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Napoli, sorpresi con documenti falsi: arrestati padre e figlio

Napoli – Nella mattinata di giovedì, gli agenti dell’Ufficio Prevenzione Generale e Soccorso Pubblico della Questura di Napoli hanno fermato i due uomini a bordo di un’autovettura in via Masoni, nell’ambito delle ordinarie attività di controllo del territorio.

Durante la verifica, i poliziotti hanno rinvenuto nella disponibilità del 62enne un documento di identificazione anomalo: la fotografia ritraeva il 32enne, ma le generalità riportate appartenevano a una terza persona del tutto estranea. Alla richiesta di spiegazioni, l’uomo non ha saputo fornire alcuna giustificazione plausibile.

Il fermo in via Masoni

Un elemento sufficiente per far scattare gli accertamenti del caso. Entrambi i soggetti, già noti alle forze dell’ordine per precedenti di polizia, sono stati arrestati con le accuse di possesso e fabbricazione di documenti di identificazione falsi.

Morto Paolo Cirino Pomicino, storico leader della Dc andreottiana

È morto a 87 anni Paolo Cirino Pomicino, storico esponente della Democrazia Cristiana e più volte ministro nei governi della Prima Repubblica. L’ex parlamentare si è spento nel pomeriggio di sabato 21 marzo nella clinica Quisisana di Roma, dove era ricoverato da alcuni giorni.

La notizia della scomparsa è stata confermata anche dall’ex ministro Gianfranco Rotondi, che ha parlato con la moglie Lucia poco dopo il decesso. “La sua battaglia contro i mali che lo hanno afflitto è stata un infinito inno alla vita”, ha detto Rotondi ricordando l’ex leader democristiano. “Ci ha insegnato che la vita va amata, vissuta e difesa. È stato un grande leader”.

Nato a Napoli il 3 settembre 1939, Pomicino fu uno dei protagonisti della corrente andreottiana della Dc e uno degli uomini più influenti nella gestione della spesa pubblica negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta.

Il potere nella Dc e gli anni da ministro

Medico di formazione, Pomicino iniziò la sua carriera politica nelle istituzioni locali napoletane per poi approdare in Parlamento negli anni Settanta. La sua ascesa si consolidò all’interno della corrente guidata da Giulio Andreotti, diventando uno dei principali riferimenti della Democrazia cristiana nel Mezzogiorno.

Negli anni Ottanta assunse un ruolo centrale nella politica economica italiana. Fu presidente della Commissione Bilancio della Camera e successivamente ministro del Bilancio e della Programmazione economica. In quella fase venne soprannominato “’O ministro”, simbolo del peso politico che esercitava nella gestione delle risorse pubbliche e negli equilibri interni al partito.

La sua figura fu tra le più rappresentative della stagione finale della Prima Repubblica.

Le inchieste e il ciclone Mani Pulite

La carriera politica di Pomicino fu travolta nei primi anni Novanta dalle indagini di Mani Pulite, l’inchiesta che portò al crollo del sistema dei partiti tradizionali.

Coinvolto in numerosi procedimenti giudiziari legati al finanziamento illecito dei partiti e alla gestione degli appalti pubblici, Pomicino divenne uno dei simboli della stagione di Tangentopoli. Nel corso degli anni fu destinatario di decine di procedimenti penali: secondo lo stesso ex ministro arrivò a contare 42 processi con 41 assoluzioni.

Dopo la dissoluzione della Dc continuò comunque l’attività politica, venendo eletto al Parlamento europeo e poi di nuovo alla Camera nei primi anni Duemila, mantenendo un ruolo nel dibattito pubblico e nel centrodestra.

La lunga battaglia con la malattia

Negli ultimi anni Pomicino aveva più volte parlato apertamente delle sue condizioni di salute. Aveva affrontato interventi chirurgici complessi, tra cui un trapianto di cuore e uno di rene, oltre a diversi ricoveri e lunghi periodi di convalescenza.

Nonostante i problemi fisici, aveva continuato a intervenire nel dibattito politico e a rilasciare interviste, rivendicando il proprio percorso umano e giudiziario.

Con la sua morte scompare uno degli ultimi protagonisti della stagione politica della Prima Repubblica e della potente corrente andreottiana che per decenni ha segnato gli equilibri della politica italiana.

Caserta, tenta truffa ad anziano: arrestato 26 enne

Villa di Briano -Tutto è partito da una telefonata che sembrava provenire direttamente dalla stazione dei carabinieri. Grazie alla tecnica dello spoofing, i truffatori sono riusciti a far comparire sullo schermo della vittima il numero della caserma, ingenerando un falso senso di fiducia.

Un interlocutore si è qualificato come “comandante” e ha comunicato alla donna che il marito rischiava il fermo per gravi problemi giudiziari, salvo pagare subito una somma in contanti e consegnare preziosi come “cauzione”.

L’uomo, nel frattempo allontanato da casa con il pretesto di una convocazione in caserma, è rimasto fuori dall’abitazione, lasciando la moglie sola a gestire la situazione. La donna, pur spaventata, ha cominciato a raccogliere denaro e gioielli “per evitare conseguenze” al compagno.

Il giovane bussa alla porta

Nel giro di pochi minuti è arrivato un giovane alla porta di casa, presentandosi come il destinatario del denaro e dei preziosi. La vittima, insieme alla collaboratrice domestica presente in casa, ha però notato delle incongruenze nel suo comportamento e nelle sue spiegazioni. La prontezza delle due donne ha fatto scattare i sospetti sulla sua vera identità.

Una volta scoperto, il 26enne ha perso il controllo della situazione. Ha afferrato con la forza i gioielli e il denaro già pronti e, dopo aver spintonato le donne, ha provato a fuggire. Ha scavalcato il muro di cinta dell’abitazione, lasciando la coppia in stato di choc.

La fuga e l’inseguimento a Villa di Briano

Le urla e le richieste di aiuto delle due donne hanno attirato l’attenzione di alcuni passanti. Tra questi, un militare dell’Arma dei Carabinieri non in servizio, che ha immediatamente riconosciuto la gravità della situazione. L’uomo ha dato l’allarme alle forze dell’ordine, fornendo anche informazioni utili sulla direzione presa dal fuggitivo.

