In Campania, secondo il rapporto sul benessere equo e sostenibile 2018 (BES), curato da Istat, il 19% degli iscritti a scuola lascia prematuramente gli studi. Solo il 52% arriva al diploma, contro una media nazionale del 60% e il 36% dei giovani campani non lavora e non studia. In tale contesto si inserisce il progetto “Caterina”, – sostenuto da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile – che mira a contrastare le marginalità sociali, prevenire la fuoriuscita precoce dal sistema formativo, promuovendo nell’arco di tre anni una serie di attività scolastiche e non, capaci di aiutare e rafforzare le abilità dei giovani studenti più fragili. Il progetto di Traparentesi Onlus impiegherà 600 mila euro per coinvolgere più di 170 minori in condizione di vulnerabilità socio-economica e relazionale, sia italiani che di origine straniera, dai 5 ai 14 anni, residenti nella II, III e IV Municipalità di Napoli e aiuterà anche gli adulti non scolarizzati a riprendere gli studi o a professionalizzarsi. Il MANN, Museo Archeologico Nazionale di Napoli, ospiterà la presentazione del progetto “Caterina”, domani, mercoledì 6 febbraio, alle ore 12.00 (ingresso da piazza Museo). Interverranno come relatori: Paolo Giulierini, Direttore MANN, Luigi Maria Salerno, Presidente di Traparentesi Onlus, il Prof. Emilio Balzano, Dipartimento di Fisica “E. Pancini” Università Federico II di Napoli, i rappresentanti delle Scuole I.C. Foscolo-Oberdan, I.C. Casanova-Costantinopoli, I.I.S. Margherita di Savoia e CPIA Napoli Città 2. Presenti anche le associazioni partner del progetto: Aemas -Orchestra Sinfonica dei Quartieri Spagnoli, Vernicefresca Teatro, LEND – Lingua e Nuova Didattica, Archintorno, Napoli Pedala, II e III Municipalità. “Il progetto Caterina è una grande opportunità per costruire dal basso una comunità educante diffusa e per ripensare Napoli come città che promuove diritti e valorizza i talenti”, spiega Luigi Maria Salerno, presidente di Traparentesi Onlus.
Resti umani ritrovati lungo la linea ferroviaria nell’Agro Nocerino
Alcuni operai a lavoro in via Schiavone (frazione Fimiani), a Castel San Giorgio, trovano alcuni resti umani all’interno di un canale di scolo nei pressi dela linea ferroviaria. Precisamete il ritrovamento riguarda un teschio e parte di una cassa toracica e, nel dubbio si trattassero di resti animali o umani, decidono di chiamare i carabinieri. Le prime attività d’indagine sono state condotte dai militari del nucleo operativo di Mercato San Severino, insieme a quelli della sezione scientifica del comando provinciale che, a pochi metri di ditanza dal primo ritrovamento, hanno rinvenuto anche brandelli di stoffa appartenenti probabilmente a indumenti. La macabra scoperta è avvenuta ieri mattina ed è stata aperta un’indagine della procura di Nocera Inferiore, che non esclude che quelle spoglie possano appartenere a Caterina Perozziello, l’anziana di settantatrè anni scomparsa il 17 settembre 2016. La donna uscì di casa senza fare più ritorno. I familiari non hanno più avuto sue notizie, nonostante vari appelli, come quello alla trasmissione “Chi l’ha visto?”, e le ricerche svolte per giorni dalla Protezione Civile. Dopo quasi un mese dalla sua scomparsa, la procura non escluse l’ipotesi di omicidio in quanto l’anziana donna, prima che si perdessero le sue tracce, avrebbe effettuato un prelievo da un conto corrente a lei intestato, portando con se una grossa cifra in denaro. Agli atti di quell’indagine, ci sono i verbali riempiti dal figlio della donna, e dalla moglie, sentiti per oltre dieci ore dai carabinieri. I due presero le distanze da ogni responsabilità sulla scomparsa della pensionata.
L’uomo, come ricorda Il Mattino, intervenendo proprio alla trasmissione “Chi l’ha visto?”, spiegò con forza di non essere il responsabile della scomparsa della madre, precisando di non essere indagato. Quel giorno, l’anziana era uscita a comprare il pane, poi sarebbe andata in chiesa. Intorno all’ora di cena – secondo testimoni – si sarebbe diretta verso casa per recuperare un ombrello che aveva dimenticato. Una donna riferì di averla vista vicino a un bar ma poi nessuno più l’ha vista. Secondo i suoi parenti più stretti, come il nipote che fu tra i primi a lanciare l’appello sulla scomparsa, Caterina Perozziello era un soggetto cardiopatico, soffriva di diabete e anche di perdite di memoria, dovute all’Alzheimer.
