “Sistema” rispetto a quella dello Stato.

Il paradosso di Salvatore Verdicchio: lo spacciatore estorto

Uno degli aspetti più emblematici dell’inchiesta riguarda la posizione di Salvatore Verdicchio. Nonostante fosse un elemento di spicco nella vendita di marijuana e hashish, Verdicchio non era esente dal pizzo.

Le ambientali registrate con Vincenzo Peluso svelano uno sfogo amaro. Verdicchio ammette di essere sotto scacco: per poter mantenere la sua piazza di spaccio “itinerante”, deve versare regolarmente una quota al clan Savarese. L’emissario incaricato di riscuotere i soldi, secondo le indagini, sarebbe un soggetto identificato come La Salvia.

“Vendo marijuana da una vita, ma qui i costi sono diventati insostenibili”, è il senso delle lamentele catturate dalle microspie. Un paradosso criminale: persino chi avvelena le strade deve pagare il “permesso di soggiorno” alla cupola locale.

Metodi di riscossione e linguaggio del terrore

Le modalità di riscossione documentate dagli agenti dei Commissariati Vicaria e Decumani seguono il protocollo classico della camorra urbana:

L’avvicinamento: Raramente si ricorre subito alla violenza esplosiva. Si preferisce la “visita” garbata ma ferma, spesso nei periodi caldi come Natale, Pasqua o Ferragosto (le canoniche scadenze del pizzo).

I “messaggeri”: Soggetti come Matrone e Amodio, già coinvolti nei trasporti di droga, venivano spesso utilizzati per recapitare “imbasciate” o per ricordare le scadenze ai morosi.

La minaccia velata: Nelle intercettazioni non si parla quasi mai di pistole. Si discorre di “mettersi a posto”, di “dare un pensiero ai compagni carcerati” o di “rispettare chi sta in mezzo alla via”.

Un quaartiere che prova a resistere

L’inchiesta dipinge un quadro di pressione asfissiante. Molti commercianti, stretti tra i debiti e la paura, finiscono per considerare il pizzo come una “tassa d’esercizio” inevitabile. Tuttavia, proprio i riscontri di polizia giudiziaria e gli arresti in flagranza raccontano di uno Stato che sta provando a smontare questa architettura del terrore, partendo proprio dai flussi di denaro che alimentano i clan.

L’operazione contro i Sequino-Savarese-Mazzarella non ha solo tolto centinaia di dosi dalle strade, ma ha scoperchiato un sistema integrato dove droga ed estorsioni sono due facce della stessa medaglia: quella di un controllo militare del territorio che non lascia spazio alla legalità.

Domenico, la famiglia: «L’abbraccio al funerale ci fa sentire meno soli»

Attraverso la pagina Facebook della neonata Fondazione Domenico Caliendo, i genitori hanno voluto esprimere una profonda gratitudine verso chi è stato loro vicino. Le loro parole descrivono uno strazio che non conosce confini, ma che ha trovato un inaspettato rifugio nella solidarietà collettiva.

“La vostra presenza, il vostro affetto e le vostre preghiere sono stati un sostegno prezioso”, si legge nel comunicato. Questo corale abbraccio ha permesso ai familiari di sentirsi meno soli nel buio di questi giorni. Il ricordo di tale vicinanza, assicurano, rimarrà per sempre nei loro cuori.

La tragedia al Monaldi

Per comprendere la portata di questo lutto è necessario riavvolgere il nastro fino al drammatico 21 febbraio. Il bambino era in cura presso la struttura partenopea in attesa di un organo compatibile. L’illusione di una nuova vita era legata a un delicato intervento chirurgico che tutta la famiglia attendeva con ansia e speranza.

Purtroppo, il cuore ricevuto in donazione presentava delle lesioni che non hanno permesso al corpo di reggere il decorso post-operatorio. Una simile dinamica clinica ha trasformato una giornata di potenziale rinascita in un incubo senza ritorno.

L’ultimo saluto a Nola

Ieri la cattedrale di Santa Maria Assunta a Nola si è riempita di lacrime e commozione per l’estremo saluto al bambino. La città intera si è fermata per stringersi attorno ai genitori con un rispetto silenzioso e fortemente partecipato.