La Polizia di Stato è intervenuta con una serie di controlli concentrati nel territorio di Villa di Briano e dintorni, coordinata dai commissariati di Casal di Principe e Aversa. In breve tempo, il 26enne è stato rintracciato e bloccato. Addosso aveva ancora parte della refurtiva, compresi i gioielli e i contanti prelevati con la forza dall’abitazione.

L’arresto e le accuse

Il giovane è stato portato in commissariato per gli accertamenti di rito e, dopo la convalida dell’intervento, è stato dichiarato in stato di arresto per rapina impropria. È stato poi condotto al carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove è attualmente ristretto in attesa di ulteriori sviluppi dell’inchiesta.

Gli accertamenti sono ora orientati a individuare anche gli altri soggetti coinvolti nella truffa telefonica, che avrebbero organizzato la finta chiamata con il numero taroccato e coordinato l’intera operazione. Le forze dell’ordine stanno setacciando i tabulati telefonici e le tracce digitali per ricostruire la rete di truffatori specializzati nel colpire gli anziani.

Corruzione e permessi per immigrati: sospeso il direttore dell’Ispettorato del Lavoro di Napoli

Nuovo sviluppo nell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Napoli su un presunto sistema criminale finalizzato al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Nella giornata di ieri la Polizia di Stato ha eseguito un’ordinanza di interdizione temporanea dai pubblici uffici per dodici mesi nei confronti del direttore dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro dell’Area Metropolitana di Napoli e della provincia di Salerno.

Il provvedimento è stato emesso dal gip del Tribunale di Napoli su richiesta della Dda e notificato dagli agenti della Squadra Mobile.

L’accusa: corruzione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il dirigente pubblico sarebbe gravemente indiziato di corruzione per l’esercizio della funzione e per atti contrari ai doveri d’ufficio.

L’uomo, stando alle indagini, avrebbe preso parte a un’associazione per delinquere con proiezioni transnazionali, organizzata per favorire l’ingresso irregolare di cittadini extracomunitari in Italia.

Si tratta dello stesso filone investigativo che lo scorso 9 marzo aveva già portato all’esecuzione di numerosi provvedimenti cautelari nei confronti di altri indagati.

Il sistema delle utilità in cambio di pratiche agevolate

Le indagini della Squadra Mobile avrebbero documentato un meccanismo consolidato attraverso il quale alcuni componenti dell’organizzazione – tra cui lo stesso direttore dell’Ispettorato – avrebbero ricevuto beni di lusso, viaggi e altre utilità.

In cambio, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbe stata prodotta documentazione ritenuta utile ad agevolare le pratiche di ingresso in Italia di cittadini stranieri, consentendo di accelerare o facilitare le procedure amministrative.

Gli arresti già eseguiti nell’inchiesta

Nel corso delle precedenti fasi investigative, per le stesse ipotesi di reato, erano già state eseguite misure cautelari nei confronti di diciotto persone.

In particolare:

15 indagati sono stati sottoposti alla custodia cautelare in carcere

3 indagati agli arresti domiciliari

Il dirigente pubblico raggiunto dal provvedimento interdittivo rappresenterebbe uno dei tasselli del presunto sistema individuato dagli investigatori.

 

Uccelli accecati con ago infuocato per farli cantare di più: 19 cardellini salvati a Caserta

La Polizia Provinciale di Caserta ha messo a segno un’importante operazione contro i reati ambientali e il maltrattamento animale. Nel corso di un controllo mirato, gli agenti – coordinati dal Colonnello Biagio Chiariello – hanno sequestrato 19 esemplari di avifauna protetta, prevalentemente cardellini, ma anche canarini e altre specie tutelate dalle normative europee.

L’intervento si è svolto in un’abitazione situata tra Caserta e San Nicola la Strada, con il prezioso supporto tecnico-operativo degli attivisti e guardie giurate della LIPU di Napoli, esperti nella tutela dell’avifauna.

La pratica barbara: accecamento per “migliorare” il canto

Le indagini hanno fatto emergere una condotta di estrema crudeltà: gli uccelli giudicati non abbastanza “bravi” nel canto venivano sottoposti a un trattamento disumano. Con un ago infuocato si procedeva all’accecamento, nella convinzione – diffusa negli ambienti del bracconaggio illegale – che la perdita della vista inducesse gli animali a cantare di più e meglio, incrementandone il valore commerciale.

Si tratta di una credenza priva di fondamento scientifico ma purtroppo ancora radicata in alcune frange del mercato clandestino, dove il cardellino è particolarmente ricercato per le sue qualità vocali.

Tentativo di distruggere le prove e sequestro dei materiali

Durante l’accesso domiciliare, il responsabile – un uomo di 38 anni già noto alle forze dell’ordine – ha tentato di disfarsi di uno degli esemplari lanciandolo dal balcone. L’animale è stato immediatamente recuperato dagli operatori appostati all’esterno.

Oltre agli uccelli, sono stati posti sotto sequestro diversi strumenti utilizzati per la cattura e il trattenimento illegale: gabbie-trappola, richiami acustici e altri dispositivi proibiti.

Denuncia e affidamento al centro di recupero

L’uomo è stato denunciato alla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere per violazione della normativa sulla tutela della fauna selvatica (in particolare le direttive europee che proteggono il cardellino) e per maltrattamento di animali (art. 544 del Codice Penale).

Gli esemplari sequestrati sono stati trasferiti al C.R.A.S. (Centro di Recupero Animali Selvatici) di Napoli, dove riceveranno le cure necessarie e – quando possibile – verranno reintrodotti in natura.

Un business milionario sul mercato nero

Il Comando Provinciale sottolinea come il cardellino rappresenti una delle specie più colpite dal traffico illecito: sul mercato nero un singolo esemplare “di pregio” può raggiungere prezzi che oscillano dai 100 fino agli 8.000 euro, a seconda delle sue presunte capacità canore.L’operazione conferma l’impegno costante delle istituzioni nel contrastare il bracconaggio e le pratiche che minacciano la biodiversità e infliggono sofferenze evitabili agli animali selvatici.

P.B.