Voto di scambio, indagata anche la compagna del primario del Cardarelli arrestato ieri
Figura anche la compagna del primario dell’ospedale Cardarelli ed ex sindaco di Capua in provincia di Caserta Carmine Antropoli, arrestato ieri dai carabinieri con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, tra le persone indagate nell’ambito dell’inchiesta sul voto di scambio, anche politico-mafioso, nel Casertano per le regionali del 2015 in Campania della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. Si tratta di Lucrezia Cicia, di Forza Italia, a cui viene contestato il voto di scambio. Insieme a lei e’ indagato anche un altro politico di Forza Italia Domenico Ventriglia. Pasquale Corvino e Pasquale Carbone, entrambi tra le persone arrestate oggi, in passato hanno ricoperto, rispettivamente, le cariche di ex vicesindaco a Caserta ed ex sindaco a San Marcellino.
Quasi 20mila le domande per aderire a Quota 100
Sfiorano la soglia di 20mila le domande presentate per il pensionamento con quota secondo l’ultimo aggiornamento dell’Inps alle ore 19 di ieri. In dettaglio ammontano a 19.806 le domande presentate in via telematica. Roma si conferma al primo posto con oltre 1.700 domande, seguita da Napoli con 976 e poi Milano con 698. A seguire Palermo e Catania che superano la soglia delle 600 domande.
“Se non escono i voti ti levo l’auto”, le intercettazioni dell’inchiesta sul voto di scambio per le elezioni regionali
Dalle intercettazioni realizzate dai carabinieri di Caserta, guidati dal maggiore Andrea Cinus – che oggi, coordinati dalla DDA di Napoli, sostituto procuratore Luigi Landolfi, procuratore aggiunto Luigi Frunzio, hanno attestato 19 persone nell’ambito di un’indagine su voto di scambio politico-mafioso per le regionali del 2015 in Campania – e’ emersa tutta la forza intimidatoria del clan. “Se non escono i voti devi vedere! Ti togliamo la macchina da sotto” dice Agostino Capone, fratello del boss Giovanni Capone, ad un elettore costretto a votare Corvino. E ancora: “li vado a prendere, li porto a votare fino a dentro. Con il telefono in mano faccio la foto, devo vedere suo telefono se no non hanno niente”, dice Capone riferendosi agli elettori cui erano stati promessi dei regali in cambio del voto a Corvino. Sempre Capone racconta alla moglie di aver minacciato anche il presidente di un seggio dove aveva accompagnato un anziano a votare Corvino, quasi fin dentro la cabina. “Non mi ha detto proprio niente perche’ io lo stavo menando la’ dentro”.
Infarto non diagnosticato: chiesto il processo per un cardiologo della clinica Santa Lucia di San Giuseppe
Un infarto in corso non diagnosticato nonostante un elettrocardiogramma effettuato, e una cura per mialiga con prescrizione di antifiammatorio. Due giorni dopo essersi recata ala Pronto Soccorso per forti dolori al braccio e al petto, muore. A fare luce su una probabile negligenza medica sarà il processo fissato per il 26 marzo al tribunale di Nola. In questa sede si celebrerà l’udienza preliminare dopo che il pubblico ministero, Anna Russo, ha chiesto il rinvio a giudizio a carico del medico che quel giorno era di turno presso il pronto soccorso della clinica Santa Lucia di San Giuseppe Vesuviano e che, dopo una visita durata venti minuti, non si accorse dell’infarto in corso.
Dopo un mese dal decesso della donna di cinquantacinque anni, nei familiari si insinuò il dubbio che le cause di quel decesso fossero anomale e per capirci meglio si affidarono, allora, agli avvocati Massimiliano Secondulfo e Pasquale Prisco, che ottennero l’apertura di una indagine. Nel mese di aprile, come riporta Il Mattino, fu anche riesumato il cadavere, sepolto nel cimitero di Ottaviano: dall’esame autoptico emersero tutti i sintomi dell’infarto. Sulla base di quell’esame e di altre relazioni effettuate dai periti, il pm Sebastiano Napolitano della procura di Nola ha chiesto il rinvio a giudizio nei confronti del medico, che adesso non lavora più nella clinica di San Giuseppe Vesuviano. Il magistrato ha accolto la tesi dei legali secondo i quali il medico avrebbe dovuto approfondire la visita e sottoporre la donna ad ulteriori esami, come quello degli enzimi cardiaci. Nella seduta del 26 marzo il gup potrà esprimersi sul rinvio a giudizio del medico e, quindi, dare il via al processo. In quella sede il professionista potrà elencare le sue ragioni e difendersi dall’accusa di omicidio colposo.