Tra le navate della chiesa era presente anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, arrivata per testimoniare la vicinanza dello Stato in un momento tanto straziante. Ora bisognerà chiarire i contorni medici della vicenda per capire cosa sia andato storto nel protocollo di verifica dell’organo. Nel frattempo resta solo il vuoto incolmabile lasciato da una giovane vita spezzata troppo presto.

La Floridiana e il Vomero romantico dell’Ottocento

Nel cuore verde del Vomero, tra panorami mozzafiato e viali ombrosi, la Villa Floridiana emerge come un simbolo dell’eleganza romantica del XIX secolo. Questa straordinaria combinazione di arte, natura e memoria storica racconta non solo la vicenda di una residenza reale, ma anche l’evoluzione culturale e urbana di uno dei quartieri più affascinanti della maggiore area urbana del sud Italia.

Un dono reale e il gusto romantico: origini e paesaggio

La storia della Villa Floridiana comincia agli inizi dell’Ottocento, quando Ferdinando I delle Due Sicilie, re borbonico, acquistò la proprietà collinare sul Vomero per donarla come residenza estiva alla sua moglie morganatica, Lucia Migliaccio, duchessa di Floridia. L’edificio fu completamente ristrutturato tra il 1817 e il 1819 su progetto dell’architetto Antonio Niccolini, secondo i canoni del neoclassicismo allora in voga.

La villa è circondata da un ampio parco in stile romantico all’inglese, caratterizzato da sentieri sinuosi, alberate imponenti e aree di vegetazione curate con una grande varietà di specie botaniche, tra cui camelie, pini e ginkgo biloba, grazie all’intervento del direttore dell’Orto Botanico di Napoli, Friedrich Dehnhardt.

La concezione dell’area verde non fu solo estetica, ma nasceva da un intendimento romantico: il giardino doveva suscitare emozioni, invitare alla contemplazione e offrire improvvisi scorci panoramici sul Golfo e sul Vesuvio che riflettessero l’anima più intima del paesaggio europeo dell’epoca.

Emozioni nel verde: architetture, belvedere e simboli

Il parco della Floridiana è un vero e proprio teatro romantico all’aperto. Oltre ai viali e alle aiuole, si incontrano elementi architettonici come il tempietto ionico e il piccolo teatro della Verzura, un anfiteatro naturale incastonato nel verde, che combinano scenografie classiche e il fascino della natura spontanea.

All’interno dei giardini si trovano anche laghetti ornamentali, grotte artificiali e statue neoclassiche, con figure mitologiche e allegoriche sparse tra le ombre e le luci dei sentieri.

L’esposizione stessa del parco, situato a circa 250 metri di altitudine, regala punti panoramici straordinari sul Golfo, la città bassa, la Penisola Sorrentina e le isole del Golfo (Capri, Ischia) nei giorni più sereni, spesso impreziositi dalla luce dorata del tramonto che ne amplifica l’atmosfera romantica.

Dalla residenza reale al Museo Duca di Martina

Con il passare del tempo e la trasformazione politico-sociale dell’Italia, la Floridiana cessò di essere una dimora privata. Nel 1919 la villa fu acquistata dallo Stato e, a partire dal 1927, divenne sede del Museo Duca di Martina, dedicato alle arti decorative e alla ceramica.

La collezione, donata alla città di Napoli dai discendenti del Duca di Martina, Placido de Sangro, comprende oltre seimila opere tra porcellane europee del XVIII secolo, maioliche, vetri, avori e reperti orientali risalenti a epoche storiche diverse, dal XII al XIX secolo.

Nel 2026 il museo ha celebrato un secolo di storia, con eventi dedicati alla memoria del collezionismo e alla valorizzazione del patrimonio artistico custodito tra le sale neoclassiche della villa.

Avellino, droni in volo sul carcere: la Polizia Penitenziaria li intercetta

Avellino – Le mura del carcere di Avellino non sono più un ostacolo insuperabile per il narcotraffico, ma la barriera della sorveglianza umana ha retto l’urto. Nella serata di ieri, un’operazione tempestiva della Polizia Penitenziaria ha impedito che un ingente quantitativo di sostanze stupefacenti entrasse illegalmente nell’istituto attraverso l’uso di droni.