Stadio Maradona, il Comitato Tassisti: «Aperto al pubblico tutto l’anno, non solo per il Fai»

Napoli – Mentre migliaia di visitatori invadono il Fuorigrotta per la prima giornata del Fai, il Comitato Tassisti di Base alza il volume della protesta e rilancia la richiesta di apertura permanente dello stadio Maradona.

Una lettera inviata al sindaco Gaetano Manfredi, all’assessore al Turismo Teresa Armato e al consigliere Luigi Carbone chiede di trasformare l’impianto in un attrattore stabile per la città, superando la logica degli eventi straordinari.

L’affluenza record del Fai

“In occasione della prima giornata Fai, che già oggi sta registrando un’affluenza straordinaria, appare evidente come l’interesse per la fruizione dei luoghi simbolo della città sia altissimo e destinato a crescere ulteriormente nella giornata di domani”, scrivono i tassisti.

E proprio in questi minuti si registrano lunghe file all’ingresso dello stadio, con turisti e napoletani in coda anche solo per immortalare il celebre murales di Jorit, che ritrae undici campioni della storia azzurra.

Tavoli tecnici fermi al palo

Ma il messaggio del Comitato va oltre l’evento del weekend. “Desideriamo ribadire – prosegue la lettera – che la nostra battaglia, appoggiata dal consigliere Luigi Carbone per l’apertura dello Stadio Maradona al pubblico, non può e non deve limitarsi alle sole giornate Fai”.

I rappresentanti dei tassisti ricordano che il Consiglio Comunale ha già votato a favore dell’apertura stabile dell’impianto, ma da allora non si è più proceduto. “La città è ancora in attesa della convocazione dei tavoli tecnici, più volte annunciati dall’assessore al Turismo, necessari a definire modalità operative e coperture assicurative adeguate per i visitatori”.

“Napoli non può più aspettare”

L’appello al primo cittadino è chiaro: “Il comparto taxi, insieme a numerosi cittadini, chiede con urgenza l’istituzione di tali tavoli tecnici, al fine di restituire piena vita allo Stadio Maradona”. Secondo il Comitato, valorizzare l’impianto non solo come luogo simbolico e sportivo, ma anche come “importante risorsa economica per la città e per le casse comunali”, rappresenta un’occasione che Napoli non può permettersi di lasciar cadere.

“Napoli non può più aspettare”, conclude la missiva, mentre le code fuori dal Maradona dimostrano, numeri alla mano, la fame di accesso a uno dei templi più amati del calcio e della cultura partenopea.

BTS, concerto e ritorno record delle sette star del K-pop sudcoreano a Seul

BTS, ritorno da record a Seul: il trionfo di un fenomeno globale costruito tra musica, marketing e potere mediatico

Seul si è fermata per i BTS. Il ritorno sul palco della boy band sudcoreana dopo quattro anni di assenza è stato presentato come un evento epocale, quasi religioso, capace di trasformare Piazza Gwanghwamun in un santuario pop colorato di viola, il colore simbolo del gruppo. Un’ora di spettacolo, milioni di spettatori collegati, centinaia di migliaia di presenti secondo le stime diffuse, un nuovo album già lanciato verso numeri record e un tour mondiale pronto a generare incassi miliardari.

Tutto enorme, tutto studiato, tutto perfettamente confezionato.

Perché il punto, al di là dell’indiscutibile popolarità dei BTS, è proprio questo: da tempo la musica pop internazionale, e in particolare quella delle boy band, è diventata soprattutto un gigantesco business. Più che arte nel senso pieno del termine, spesso si tratta di prodotti costruiti con straordinaria precisione industriale. Immagine, coreografie, storytelling, apparizioni mediatiche, fandom organizzato, marketing digitale: ogni dettaglio contribuisce a creare il “fenomeno”, molto più di quanto conti la musica con la M maiuscola, quella destinata a resistere davvero al tempo.

E i BTS, sotto questo aspetto, rappresentano probabilmente il caso più clamoroso e riuscito degli ultimi anni.

Secondo la società di intrattenimento HYBE, circa 104.000 persone hanno assistito al concerto tenuto oggi nel centro storico di Seul, anche se altre stime parlano addirittura di 260 mila spettatori. Sul palco, per la prima volta insieme dall’ottobre 2022, sono tornati RM, Jin, Suga, J-Hope, Jimin, V e Jung Kook, davanti a uno sfondo altamente simbolico: un portale del XIV secolo del palazzo reale coreano. Una scelta scenica che, più che un semplice concerto, ha trasformato l’evento in una celebrazione nazionale e culturale.

Durante l’esibizione, la band ha presentato i brani del nuovo album Arirang, pubblicato in tutto il mondo due giorni fa e già capace di mettere in fila numeri impressionanti: oltre un milione di copie vendute nei primi cinque minuti dall’uscita, a cui si aggiungono circa 4 milioni di copie in prevendita. Dati che confermano quanto il marchio BTS sia oggi molto più di un gruppo musicale: è una macchina economica globale.

L’intera città di Seul ha accompagnato il ritorno del gruppo con un’atmosfera da grande evento planetario. Prima del concerto, spettacoli di droni nei cieli della capitale hanno illuminato il nome della band, mentre la centralissima Piazza Gwanghwamun si è trasformata in una distesa viola, popolata da fan arrivati da ogni parte del mondo. L’effetto visivo era potente, quasi totalizzante: entrare lì dentro significava entrare in un universo dominato da un brand culturale prima ancora che artistico.

Ed è proprio qui che si inserisce la riflessione più scomoda. Le boy band, da decenni, vengono spesso create a tavolino, sostenute da enormi investimenti delle case discografiche e spinte da media pronti a trasformarle in idoli globali.

Funzionano perché intercettano desideri, linguaggi e dinamiche di consumo contemporanee, ma raramente producono veri artisti in grado di costruire carriere autonome e durature una volta terminata l’onda del fenomeno. Nella maggior parte dei casi, il successo è enorme ma fragile: abbaglia per qualche stagione e poi si spegne come fuoco di paglia.

Questo non significa negare il successo dei BTS, né liquidare il loro impatto come irrilevante. Sarebbe sbagliato e superficiale. I sette artisti coreani hanno saputo incarnare meglio di chiunque altro la forza del K-pop come linguaggio globale. Hanno mobilitato milioni di fan, generato una comunità internazionale compatta e fidelizzata, e portato la Corea del Sud al centro dell’immaginario pop mondiale. Ma è altrettanto vero che il loro trionfo racconta molto del nostro tempo: un’epoca in cui la musica è sempre meno spontaneità e sempre più strategia, packaging, algoritmo, pianificazione.