Napoli. Sequestrati due distributori e 12mila litri di carburante
Napoli. La guardia di finanza di Napoli ha sequestrato due distributori di carburante, uno nel capoluogo campano e uno in provincia, a Casavatore, e 12mila litri di prodotto. In particolare, durante un primo intervento nel quartiere di San Giovanni a Teduccio, a Napoli, i finanzieri hanno accertato che il titolare dell’attività aveva modificato il dispositivo conta-litri delle colonnine della stazione di servizio. Dopo il riscontro della documentazione contabile è emerso che il quantitativo erogato era inferiore a quanto annotato sui registri, facendo presupporre ai militari acquisti ‘in nero’ di prodotto petrolifero e relativa vendita. Un presunto responsabile è stato denunciato per contrabbando di prodotti sottoposti ad accise e per manomissione dell’impianto. Nel secondo intervento è stata individuata una stazione di rifornimento abusiva, con cisterna, elettropompe per il travaso e relativo conta-litri portatile (fermo a quasi un milione di litri erogati). I due gestori sono stati denunciati per contrabbando di prodotti soggetti ad accise. L’impianto non aveva la licenza per l’esercizio dell’attività e operava in assenza di regole di sicurezza con “gravissimo rischio – si legge in una nota – per l’incolumità pubblica”.Sono ancora in corso accertamenti fiscali per quantificare le imposte evase e analisi sul prodotto petrolifero sequestrato per verificare l’eventuale alterazione.
Caserta, voto di scambio politico-mafioso: 70 euro a preferenza
Caserta. Anziani accompagnati fin dentro al seggio elettorale per votare i candidati imposti dal clan camorristico, voti comprati dai candidati a peso d’oro – 70 euro a preferenza – nomi sulla scheda corretti quasi nella cabina, minacce e intimidazioni persino al presidente del seggio. Emerge tutto questo dall’indagine della Dda di Napoli e dei carabinieri di Caserta, che oggi ha portato all’arresto per vari reati 19 persone, tra cui i due candidati alle Regionali del 2015 nel partito “Nuovo Centrodestra – Campania Libera” Pasquale Corvino, noto imprenditore titolare di laboratori di analisi e ex presidente della Casertana Calcio nonche’ fratello dell’attuale assessore comunale di Caserta Elisabetta Corvino (tra le piu’ votate alle scorse comunali, ndr), e Pasquale Carbone; entrambi, risultati non eletti, sono finiti agli arresti domiciliari per il reato di voto di scambio politico-mafioso.Se nella vicina citta’ di Maddaloni, dove la Dda ha fatto arrestare poche settimane fa alcune persone indagando anche il sindaco in relazione alle elezioni comunali del 2018, i voti venivano comprati dagli esponenti del clan per pochi euro, dai 10 ai 30, a Caserta invece, durante le Regionali del 2015, l’acquisto illecito di pacchetti di voti avveniva in grande stile. Il candidato Carbone, hanno accertato gli inquirenti, ha versato ad Antonio Merola (finito in carcere), esponente del clan Belforte di Marcianise, 7000 euro per 100 voti, ottenendo alla fine solo 87 voti; Carbone, dopo le elezioni, ha pure chiesto a Merola la restituzione di parte dei soldi versati. Dal canto suo il candidato Corvino avrebbe promesso ad Agostino Capone e Vincenzo Rea, altri due esponenti del clan oggi finiti in cella, la somma di 3000 euro ciascuno oltre a buoni spesa e carburante.
Gustavo Gentile
Juve in festa, Cristiano ne fa 34 (di anni, per i gol c’è tempo)
Cristiano e’ Cristiano, non serve usare altri aggettivi per descriverlo: occorrerebbe inventarne. Tutto quello che possiamo fare e’ tributargli, con tutti i tifosi bianconeri, una standing ovation e augurargli buon compleanno!”. Cristiano Ronaldo compie 34 anni e la Juventus lo festeggia, sul sito internet del club, “con ancora negli occhi le due perle messe a segno contro il Parma, sabato scorso in campionato”. Due gol, ricordano i bianconeri, che lo lanciano in testa alla classifica marcatori, al primo anno in Serie A. Gol che si sommano alle altre grandi giocate che finora ci ha regalato, che lo proiettano nell’Olimpo (anche) del nostro calcio con numeri da capogiro”. Due, in particolare, le statistiche che vengono ricordate: “CR7 ha segnato a 13 delle 19 squadre che ha affrontato, ed e’ andato in gol sei volte nelle ultime cinque gare di campionato – si legge -. Per non parlare del colpo di testa che ha regalato alla Juve il primo trofeo della stagione, poco meno di un mese fa a Gedda”.
Madre alcolizzata a processo: minacciava marito e figli
La madre alcolizzata ha rovinato la vita di tutta la famiglia. E dopo trent’anni di maltrattamenti subiti, arriva la denuncia per chiedere l’intervento dei servizi sociali. Lei è una donna di cinquant’anni di Battipaglia, accusata di maltrattamenti verso le due figlie e il marito che, dopo aver subito per anni violenze fisiche e psicologiche, si sono visti costretti a chiedere aiuto e a denunciare una situazione insostenibile. Alla donna è stato infatti prescritto più volte il trattamento sanitario obbligatorio ma non ha mai seguito alcun percorso di disintossicazione rendendo impossibile la vita alla sua famiglia costretta quasi ogni giorno a barricarsi in una stanza dell’appartamento per difendersi dalle violenze. Dopo cinque anni dalla denuncia però nulla è cambiato. Il marito della donna finita sotto processo non ha un reddito tale da consentirgli di trovare un’altra abitazione ed è costretto ancora a vivere in un inferno quotidiano insieme con la figlia minore mentre la più grande ha ormai da anni lasciato l’abitazione materna.