L’intercettazione notturna

Il tentativo di infiltrazione è scattato col favore del buio. I velivoli a pilotaggio remoto sono stati avvistati mentre sorvolavano il perimetro della casa circondariale, pronti a sganciare il carico destinato ai detenuti. L’allerta è scattata immediatamente: grazie alla costante attività di vigilanza, gli agenti sono riusciti a individuare i droni prima che portassero a termine la consegna, procedendo al sequestro sia dei velivoli che dei pacchi di droga a essi agganciati.

L’ombra della criminalità organizzata

Secondo quanto riferito dalla Uil FP Polizia Penitenziaria, l’episodio non sarebbe il gesto isolato di un dilettante. Le modalità del tentato blitz suggeriscono l’esistenza di un’organizzazione strutturata.

«Non si esclude che dietro questo episodio possa esserci una regia precisa», spiega il sindacato, sottolineando come l’uso della tecnologia sia diventato la nuova frontiera per l’introduzione non solo di stupefacenti, ma anche di telefoni cellulari e altri oggetti proibiti.

Professionalità contro carenze tecnologiche

Raffaele Troise, responsabile locale della sigla sindacale, ha lodato il senso del dovere del personale:

«L’operazione dimostra l’elevato livello di attenzione degli agenti che operano quotidianamente in condizioni difficili. Grazie alla loro vigilanza è stata garantita la legalità all’interno dell’istituto, prevenendo gravi ripercussioni sull’ordine interno».

Tuttavia, il sindacato rimarca come l’occhio umano, per quanto addestrato, non possa essere l’unica difesa contro minacce aeree sempre più sofisticate. L’episodio di Avellino riaccende infatti il dibattito sulla necessità di dotare le carceri italiane di sistemi anti-drone e tecnologie di disturbo di ultima generazione per contrastare un fenomeno ormai diffuso su scala nazionale.

Le indagini

Il materiale sequestrato è ora al vaglio degli inquirenti. Sono state avviate le procedure di rito per ricostruire la dinamica esatta del volo e, soprattutto, per risalire ai piloti che guidavano i droni dall’esterno, i quali potrebbero aver agito da zone limitrofe alla struttura penitenziaria.

Alla Fiera Tirreno CT premiata la Miglior Vetrina d’Italia: trionfa la pasticceria Elite di Torre del Greco

Creatività, tecnica e identità territoriale: sono questi gli ingredienti che hanno acceso i riflettori sulla prima edizione del concorso “Miglior Vetrina d’Italia”, andato in scena alla Tirreno CT di Carrara e promosso dalla Federazione Internazionale Pasticceria Gelateria Cioccolateria. Una competizione che ha celebrato non soltanto la qualità dei dolci, ma anche l’arte dell’esposizione, vero biglietto da visita delle pasticcerie artigianali.

A conquistare il primo posto è stata la Pasticceria Elite di Torre del Greco guidata dal pastry chef Alfonso Nocerino. La proposta del laboratorio campano ha convinto la giuria grazie a un progetto coerente e raffinato, capace di coniugare tecnica impeccabile, creatività e rispetto per la tradizione. Tra le creazioni che hanno colpito maggiormente figurano “Blu Corallo”, con ganache alla noce e gelée ai frutti di bosco, insieme al cuor di mela e alla pralina alla menta. Molto apprezzate anche alcune monoporzioni come il babà sferico delattosato, la sfogliatella moderna ricoperta di cioccolato e il cake al cioccolato e caramello delattosato, esempi di una pasticceria capace di dialogare con le esigenze contemporanee senza perdere il legame con le radici.

Il secondo posto è andato alla Pasticceria La Salernitana di Vincenzo Guiderdone, con sede ad Ardea, che ha conquistato la giuria con una vetrina scenografica e dolci di grande precisione tecnica. Tra le proposte più apprezzate il cubotto esotico con gelée al cocco, mango e passion fruit, oltre alla ricottina e pere con crumble di mandorle e a una reinterpretazione della zuppa inglese con namelaka fondente.

Sul terzo gradino del podio la Sicilia con la pasticceria La Cometa guidata da Filippo Nici insieme alla pasticciera Milena Russo. La squadra siciliana ha portato in gara i sapori più identitari del proprio territorio, dal classico cannolo realizzato nel rispetto della tradizione al dolce “L’Oro dei Nebrodi”, dedicato alla nocciola locale, fino al “Mezzosecolo” con pistacchio e lamponi.