Il tour mondiale che inizierà il mese prossimo, secondo le previsioni, potrebbe fruttare fino a 1 miliardo di dollari. Una cifra enorme, che spiega meglio di qualunque analisi quanto il confine tra arte e industria sia ormai diventato sottilissimo. Il governo sudcoreano, del resto, sottolinea da tempo che il contributo dei BTS va ben oltre gli incassi: il gruppo è diventato uno strumento potentissimo di soft power, un veicolo internazionale per rafforzare immagine, turismo, consumi, reputazione e peso diplomatico del Paese.

In questo senso, il concerto di Seul è stato molto più di un semplice live. È stata l’ennesima dimostrazione della capacità della Corea del Sud di usare cultura, cinema, serie tv, arte e soprattutto musica pop come leva geopolitica. Il K-pop è stato il volto più visibile di questa strategia, e i BTS ne sono l’emblema assoluto: non solo idoli musicali, ma simboli di una penetrazione culturale organizzata, efficacissima, capace di conquistare mercati e coscienze.

L’attesa stessa costruita attorno al loro ritorno è stata parte integrante dello spettacolo. Il concerto, trasmesso in streaming da Netflix e seguito da milioni di persone nel mondo, conferma che oggi il pop non è più soltanto intrattenimento: è una forma di influenza, di dominio simbolico, di potere globale.

E forse è proprio questo il nodo. Dietro le luci, i cori, i record e i numeri monstre, resta una domanda inevitabile: stiamo celebrando davvero la musica, oppure il perfetto successo di un prodotto pensato per diventare fenomeno?

I BTS, almeno per ora, vincono su entrambi i fronti. Ma la storia del pop insegna che tra essere un fenomeno mondiale ed essere davvero immortali nella musica c’è una differenza enorme.

Camorra, catturato il boss latitante Elia Cancello

All’alba gli investigatori hanno individuato e arrestato il boss latitante Elia Cancello, 42 anni ritenuto ai vertici del clan Cancello/Cifariello. L’uomo si nascondeva in un appartamento nel quartiere Arenaccia.

Era irreperibile dallo scorso settembre, quando era sfuggito a un’ordinanza di custodia cautelare emessa nei suoi confronti per reati gravi: associazione di stampo mafioso, lesioni aggravate e rapina.

Le indagini della Squadra Mobile, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia, hanno consentito di localizzare il covo del fuggitivo, trovato al momento dell’arresto insieme ad alcuni familiari.

Le mani del clan sulle case popolari ai Sette Palazzi

L’inchiesta aveva riguardato altri componenti della sua famiglia e del suo clan che controlla la zona dei “Sette Palazzi” a Scampia e risale al settembre scorso. Con lui si resero latitanti Gennaro Cifariello e Moreno Del Medico, poi arrestati in seguito ritenuti tra i protagonisti della vicenda che ha riportato alla ribalta la brutalità del controllo camorristico sul territorio.

L’indagine, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, ha smascherato un sistema di violenza e soprusi messo in atto dal gruppo criminale egemone a Scampia, riconducibile alle famiglie Cifariello e Cancello.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, gli indagati non si sono limitati a intimidire le vittime: le hanno aggredite, sequestrate e costrette a lasciare la propria abitazione. In particolare, un uomo residente in un alloggio popolare sarebbe stato prelevato e trattenuto all’interno di una sala scommesse – roccaforte del clan – mentre i familiari venivano minacciati affinché consegnassero le chiavi della casa.

L’episodio ricostruito dagli investigatori della Squadra Mobile e della Direzione distrettuale antimafia di Napoli risale al 13 settembre 2024. Quel giorno, padre e figlio furono sequestrati e minacciati da uomini del clan, costretti a liberare in poche ore l’abitazione popolare che occupavano regolarmente.

«Ve ne dovete andare di casa, vi do mezz’ora di tempo… portami le chiavi e ti ridò tuo padre», si è sentito dire il ragazzo, inviato poi a convincere la madre e la sorella a raccogliere in fretta gli effetti personali per lasciare spazio a un esponente di vertice delle famiglie criminali.

L’uomo rimasto nelle mani dei camorristi si è visto ribadire la stessa minaccia: «Quando tuo figlio porta le chiavi, te ne vai. Puoi andare dove vuoi tu, dai Contini, dai Licciardi… ma noi siamo più forti e il problema nessuno te lo può risolvere». A suggellare il messaggio di potere, l’ultimatum finale: se qualcuno avesse avvertito le forze dell’ordine, anche i genitori del sequestrato, residenti nello stesso rione, sarebbero stati cacciati.

Boscoreale, paura in via Panoramica: in fiamme deposito di legnami

Boscoreale – Paura lungo via Panoramica nel comune di Boscoreale per un incendio che è scoppiato in un deposito di legnami. Le fiamme si sono levate per cause in via di accertamento intorno alle 13,30 di oggi. Per fortuna non ci sono feriti, le persone che si trovavano all’interno sono riuscite a mettersi in salvo.

Sul posto carabinieri e vigili urbani e tre autobotti dei vigili del fuoco. il vento ha alimentato le fiamme facendo anche volare le coperture del capannone lungo la strada causando disagi agli automobilisti e alla circolazione.

Sull’episodio ora i carabinieri, uan volta spente le fiamme , si dovranno stabilire le cause. Non si esclude  il dolo. le fiamme per la potenza e per la velocità con la quale si sono sviluppate potrebbero essere state causate da qualcosa lanciate dall’esterno.

Ma questo dovrà essere l’indagine a stabilirlo.

Castellammare, arrestato il ricettatore dei prodotti Apple

Castellammare – Si chiude il cerchio attorno al colpo da 2,5 milioni di euro messo a segno lo scorso settembre ai danni di un corriere. I carabinieri hanno eseguito oggi un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari nei confronti di un uomo ritenuto il ricettatore di riferimento del commando che il 18 settembre 2024, a Castellammare di Stabia, rapinò un furgone carico di prodotti Apple.