Ieri in aula sono stati chiamati a testimoniare proprio le vittime che hanno raccontato le violenze della donna.”Mia madre – ha raccontato con la voce rotta dal pianto la figlia maggiore – è sempre stata alcolizzata. Ricordo che quando ero piccola mi portava con lei ad acquistare alcolici e mi minacciava dicendo che se avessi detto qualcosa a mio padre sarebbe stato peggio per me. Non ricordo mai di essere stata accudita da lei: non ha mai saputo prendersi cura di noi. L’alcolismo l’ha distrutta e anche oggi, quelle rare volte in cui non beve, continua a vivere in un mondo tutto suo perché ormai l’abuso di alcolici l’ha distrutta completamente”. Il giudice ha disposto una perizia per valutare la capacità di intendere e di volere della donna. L’udienza è stata quindi aggiornata al prossimo 18 marzo quando si procederà al conferimento dell’incarico peritale.
Sanremo: cerca accredito e si spaccia per ‘pupillo’ di Zavoli
Un uomo di 43 ani, originario di Napoli, e’ indagato dalla procura di Roma per ‘sostituzione di persona’ per aver attivato un falso dominio denominato ‘senato.eu’, e quindi diverse caselle di posta elettronica, nella speranza di ottenere dalla Rai un accredito per il 69esimo Festival di Sanremo. A carico dell’indagato, la Polizia Postale e delle Comunicazioni ha eseguito una perquisizione locale ed informatica culminata con il sequestro di diversi computer con relativi supporti e sette hard disk. A determinare l’avvio dell’inchiesta e’ stata una denuncia partita dai vertici Rai per una sospetta corrispondenza per e-mail intrattenuta dall’ufficio stampa, apparentemente, con il senatore (fino al 2018) Sergio Zavoli, cui veniva richiesto a beneficio dell’indagato, indicato quale suo “pupillo” e portavoce del parlamentare, un accredito per l’imminente Festival della musica italiana. Gli accertamenti svolti dai poliziotti del Cnaipic (Centro Nazionale Anticrimine Informatico della Protezione delle Infrastrutture Critiche) del servizio Polizia Postale hanno consentito di verificare come non solo qualcuno si stesse spacciando per Zavoli ma che era stato registrato fraudolentemente il dominio ‘senato.eu’ al quale erano associati falsi account di posta elettronica di altre figure istituzionali tra cui le caselle Giorgio.NAPOLITANO@senato.eu, riferibile al Presidente emerito della Repubblica e Domenico.AURICCHIO@senato.eu. Non potendosi escludere la consumazione di analoghi o altri reati con il coinvolgimento degli altri account di posta elettronica apparentemente riconducibili alle personalita’, e’ stato cosi’ emesso un provvedimento di sequestro del dominio ‘senato.eu’, ed al contenuto di tutte e sei le caselle di posta elettronica associate al medesimo spazio web. Al di la’ di questa vicenda giudiziaria, in occasione del Festival, la stretta collaborazione tra la struttura di sicurezza cibernetica della Rai ed il Cnaipic della Polizia Postale consentira’ di attivare un dedicato servizio a tutela di tutto l’aspetto informatico legato alla manifestazione canora. In particolare, gli esperti del Cnaipic e il Compartimento Polizia Postale di Genova, in sinergia con la Questura di Imperia, sara’ presente tutto il giorno presso una dedicata sala operativa allestita a Sanremo dalla Rai per la diretta tutela dei sistemi e dei servizi informatici che di fatto supportano ‘in toto’ l’intera produzione.
Primo impianto permanente al mondo di mano robotica, progetto a guida italiana
Per la prima volta al mondo una mano robotica e’ stata impiantata in modo permanente e potra’ essere utilizzata quotidianamente. L’intervento e’ stato eseguito in Svezia su una donna di 45 anni e la mano robotica e’ stata costruita grazie al progetto europeo DeTOP, guidato da Christian Cipriani, dell’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Si sta lavorando in vista di altri due interventi, da eseguire in Italia e in Svezia. La donna, alla quale la mano era stata amputata nel 2002, sta seguendo un programma di riabilitazione per riacquistare forza nei muscoli dell’avambraccio, indeboliti dopo l’amputazione e, utilizzando la realta’ virtuale, sta imparando a controllare la mano robotica. Si ritiene che nelle prossime settimane potra’ tornare a casa e usare quotidianamente la nuova mano. “Grazie a questa interfaccia uomo-macchina cosi’ accurata – ha osservato Cipriani – e grazie alla destrezza e al grado di sensibilita’ della mano artificiale, ci aspettiamo che nel giro dei prossimi mesi la donna riacquisisca funzionalita’ motorie e percettive molto simili a quelle di una mano naturale”. L’intervento chirurgico e’ stato eseguito a Gothenburg, nello Sahlgrenska University Hospital, dai chirurghi Richard Branemark e Paolo Sassu. Nelle ossa dell’avambraccio (radio e ulna) della donna sono stati impiantate delle strutture in titanio come ponte fra ossa e terminazioni nervose da un lato e la mano robotica dall’altro. Grazie a 16 elettrodi inseriti nei muscoli residui e’ stato possibile stabilire un collegamento diretto tra la protesi e il sistema nervoso. In questo modo la mano robotica puo’ essere controllata in modo piu’ efficace e diventa possibile anche ripristinare il senso del tatto. L’impianto e’ stato sviluppato in Svezia dal gruppo coordinato da Max Ortiz Catalan, dell’azienda Integrum, in collaborazione con la Chalmers University of Technology. La mano robotica e’ stata realizzata dalla Scuola Superiore Sant’Anna e dall’azienda Prensilia, spin-off dell’Istituto di BioRobotica della Scuola Sant’Anna, nell’ambito del progetto DeTOP (Dexterous Transradial Osseointegrated with neural control and sensory feedback), finanziato dalla Commissione Europea all’interno del programma Horizon 2020. Al progetto partecipano inoltre le universita’ svedesi di Lund e Gothenburg, quella britannica dell’Essex, il Centro svizzero per l’Elettronica e la Microtecnologiay, l’Universita’ Campus Bio-Medico di Roma, il Centro Protesi dell’ Inail e l’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna.