A valutare le creazioni una giuria di professionisti del settore composta, tra gli altri, da Nicolas Vella, Enrico Casarano, Atenaide Arpone, Marco Massi e Fabio Pilitteri, chiamati a giudicare non solo il gusto e l’equilibrio delle preparazioni ma anche la correttezza delle tecniche, l’armonia complessiva della vetrina e l’organizzazione del lavoro.

Durante i quattro giorni della manifestazione oltre duecento professionisti hanno preso parte ai campionati ospitati dalla fiera. «Sono stati giorni intensi e ricchi di emozioni, frutto di mesi di lavoro e preparazione», ha commentato il presidente della federazione Matteo Cutolo, sottolineando l’obiettivo di valorizzare l’alta pasticceria italiana, la qualità delle materie prime e la cultura artigianale del Made in Italy.

Serie A, le designazioni arbitrali: Doveri per Milan-Inter, Napoli-Torino affidata a Fabbri

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Sono state ufficializzate le designazioni arbitrali per la ventottesima giornata del campionato di Serie A, un turno che propone sfide pesanti sia in zona scudetto sia nella corsa alle posizioni europee. Il big match del weekend tra AC Milan e Inter Milan, in programma domenica sera alle 20.45 a San Siro, sarà diretto da Daniele Doveri, arbitro esperto scelto per una delle partite più attese della stagione.

Ad aprire la giornata sarà invece la sfida del Maradona tra SSC Napoli e Torino FC, anticipo del venerdì sera affidato alla direzione di Michael Fabbri. Un match delicato per gli azzurri, impegnati a difendere posizioni importanti in classifica.

Tra le altre gare spicca anche Genoa CFCAS Roma, che sarà arbitrata da Andrea Colombo. Il programma del turno prevede poi Cagliari CalcioComo 1907 diretta da Marinelli, Atalanta BCUdinese Calcio affidata a Rapuano e Juventus FCPisa SC con Sacchi.

Domenica a pranzo toccherà a US LecceUS Cremonese con Sozza, mentre nel pomeriggio scenderanno in campo Bologna FCHellas Verona FC diretta da Mucera e ACF FiorentinaParma Calcio 1913 affidata a Zufferli. A chiudere il turno lunedì sera sarà SS LazioUS Sassuolo Calcio, diretta da Arena.

Montecorvino Pugliano, scoperta discarica di auto: sequestrata area con 50 veicoli abbandonati

Una distesa di carcasse di automobili abbandonate su terreno nudo, con liquidi e componenti potenzialmente pericolosi esposti da tempo alle intemperie. È lo scenario che si sono trovati davanti i carabinieri del nucleo Forestale di Giffoni Valle Piana insieme ai militari della stazione di Montecorvino Pugliano durante un controllo nel territorio del comune salernitano.

I militari hanno individuato un’area privata di circa 850 metri quadrati trasformata di fatto in una discarica abusiva di veicoli. All’interno del terreno erano accatastati circa cinquanta automezzi, molti dei quali in evidente stato di abbandono e con parti meccaniche ancora contenenti sostanze potenzialmente inquinanti. La presenza di oli, carburanti e altri liquidi rimasti nei veicoli, lasciati per lungo tempo a diretto contatto con il suolo, rappresentava un concreto rischio di contaminazione del terreno e del sottosuolo.

Non solo. Le condizioni in cui si trovavano i mezzi avrebbero potuto favorire anche il rischio di incendio, aggravando ulteriormente il potenziale pericolo ambientale. Durante le verifiche è emerso inoltre che uno dei veicoli presenti nell’area risultava rubato.

Al termine dell’operazione i carabinieri hanno posto sotto sequestro l’intero terreno e denunciato in stato di libertà il possessore dell’area. Nei suoi confronti vengono contestati i reati di discarica non autorizzata di rifiuti e ricettazione. Le indagini proseguono per chiarire la provenienza degli altri veicoli e accertare eventuali ulteriori responsabilità.

Cantone verso la Procura di Salerno: proposta unanime della Quinta Commissione del Csm

Raffaele Cantone è sempre più vicino alla guida della Procura della Repubblica di Salerno. La Quinta Commissione del Consiglio superiore della magistratura ha deliberato all’unanimità di proporre al plenum la nomina dell’attuale procuratore di Perugia come nuovo capo dell’ufficio giudiziario salernitano.