Rapina con sequestro e armi

Erano le prime ore del mattino quando i quattro banditi, tutti pregiudicati già arrestati lo scorso 10 marzo, bloccarono il corriere impossessandosi di un carico da capogiro: 1.733 iPhone 16, 455 AirPods e 145 Apple Watch.

Un bottino dal valore complessivo di circa 2,5 milioni di euro destinato a un magazzino di elettronica locale. Durante il colpo, gli uomini misero in atto anche un sequestro di persona, costringendo il malcapitato a subire le loro direttive, e agirono con armi illegalmente detenute.

La figura chiave del ricettatore

Le indagini, condotte dalla Compagnia di Castellammare di Stabia e dalla Compagnia Napoli Stella, hanno però rivelato che il gruppo non avrebbe potuto piazzare così rapidamente un carico così ingente senza un “cervello” logistico alle spalle. Secondo quanto ricostruito dalla Procura di Torre Annunziata, l’uomo finito ai domiciliari sarebbe stato il facilitatore: in tempi brevissimi, avrebbe fatto sparire parte della merce nel mercato illecito.

Nel corso delle perquisizioni, i militari hanno trovato una parte dei dispositivi ancora nascosti nell’abitazione dei genitori dell’indagato. Ma il dato più eclatante emerso dalle indagini è il giro d’affari illecito: gli investigatori hanno documentato flussi finanziari anomali legati alla vendita dei device, che aveva già fruttato alla banda profitti per circa 600mila euro.

Napoli, il caso Epatite A: reparti pieni al Cotugno. Per i medici non è un epidemia

L’ospedale Cotugno di Napoli, punto di riferimento per le malattie infettive nel Mezzogiorno, si trova a gestire un’impennata anomala di casi di Epatite A. I dati aggiornati parlano chiaro: 60 pazienti attualmente in carico, di cui 51 già ricoverati nei reparti specializzati e 9 in attesa al pronto soccorso. L’identikit del paziente tipo è chiaro: un’età media compresa tra i 30 e i 40 anni.

Sebbene i numeri siano consistenti, la situazione clinica appare sotto controllo. “Stanno tutti bene”, assicura Raffaele Di Sarno, responsabile del pronto soccorso infettivologico e pneumologico. Si tratta, al momento, di casi non complicati che non destano preoccupazioni vitali, ma che hanno reso necessaria una conferenza stampa per fare il punto su un fenomeno che sta interessando non solo la città di Napoli, ma l’intera provincia e il Casertano.

La “tradizione” del rischio: oltre la consuetudine

Perché questo picco proprio ora? La risposta dei medici affonda le radici nelle abitudini alimentari legate alle festività. È noto che dopo il periodo natalizio si verifichi ciclicamente un incremento dei casi dovuto al consumo di mitili, ma quest’anno il dato ha superato le aspettative statistiche.

“Non possiamo parlare di epidemia in senso stretto”, chiarisce Di Sarno, “ma questa volta i numeri ci hanno sorpresi perché sono decisamente superiori alla norma”. Il denominatore comune tra i degenti è quasi univoco: il consumo di frutti di mare crudi, un “classico” della tavola campana che, però, si conferma il principale veicolo di trasmissione del virus.

La prevenzione: dai 4 minuti sul fuoco al vaccino

Il contagio da Epatite A segue la via oro-fecale. Questo significa che la trasmissione può avvenire non solo tramite cibo contaminato, ma anche attraverso il contatto interumano mediato da una scarsa igiene delle mani. Una mela toccata da chi è infetto e non lo sa può diventare un veicolo di infezione per chi la consuma successivamente.

Gli esperti del Cotugno hanno quindi stilato un vademecum rapido per la cittadinanza:

Cottura rigorosa: Evitare assolutamente il crudo. I frutti di mare devono bollire per almeno 4 minuti per inattivare il virus.

Igiene personale: Lavaggio frequente e accurato delle mani, specialmente prima di maneggiare alimenti.

L’arma del vaccino: È la soluzione definitiva. Il vaccino è a base di virus inattivati, sicuro e privo di rischi. “Dà una copertura entro 15 giorni dalla somministrazione”, spiega Di Sarno, ricordando che è somministrabile ai bambini sopra l’anno di età e a tutti gli adulti, con un richiamo previsto dopo sei mesi.

Notte di piombo ai Quartieri Spagnoli: stesa a Portamedina, l’ombra della faida tra baby gang

Napoli – La faida per il controllo del territorio nel cuore di Napoli non accenna a placarsi. I Quartieri Spagnoli tornano a essere teatro di un’ennesima notte di piombo e paura, segnata dal rombo sordo dei proiettili.

L’allarme è scattato intorno alle quattro del mattino, quando il silenzio dei vicoli è stato squarciato da una serie di detonazioni. I residenti, svegliati di soprassalto, hanno immediatamente allertato le forze dell’ordine, temendo il peggio.

Le volanti dell’Ufficio Prevenzione Generale della Polizia di Stato si sono precipitate in vicoletto Rosario a Portamedina, confermando i timori della prima ora. Sull’asfalto, gli agenti hanno repertato almeno quattro bossoli. Un bilancio che, solo per un puro caso, non conta vittime: non si registrano feriti, né risultano danni visibili alle abitazioni o alle auto in sosta lungo la strada.

Il movente: la guerra per le piazze della movida

La dinamica dell’episodio non lascia spazio a molti dubbi. Si è trattato di una classica “stesa” a scopo intimidatorio, un messaggio di piombo inviato nel cuore della notte per marcare il territorio o per lanciare un avvertimento a un clan rivale. Il bersaglio del raid resta al momento avvolto nel mistero, ma gli investigatori sono già al lavoro per ricostruire la mappa delle alleanze e dei contrasti criminali in zona.

Le indagini della Polizia si concentrano ora sull’acquisizione delle immagini dei sistemi di videosorveglianza pubblici e privati presenti nell’area. Le telecamere potrebbero aver immortalato le fasi salienti dell’incursione, dalla rapida discesa del commando armato fino alla via di fuga.

Sullo sfondo, il movente appare fin troppo chiaro: il controllo capillare dello spaccio di droga, un business florido e in continua espansione, destinato ad alimentare la movida del centro storico.