Bombe a Foggia: operazione ‘Chorus’,16 arresti e 5 inchieste
Sono cinque distinte inchieste che hanno portato all’arresto di 16 persone, nell’ambito dell’operazione interforze ‘Chorus’, responsabili di attentati incendiari a danno di esercizi commerciali di Foggia, estorsioni, rapine, armi e tentato omicidio. Quattro foggiani, ritenuti legati al clan Moretti, sono stati arrestati per aver progettato un agguato sventato dieci giorni fa ai danni di un pregiudicato foggiano. Due degli arrestati sarebbero parenti di Rodolfo Bruno, il malavitoso assassinato il 15 novembre scorso alla periferia della citta’. Altri tre arresti sarebbero direttamente riconducibili a un attentato dinamitardo e due incendi avvenuti nei primi giorni di gennaio, e anche a richieste di pizzo. Nell’ambito della stessa operazione, inoltre, altri quattro foggiani sarebbero stati raggiunti da ordini di custodia cautelare per detenzione di armi. Tra gli arrestati, infine, tre presunti rapinatori foggiani, e due uomini del Gargano per possesso di esplosivo.
Napoli, migrante accoltellato al Vasto dopo una lite
Napoli. Un cittadino extracomunitario, non ancora identificato in quanto sprovvisto di documenti, è stato accoltellato la scorsa notte a Napoli. L’aggressione, probabilmente al termine di un litigo con un altro extracomunitario, è avvenuta in via Diomede Marvasi, nei pressi di piazza Garibaldi e Porta Nolana. L’uomo è stato trasportato da un’ambulanza all’ospedale Loreto Mare, dove è ricoverato in prognosi riservata. Non è in pericolo di vita. Il fendente lo ha raggiunto al torace. Indaga la Polizia.
Scossa di terremoto di magnitudo 3.6 con epicentro nell’Aquilano
Una scossa di terremoto e’ stata avvertita intorno alle 9.15 all’Aquila, Avezzano e in altre zone dell’Abruzzo.La scossa, registrata da Ingv alle 9:09, e’ stata di magnitudo 3.6 con epicentro 2 km a sud est di Pizzoli in provincia de L’Aquila e profondita’ 10 km. Al momento non si segnalano danni. Gli studenti di alcune facolta’ dell’universita’ dell’Aquila sono usciti dall’edificio interrompendo le lezioni.
Va a fuoco un calzaturificio: 10 squadre dei vigili del fuoco impegnate per il rogo nella zona industriale di Teverola
Va a fuoco un calzaturificio. Dieci squadre dei vigili del fuoco impegnate per il rogo nella zona industriale di Teverola. Colossale incendio in un calzaturificio. È quello che si è sprigionato dalle prime ore del mattino nella zona industriale di Teverola, dove è divampato un enorme incendio in un calzaturificio. Sul posto sono intervenute ben 10 squadre dei vigili del fuoco, impegnate nelle complesse operazioni di spegnimento del rogo. Il fumo sprigionato dall’incendio scoppiato nel fabbricato è visibile anche dalle vicine Carinaro, Gricignano di Aversa, Frignano e Casaluce.