La decisione, arrivata senza voti contrari, rappresenta un passaggio significativo nell’iter che porterà alla scelta definitiva, ora affidata al voto dell’assemblea plenaria del Csm. Cantone, magistrato di lungo corso e figura nota anche per il suo passato alla guida dell’Autorità nazionale anticorruzione, è considerato uno dei profili più autorevoli della magistratura italiana.

Nella stessa seduta la Commissione ha approvato all’unanimità anche una serie di altre proposte di nomina che riguardano diversi uffici giudiziari del Paese. Tra queste figurano Mario Conte come presidente di sezione penale del Tribunale di Termini Imerese, Aldo De Negri alla presidenza di sezione penale del Tribunale di Palermo, Ida Cubicciotti alla guida di una sezione civile del Tribunale di Lecce, Alessandra Vella alla presidenza di sezione penale del Tribunale di Agrigento e Piera De Stefani alla presidenza di sezione penale del Tribunale di Treviso.

La Commissione ha inoltre approvato la riassegnazione di Gabriele Mazzotta, procuratore aggiunto di Firenze. Più divisa invece la votazione sulla proposta per la Procura di Trento: tre voti sono andati ad Alessandra Cerreti e tre a Claudia Danelon, segno di un equilibrio che sarà sciolto nelle prossime fasi della procedura.

Furti in casa, in Campania +9,4% nel 2024: quasi 10mila colpi nelle abitazioni

NAPOLI – I furti nelle abitazioni tornano a crescere in Campania. Nel 2024 sono stati registrati 9.812 colpi nelle case della regione, con un aumento del 9,4% rispetto all’anno precedente. Il dato, pari a 17,6 furti ogni 10mila abitanti, resta comunque al di sotto della media nazionale, che si attesta a 26,4, e colloca la Campania al quattordicesimo posto nella graduatoria italiana.

Il quadro emerge dalla quarta edizione dell’Osservatorio sulla Sicurezza della Casa Censis-Verisure, realizzato in collaborazione con il Servizio Analisi Criminale del Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno. Lo studio fotografa un fenomeno che negli ultimi anni ha mostrato una crescita costante: tra il 2019 e il 2024 i furti in abitazione in Campania sono aumentati complessivamente dell’11,9%.

Accanto ai furti, si registrano anche le rapine in casa, cioè le intrusioni con violenza ai danni delle persone presenti nell’abitazione. Nel 2024 gli episodi sono stati 166, pari a tre ogni 100mila abitanti. In termini di incidenza sulla popolazione la Campania si colloca al settimo posto a livello nazionale, a pari merito con la Basilicata.

Nonostante il quadro complessivamente in crescita negli ultimi anni, il 2025 sembra però aprire uno spiraglio diverso. Nel primo semestre dell’anno si registra infatti un calo significativo dei furti denunciati: tra gennaio e giugno sono stati 3.619, con una diminuzione del 15,9% rispetto allo stesso periodo del 2024, quando i casi erano stati 4.302.

La provincia di Napoli resta tra le più colpite per numero assoluto di episodi. Nel 2024 si sono contati 4.189 furti in abitazione, dato che colloca il territorio al sesto posto tra le province italiane. Rispetto al 2023 si registra comunque un incremento del 3,7%. Anche qui, però, il 2025 mostra segnali di inversione: nei primi sei mesi dell’anno i furti sono stati 1.631, in calo del 14,3% rispetto ai 1.902 dello stesso periodo dell’anno precedente.

Una riduzione ancora più marcata si registra nella provincia di Caserta, dove nel primo semestre 2025 i furti in abitazione sono stati 706, contro i 926 dei primi sei mesi del 2024, con una diminuzione del 23,8%.

Diversa invece la situazione nella provincia di Salerno, dove il fenomeno appare sostanzialmente stabile. Nei primi sei mesi del 2025 si sono registrati 760 furti contro i 751 dello stesso periodo dell’anno precedente, con una variazione minima dell’1,2%.

Nel complesso il quadro della sicurezza domestica resta delicato. Nel 2025 l’indice Censis-Verisure, che misura il livello di sicurezza reale e percepita nelle abitazioni delle diverse regioni italiane, colloca la Campania al diciannovesimo posto, la stessa posizione occupata nel 2024. Un segnale che indica come, nonostante i primi segnali di miglioramento, la percezione di vulnerabilità nelle case resti ancora molto diffusa.