L’escalation di violenza: da Montesanto a piazzetta Carolina

Quella di stanotte è purtroppo solo l’ultima tessera di un mosaico di violenza che da mesi sta insanguinando le strade del centro. Il sospetto degli inquirenti è che sia in atto una pericolosa recrudescenza dello storico scontro tra le bande di giovanissimi aspiranti ras. Da una parte le “paranze” radicate nei Quartieri Spagnoli, dall’altra quelle del Pallonetto di Santa Lucia.

Un’escalation preoccupante che ha visto susseguirsi numerosi episodi di fuoco. Solo pochi giorni fa, un’altra sparatoria ha seminato il panico nella vicina via Montesanto, a dimostrazione di un clima di perenne tensione.

Ma il culmine di questa guerra strisciante si è raggiunto con il recente e cruento scontro tra baby gang in piazzetta Carolina. A due passi da piazza del Plebiscito e dai palazzi del potere cittadino, giovanissimi armati non hanno esitato a far cantare le pistole in un agguato fallito che avrebbe potuto trasformarsi in una strage.

Un campanello d’allarme che risuona forte, confermando come la nuova generazione della camorra sia sempre più spregiudicata e pronta a tutto pur di conquistare la leadership dello spaccio.

Napoli, le corse clandestine al Vomero: il video della fuga

Una sorta di gara–esibizione tra moto da cross nel cuore del Vomero. È quanto accaduto nella notte appena trascorsa quando otto motociclette, tutte prive di targa, hanno sfrecciato tra le strade del quartiere collinare.

La scena è stata ripresa in un video nel quale si vedono i mezzi correre inizialmente nel corretto senso di marcia in direzione di Vico Belvedere. Pochi istanti dopo, però, sei delle motocross imboccano la strada contromano, fino a trovarsi improvvisamente di fronte a una pattuglia dei carabinieri.

L’incontro con i carabinieri e la fuga

I motociclisti, tutti con casco integrale e passamontagna, sono alla guida di mezzi da gara, privi di targa e quindi non identificabili. Alla vista dei militari tentano immediatamente di invertire la marcia per fuggire.

Scatta l’alt dei carabinieri. Uno dei militari si lancia verso il primo centauro della fila che sta già cercando di dileguarsi nella direzione da cui era arrivato. Il carabiniere riesce ad afferrargli il giubbotto, ma il motociclista accelera improvvisamente.

Il carabiniere trascinato sull’asfalto

La moto non si ferma e trascina il militare per diversi metri. Il carabiniere non lascia la presa, mentre il mezzo si impenna e perde l’equilibrio: centauro e militare finiscono entrambi sull’asfalto.

Anche dopo la caduta il giovane tenta di divincolarsi e riprendere la fuga, ma nel frattempo sopraggiunge un secondo carabiniere che lo blocca definitivamente.

Arrestato un 29enne, un altro centauro sanzionato

Sotto il casco e il passamontagna i militari scoprono il volto di un 29enne incensurato residente nel quartiere San Carlo Arena. Per lui scattano le manette con l’accusa di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale.

Nel frattempo viene fermato anche un altro motociclista, un uomo di 55 anni, che non oppone resistenza. Nei suoi confronti scattano sanzioni amministrative per violazioni al codice della strada.Le due motocross utilizzate dai centauri fermati sono state sequestrate.

Quattro motociclisti in fuga

Gli altri quattro partecipanti alla corsa clandestina sono invece riusciti a far perdere le proprie tracce durante la fuga tra le strade del quartiere.

Le indagini sono in corso per identificarli anche attraverso le immagini del video che documenta sia la gara notturna sia le fasi concitate dell’intervento dei carabinieri.

 

Estorsioni per conto del clan Schiavone: arrestato 35enne nel Casertano

Nella tarda serata di ieri i carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Caserta hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di un 35enne, già noto alle forze dell’ordine. Il provvedimento è stato emesso dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia partenopea.

Le accuse: estorsioni, droga e lesioni

L’ordinanza scaturisce da un’attività investigativa condotta nel corso del 2025 dai militari dell’Arma, che avrebbe consentito di raccogliere gravi indizi di colpevolezza a carico dell’indagato. Le contestazioni riguardano episodi di estorsione, detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti e lesioni personali, tutti reati aggravati dall’uso del metodo mafioso.

Secondo quanto emerso dalle indagini, il 35enne avrebbe fatto leva sulla forza intimidatrice derivante dalla sua presunta riconducibilità al clan dei Casalesi, fazione Schiavone, evocando il peso del sodalizio criminale per piegare le vittime e agevolare attività illecite collegate al traffico di droga.

Le minacce per un presunto debito

Al centro dell’inchiesta ci sono ripetute condotte estorsive che l’uomo avrebbe messo in atto con modalità tipicamente camorristiche. In particolare, avrebbe minacciato anche di morte una persona offesa per costringerla a consegnare somme di denaro riconducibili a un presunto debito maturato nell’ambito della cessione di sostanze stupefacenti.

Le pressioni, secondo l’impianto accusatorio, sarebbero sfociate anche in una violenta aggressione, al punto da provocare gravi lesioni alla vittima.

Cocaina e hashish sequestrate

Nel medesimo contesto investigativo, l’indagato avrebbe inoltre detenuto, trasportato e consegnato sostanze stupefacenti, in particolare cocaina e hashish. Parte della droga è stata sequestrata dai carabinieri nel corso delle attività di indagine.

L’arresto rappresenta un ulteriore tassello nell’azione di contrasto alle dinamiche criminali che, secondo gli investigatori, continuano a intrecciare estorsioni, violenza e traffico di stupefacenti sotto la pressione intimidatoria dei clan.

Malasanità al Monaldi di Napoli: oltre 300mila euro di risarcimento per una morte in corsia

Napoli – Un ricovero per sintomi inizialmente non allarmanti, poi una caduta, le infezioni e infine il decesso. È la vicenda che ha portato alla condanna di una struttura afferente all’Azienda Ospedaliera dei Colli di Napoli, con un risarcimento superiore a 300mila euro riconosciuto ai familiari di un’anziana paziente.

I fatti risalgono a circa due anni fa: la donna si era recata in ospedale lamentando spossatezza e cali pressori. Durante la degenza, però, la situazione è precipitata. La paziente è infatti caduta all’interno della struttura, riportando una frattura del femore che ha aggravato il quadro clinico.