Gustavo Gentile
Camorra, l’ex baby boss Riccio: ‘Se potessi tornare indietro non lo rifarei’ e ottiene lo sconto a 16 anni di carcere
“Ero giovanissimo, non lo rifarei se potessi tornare indietro. Sono dispiaciuto e adesso posso dire solo questo”. E’ bastato questo breve mea culpa a Mariano Riccio, l’ex giovane boss sanguinario che provocò per un breve periodo la scissione tra gli scissionisti del clan Amato-Pagano, per ottenere un consistente sconto di pena nel processo che lo vedeva imputato davanti al Tribunale per i minori (perché all’epoca dei fatti aveva 17 anni) per la strage con lupara bianca del 15 marzo 2009 in cui furono massacrati e fatti sparire i corpi di Francesco Russo “’o dobermann”, del figlio Ciro e del guardaspalle Vincenzo Moscatelli. E così il giudice ha concesso le attenuanti generiche prevalenti sull’aggravante del fatto e con la riduzione prevista dal rito abbreviato, dal rito davanti al tribunale dei minorenni e senza la premeditazione fanno 16 anni. Alla luce delle dichiarazioni rese da alcuni collaboratori di giustizia, in primo luogo, come ricorda Il Roma, dall’ex boss di Miano, Antonio Lo Russo, ma anche Carmine Cerrato (classe 1976) e Biagio Esposito. Riccio sarebbe coinvolto nella strage di Mugnano. La sera del 15 marzo 2009 furono ammazzati, oltre al ras Francesco Russo ’o dobermann, anche il figlio Ciro e Vincenzo Moscatelli. Il triplice omicidio fu compiuto da esponenti del clan Lo Russo e degli Amato-Pagano. Fu una “cortesia” che Antonio Lo Russo all’epoca reggente dei “capitoni” chiese al suo compare di nozze il super boss Cesare Pagano. I tre vennero puniti perché, secondo Antonio Lo Russo erano diventati troppo autonomi rispetto alla cosca. Contemporaneamente nel Tribunale di Napoli si è svolta anche l’udienza a carico degli altri imputati per i quali i pm della Dda di Napoli, Maurizio De Marco e Vincenza Marra, hanno chiesto 6 ergastoli e 51 anni di carcere nel processo che si sta svolgendo con rito abbreviato davanti al gup Egle Pilla. Alla sbarra ci sono il super boss Cesare Pagano, il nipote Carmine Amato, il killer Oreste Sparano, Oscar Pecorelli ‘o malommo, spietato killer del clan Lo Russo, Lucio Carriola e Francesco Biancolella detto ciccio o’ monaco. E poi i pentiti Antonio Lo Russo ( mandante del triplice omicidio e ‘compariello di nozze di Cesare Pagano) Antonio Caiazza, Biagio Esposito e Carmine Cerrato detto takendò. Il boss Cesare pagano aveva fatto pervenire una lettera dal carcere per evitare la richiesta di ergastolo che puntualmente era arrivata nella passata udienza in cui diceva di “essere uno degli iniziatori della faida, ma dichiara anche di essere cambiato, di essere un uomo per molti versi nuovo, grazie agli anni di detenzione trascorsi in cella”.Ma Il pm Marra non ci sta e nella sua replica ha spiegato: “Sono anni che sentiamo parlare di Gomorra, dell’immagine dei killer che si muovono tra periferia e centro storico, è giusto in questo momento dare una risposta processuale a chi questa Gomorra l’ha provocata. delitti quando sanno di essere spalle al muro, mandano lettere in Procura e al giudice per sostenere di essere uomini diversi, folgorati sulla via di Damasco. Eppure non aggiungono nulla alla storia di un processo a senso unico, in cui tutti i killer sono praticamente pentiti, dunque reo confessi. Perché invece di chiedere scusa e provare a dissociarsi in extremis, non dicono dove sono finiti i soldi della droga? E perché non risarciscono le tante persone colpite dal dramma della droga?”. Come a dire nessuno sconto.
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Caserta, le mani del clan Capone sulle elezioni regionali: 19 misure cautelari
I Carabinieri della compagnia di Caserta hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 19 persone indagate a vario titolo per i reati di scambio elettorale politico mafioso, estorsione, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, commessi con l’aggravante del metodo mafioso. Le indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli si sono concentrate sull’intervento del clan camorristico Belforte sulla città di Caserta durante le consultazioni elettorali per il rinnovo del Consiglio regionale della Campania svolte il 31 maggio 2015 e in particolare sull’intervento di Agostino Capone e del clan da lui retto, imponendo ai candidati di avvalersi, per il servizio di affissione dei manifesti elettorali nella città di Caserta, di una società intestata alla moglie, e intervenendo per condizionare il voto e orientarlo in favore di candidati disposti a versare al clan somme di denaro, buoni pasto e buoni carburante. Le misure cautelari disposte dall’ordinanza emessa dal gip di Napoli sono di custodia cautelare in carcere, arresti domiciliari e divieto di dimora nelle province di Caserta e Napoli. Due le direttrici di intervento dei fratelli boss Giovanni e Agostino Capone nella tornata elettorale. Da una parte hanno imposto ai candidati di servirsi per il servizio di affissione di manifesti elettorali a Caserta di una societa’ intestata alla moglie di Agostino, Maria Grazia Semonella, la Clean service; dall’altro hanno procurato voti a candidati che in cambio erano disposti a versare denaro al clan, buoni pasto e buoni carburante. Solo il business dei manifesti ha fruttato 17000 euro, versati in parte nelle casse della cosca per mantenere le famiglie degli affiliati detenuti. Giovanni Capone, all’epoca detenuto, ha utilizzato ‘pizzini’ per dare disposizioni al fratello Agostino perche’ si occupasse dell’affissione dei manifesti elettorali nella citta’ di Caserta”
A confermare agli inquirenti lo scenario dell’infiltrazione della Camorra nei servizi di affissione manifesti un consigliere regionale in carica, Luigi Bosco, che ha raccontato come a Caserta vi erano state alcune anomalie, dato che per avere visibilita’ era necessario rivolgersi a un determinato gruppo di persone. Bosco mette nero su bianco che un suo collaboratore, durante l’affissione dei manifesti, era stato aggredito da persone che gli avevano intimato di allontanarsi perche’ nel capoluogo di Terra di lavoro nessuno poteva affiggere senza il loro consenso. Poi, nei locali del suo comitato elettorale, si era presentato Vincenzo Rea, che con Antimo Italiano, Antonio Merola e Antonio Zarrillo. collaborava con Capone per imporre candidati la Clean service, e gli aveva garantito che se la affissione di manifesti fosse stata affidata a loro, avrebbe avuto la giusta visibilita’; in caso contrario solo problemi. Lo scambio elettorale politico mafioso, nell’indagine, e’ comprovato per due candidati del Nuovo Centrodestra-Campania libera, Pasquale Corvino(all’epoca ex vice presidente della Casertana calcio) e Pasquale Carbone, entrambi ora ai domiciliari, che avrebbero chiesto a esponenti del clan Belforte di procurare voti in cambio di denaro e altre utilita’. Corvino ha chiesto l’appoggio elettorale a Caserta promettendo ad Agostino Capone e Rea 3000 euro ciascuno, buoni spesa e buoni carburante, nonche’ un regalo per il boss detenuto Giovanni.
Pasquale Carbone si era rivolto ad Antonio Merola attraverso un intermediario, affiliato ai Capone, per ottenere voti con il clan. Il patto era che per 100 voti nel comune di Caserta avrebbe dato 7000 euro. A fine elezioni, pero’, a Caserta aveva ottenuto 87 voti, e per questo ha chiesto una restituzione parziale della somma versata. Dalle intercettazioni emergono anche le minacce di Agostino Capone per assicurarsi voti (“devi vedere ti togliamo la macchina da sotto”) e come in cambio del voto l’elettore avrebbe ricevuto buoni spesa o carburante (“li vado a prendere li porto a votare fino a dentro, con il telefono in mano faccio la foto. Devo vedere sul telefono. Se no non hanno niente”). E’ proprio Agostino Capone, dicono le indagini, ad accompagnare sulla propria auto persone anziane al seggio, facendole entrare in cabina elettorale con la moglie per controllare il loro voto. Anzi, in una conversazione tra i due coniugi, Capone dice di aver controllato le schede prima di farle imbucare, di aver corretto anche il nome del candidato arrivando persino a minacciare il presidente del seggio (“non mi ha detto niente perche’ io lo sto menando a quello la’ dentro”). Capone poi era pienamente coinvolto nell’attivita’ di spaccio di sostanze stupefacenti a Caserta e voleva divenire l’unico fornitore per tutti gli spacciatori al dettaglio. Grazie all’intermediazione di Mario De Luca aveva ottenuto a credito una significativa partita di cocaina da gente dell’agro aversano. Poi, attraverso un personaggio legato alla criminalita’ del Parco Verde di Caivano, la grande piazza di spaccio nell’hinterland napoletano, aveva trattato un ingente partita di hashish. Aveva rifornito cosi’ gli spacciatori al dettaglio di Caserta, perche’ l’obiettivo era, in quanto referente della cosca in zona, di controllarne tutte le piazze di spaccio. Ma non essendo in grado di pagare le partite ricevute a credito, aveva spazientito i suoi fornitori al punto che l’avevano prelevato da casa sua per costringerlo a saldare il debito.
Gustavo Gentile
Operazione ‘Chorus’ a Foggia: numerosi arresti
Polizia, Carabinieri e Guardia di finanza, dopo una “tempestiva indagine” coordinata dalla Procura della Repubblica di Foggia, stanno effettuando – dalle prime ore della notte – una vasta operazione di polizia giudiziaria denominata ‘Chorus’ nei riguardi dei responsabili di attentati incendiari a danno di esercizi commerciali di Foggia, estorsioni, rapine, armi e tentato omicidio. Lo rende noto in un comunicato il Comando provinciale dei Carabinieri di Foggia sottolineando che sono stati eseguiti “numerosi arresti”.(- Sono dispiegati sul terreno un centinaio di militari dell’Arma dei Carabinieri, Finanzieri e Agenti della Polizia di Stato, con elicotteri e reparti speciali. I particolari dell’operazione, conclude la nota, verranno resi noti nel corso di una conferenza stampa che si terra’ presso la Procura della Repubblica di Foggia alle ore 10:30.