Le complicazioni e il decesso

Nel corso del ricovero, la donna ha contratto più infezioni nosocomiali, che hanno determinato un progressivo peggioramento delle condizioni di salute. Nonostante il quadro già compromesso, è stata sottoposta a un intervento chirurgico.
Dopo circa dieci giorni dall’operazione, sono sopraggiunte complicanze risultate fatali.

L’azione legale e le perizie

I familiari della paziente, assistiti dagli avvocati Pierlorenzo Catalano, Michele Sorrentino e Filippo Castaldo dello Studio Associati Maior, hanno avviato un ricorso per accertamento tecnico preventivo presso il Tribunale competente.

Le conclusioni dei consulenti tecnici hanno confermato la linea difensiva, evidenziando gravi criticità nella gestione del rischio caduta e del rischio infettivo. In particolare, è stata rilevata l’assenza di adeguati dispositivi di sicurezza, sistemi di allerta per i pazienti e un corretto presidio assistenziale.

Ulteriori carenze sono emerse anche sul fronte delle condizioni igienico-sanitarie, ritenute non adeguate a prevenire la diffusione delle infezioni ospedaliere.

La sentenza

l’accertamento tecnico e in assenza di un accordo transattivo, è stato avviato il giudizio di merito limitatamente alla quantificazione del danno. Il procedimento si è concluso con una sentenza favorevole ai familiari, ai quali è stato riconosciuto un risarcimento significativo.

«Questo risultato conferma quanto sia fondamentale garantire elevati standard di sicurezza all’interno delle strutture sanitarie», sottolineano i legali dello Studio Associati Maior.
«Anche un ricovero ordinario può trasformarsi in un evento drammatico se non vengono rispettati i protocolli di prevenzione. Continueremo a lavorare affinché sia fatta piena luce sui casi di malasanità e venga assicurata giustizia alle vittime e alle loro famiglie».

Motocross senza targa tra i vicoli del Vomero: carabiniere trascinato per metri, arrestato un 29enne

Napoli – È da poco passata l’una di notte quando i carabinieri del nucleo operativo della compagnia Vomero sono impegnati nei servizi di controllo del territorio per garantire la sicurezza della movida.

I militari, in abiti civili, pattugliano a piedi la zona più antica del quartiere collinare e si trovano in vico Belvedere, una delle strade che di notte si riempiono di giovani.

Durante il servizio notano tre scooter che percorrono la strada contromano. A bordo ci sono sei ragazzi, tra cui alcune ragazze. Scatta il controllo e sul posto arriva anche una pattuglia della sezione radiomobile della compagnia Vomero.

Mentre i militari stanno contestando le violazioni al codice della strada, il silenzio del vicolo viene improvvisamente rotto da un rombo assordante.

L’arrivo delle motocross senza targa

Nel vicolo fanno irruzione sei motocross da gara, prive di targa. I conducenti indossano casco integrale e passamontagna.

Alla vista dei carabinieri i centauri tentano immediatamente l’inversione di marcia per allontanarsi e sottrarsi al controllo. I militari intimano l’Alt.

Uno dei carabinieri si lancia verso il primo motociclista della fila, che nel frattempo ha già accelerato per fuggire nella direzione da cui era arrivato.

Carabiniere trascinato dalla moto

Il militare riesce ad afferrare il giubbotto del giovane, ma il centauro apre il gas e non si ferma. Per alcuni metri il carabiniere viene trascinato dalla moto, senza mollare la presa.

La motocross si impenna improvvisamente e i due finiscono a terra.Anche dopo la caduta il motociclista tenta di divincolarsi e di scappare, ma nel frattempo arriva un altro carabiniere che lo immobilizza.

Sotto il casco e il passamontagna i militari identificano un 29enne incensurato del quartiere San Carlo Arena.

Un arresto e quattro fuggitivi

Durante l’operazione viene fermato anche un altro centauro, un 55enne, che non oppone resistenza. Per lui scattano sanzioni amministrative per violazioni al codice della strada.

Il 29enne, invece, viene arrestato con l’accusa di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale.

Le due motocross utilizzate dai motociclisti fermati sono state sequestrate, mentre gli altri quattro centauri sono riusciti a fuggire tra le strade del quartiere. Le indagini dei carabinieri sono in corso per identificarli.

Santa Maria Capua Vetere, agente ferito con un pugno al volto da un detenuto

Santa Maria Capua Vetere – Un pugno sferrato all’improvviso, a freddo. Un impatto violento che centra il volto e manda la vittima a schiantarsi a terra. È l’ennesimo episodio di sangue e tensione quello che si è consumato nelle scorse ore dietro le alte mura del carcere casertano di Santa Maria Capua Vetere.

A farne le spese, ancora una volta, un agente della Polizia Penitenziaria, “colpevole” soltanto di aver fatto il proprio dovere.

La miccia e l’aggressione a freddo

Tutto si consuma in pochi istanti di brutale e ingiustificata violenza davanti al pronto soccorso interno dell’istituto penitenziario. La miccia che innesca l’aggressione è il semplice rispetto delle regole.

L’agente di guardia, applicando alla lettera i protocolli di sicurezza previsti per le visite mediche, autorizza l’ingresso in infermeria di un solo detenuto per volta. Quando si rivolge al secondo uomo in fila, invitandolo ad attendere il proprio turno all’esterno della sala medica, scatta la cieca ritorsione. Nessuna discussione, solo la forza bruta.

Il racconto del sindacato: “Violenza immotivata”

A ricostruire e denunciare la dinamica dell’agguato è l’Uspp (Unione Sindacati Polizia Penitenziaria). “Si è trattato di un’aggressione rapida e immotivata”, spiega senza mezzi termini Emanuele Guarriello, segretario provinciale di Caserta per l’Uspp.

“Il detenuto in attesa – prosegue il sindacalista – ha sferrato un violento pugno alle labbra dell’agente, facendolo cadere rovinosamente a terra. Parliamo di un episodio di violenza del tutto gratuita, avvenuto, paradosso nel paradosso, proprio mentre il personale in divisa garantiva e tutelava l’assistenza sanitaria agli stessi ristretti”.