Dura presa di posizione del Sappe dopo l’agente sequestrato da detenuti in carcere
Bollate, dura presa di posizione del SAPPE dopo l’Agente sequestrato da detenuti in carcere: “Carceri sempre più ad alta tensione. Ed il Capo DAP Basentini non fa nulla…” Una catena interminabile di violenza nel carcere di Bollate ed ancora il personale della Polizia Penitenziaria al centro dell’irresponsabile sfrontatezza alle regole da parte di taluni detenuti. La denuncia è del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE.
Ricostruisce i fatti Matteo Savino, vice segretario regionale SAPPE per la Lombardia: “Ieri sera due detenuti del Reparto isolamento del carcere di Bollate hanno prima puntato alla gola una lametta e una forbice al poliziotto in servizio nel Reparto e lo hanno poi imbavagliato, legato e chiuso in una cella con lo scopo era di ammazzare un altro detenuto. Prontamente intervenivano altri colleghi ed Ispettori di Polizia Penitenziaria di supporto che riuscivano ad allontanare i detenuti ed a liberare il collega. Solo con l’esperienza e la professionalità del personale di Polizia penitenziaria presente e quello accorso in supporto si è evitato che il poliziotto sequestrato, addetto al reparto detentivo, uscisse indenne da tale vile tentata aggressione”.
Donato Capece, segretario generale del SAPPE, denuncia come siano aumentati gli episodi violenti all’interno delle carceri italiane, favoriti dal regime penitenziario ‘aperto’ e la vigilanza dinamica, ossia dalla sensibile riduzione di controlli da parte Polizia Penitenziaria.
“Quel che è accaduto a Bollate, carcere a trattamento avanzatissimo a tutto discapito della sicurezza interna, è gravissimo. La situazione si è notevolmente aggravata rispetto al 2017”, denuncia il segretario generale SAPPE Donato Capece. “I numeri riferiti agli eventi critici avvenuti tra le sbarre delle carceri italiane nell’intero anno 2018 sono inquietanti: 10.423 atti di autolesionismo (rispetto a quelli dell’anno 2017, già numerosi: 9.510), 1.198 tentati suicidi sventato in tempo dalle donne e dagli uomini della Polizia Penitenziaria (nel 2017 furono 1.135), 7.784 colluttazioni (che erano state 7.446 l’anno prima). Alto anche il numero dei ferimenti, 1.159 ferimenti, e dei tentati omicidi in carcere, che nel 2018 sono stati 5 e nel 2017 furono 2. La cosa grave è che questi numeri si sono concretizzati proprio quando sempre più carceri hanno introdotto la vigilanza dinamica ed il regime penitenziario ‘aperto’, ossia con i detenuti più ore al giorno liberi di girare per le Sezioni detentive con controlli sporadici ed occasionali della Polizia Penitenziaria”.
Per il SAPPE “è significativo che a mettere in atto molti eventi critici sono stati ristretti stranieri, che oggi nelle carceri italiane sono più di 20mila. I ferimenti commessi da stranieri sono stati 624 (551 quelli degli italiani), le colluttazioni 4.142 (3.304 quelle dei connazionali detenuti), 587 i tentati suicidi (557 quelli messi in atto da italiani) e ben 5.708 gli atti di autolesionismo (che sono stati 3.802 per gli italiani). Lasciare le celle aperte più di 8 ore al giorno senza far fare nulla ai detenuti – lavorare, studiare, essere impegnati in una qualsiasi attività – è controproducente perché lascia i detenuti nell’apatia: non riconoscerlo vuol dire essere demagoghi ed ipocriti”.
Netta è la denuncia del SAPPE: “Da tempo il SAPPE denuncia, inascoltato, che la sicurezza interna delle carceri è stata annientata da provvedimenti scellerati come la vigilanza dinamica e il regime aperto, l’aver tolto le sentinelle della Polizia Penitenziaria di sorveglianza dalle mura di cinta delle carceri, la mancanza di personale – visto che le nuove assunzioni non compensano il personale che va in pensione e che è dispensato dal servizio per infermità -, il mancato finanziamento per i servizi anti intrusione e anti scavalcamento. La realtà è che sono state smantellate le politiche di sicurezza delle carceri preferendo una vigilanza dinamica e il regime penitenziario aperto, con detenuti fuori dalle celle per almeno 8 ore al giorno con controlli sporadici e occasionali, con detenuti di 25 anni che incomprensibilmente continuano a stare ristretti in carceri minorili. Mancano Agenti di Polizia Penitenziaria e se non accadono più tragedie più tragedie di quel che già avvengono è solamente grazie agli eroici poliziotti penitenziari, a cui va il nostro ringraziamento. Per questo nelle carceri c’è ancora tanto da fare, ma senza abbassare l’asticella della sicurezza e della vigilanza, senza le quali ogni attività trattamentale è fine a se stessa e, dunque, non organica a realizzare un percorso di vera rieducazione del reo. Ed è grave che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria guidato da Francesco Basentini non sia in grado di fermale questa spirale di violenza contro i poliziotti penitenziari!””.