Emergenza sicurezza: “Stop ai benefici di legge”

Il caso di Santa Maria Capua Vetere riaccende, qualora ce ne fosse bisogno, i fari sull’emergenza sicurezza all’interno delle carceri campane. Per il sindacato non c’è più tempo per la diplomazia: servono i fatti. Nell’esprimere la massima solidarietà al collega aggredito, Guarriello traccia la linea dura: “Bisogna mettere in sicurezza il lavoro quotidiano degli agenti.

I detenuti che si rendono protagonisti di tali eventi di violenza devono essere trasferiti immediatamente”. Ma non basta l’allontanamento: l’Uspp chiede che lo Stato dia un segnale forte colpendo i violenti dove fa più male, ovvero “togliendo subito i benefici di legge previsti dall’ordinamento” a chi alza le mani su chi indossa una divisa.

La tensione, intanto, resta altissima. E il conto dei feriti tra i baschi azzurri continua a salire.

Napoli, fabbrica del falso al rione Pendino: sequestrata «boutique di alta moda»

Napoli – Nel dedalo di strade storiche del quartiere Pendino, a pochi passi da corso Umberto I e corso Garibaldi, i carabinieri della stazione Napoli Borgoloreto hanno intercettato un ingente carico di merce illegale.

Durante un servizio di pattugliamento a piedi tra i ciottoli di via Chioccarelli, l’attenzione dei militari è stata catturata da un uomo di origini magrebine che trasportava a fatica dei pesanti borsoni.

Alla vista delle divise, l’uomo ha improvvisamente abbandonato il carico e ha tentato la fuga, cercando disperatamente rifugio nel portone di un palazzo al civico 32. Dopo una breve e concitata colluttazione con i carabinieri, il sospettato è riuscito a divincolarsi e a far perdere le proprie tracce, ma il suo tentativo di nascondersi ha fornito agli investigatori la traccia decisiva.

Il blitz nel palazzo e la scoperta del deposito

Il sospetto che l’edificio nascondesse il fulcro di un’attività illecita ha spinto le forze dell’ordine a intervenire in forze. Supportati da altre pattuglie della compagnia Stella, già impegnate in un servizio di controllo a largo raggio nella zona, i militari hanno avviato un sopralluogo approfondito nello stabile.

Proprio durante queste delicate operazioni, la porta di un appartamento si è aperta, rivelando la presenza di un 33enne marocchino. La successiva perquisizione dell’abitazione ha svelato una vera e propria “boutique” del falso, un centro logistico adibito allo stoccaggio della merce. L’uomo è stato immediatamente fermato e denunciato a piede libero per il reato di ricettazione.

Un giro d’affari da capogiro

All’interno dell’appartamento, i carabinieri hanno rinvenuto 486 articoli tra capi d’abbigliamento, scarpe, borse, tute e accessori di lusso. Marchi come Louis Vuitton, Lacoste, Dolce & Gabbana e Valentino erano stati riprodotti con una cura maniacale, completi di packaging e confezioni così perfette da rendere quasi impossibile la distinzione tra un prodotto falso e uno originale.

La merce, ancora imballata nel cellophane e apparentemente appena arrivata, era pronta per inondare il mercato parallelo. Il valore stimato del sequestro si aggira intorno ai 30mila euro, una cifra destinata a lievitare esponenzialmente se i prodotti fossero stati venduti come autentici.

Per gli investigatori si tratta solo della punta dell’iceberg di un sistema di contraffazione sempre più radicato nei vicoli del centro, un fenomeno criminale che i carabinieri continuano a monitorare senza sosta.

Terrore al distributore: commando armato assalta l’area di servizio a Lavorate

Sarno – Un’azione fulminea, studiata nei minimi dettagli e condotta con una freddezza che lascia poco spazio all’improvvisazione. Intorno alle ore 20:00 di ieri, il silenzio della zona periferica di Lavorate è stato squarciato da un assalto armato ai danni di un distributore di carburante, messo a segno da un commando di quattro persone.

L’assalto nel cuore della serata

Il gruppo è entrato in azione approfittando dell’orario di chiusura, momento in cui il traffico di clienti cala ma il contenuto delle casse è più consistente. I malviventi, giunti sul piazzale a bordo di un’auto (che i primi riscontri identificano come una Alfa Romeo Giulietta), si sono diretti senza esitazioni verso il box ufficio.

Sotto la minaccia di una pistola puntata al volto, il titolare della stazione di servizio è stato costretto a consegnare l’intero incasso giornaliero, stimato in diverse migliaia di euro. Un colpo da manuale durato pochissimi minuti, prima che la banda dileguasse nelle zone di campagna al confine con Nocera Inferiore.

Il cerchio si stringe: l’analisi dei filmati

Le indagini sono scattate immediatamente. Gli agenti del locale Commissariato di Polizia, sotto la guida del vice questore Pio D’Amico, hanno già acquisito le registrazioni del sistema di videosorveglianza.

Gli inquirenti stanno vagliando ogni singolo fotogramma per estrarre dettagli utili: dalla corporatura dei rapinatori all’abbigliamento, fino ai minimi particolari del veicolo utilizzato per la fuga. «Ci sono elementi concreti che potrebbero portare a una svolta in tempi brevi», trapela dalle sale del commissariato, dove il lavoro si concentra sul confronto dei frame e sulla ricostruzione della direzione di fuga.

L’ombra di una banda seriale

L’ipotesi principale è che dietro l’assalto di Lavorate ci sia la stessa mano che ha terrorizzato l’agro nocerino negli ultimi giorni. Il modus operandi e il modello dell’auto coincidono perfettamente con i colpi messi a segno mercoledì sera in via Petrarca e giovedì in località Villanova, a Nocera Inferiore.

Tre rapine in tre giorni: una sequenza che suggerisce l’esistenza di una banda strutturata, capace di colpire e sparire nel nulla in una manciata di secondi. Mentre il gestore della stazione di servizio si trova ancora sotto choc per l’accaduto, le forze dell’ordine serrano i ranghi per chiudere il cerchio attorno al “commando della Giulietta”.

Epatite A, casi anche a Ischia: una decina i contagi sull’isola

Il focolaio di epatite A che nelle ultime settimane ha interessato l’area metropolitana di Napoli si è esteso anche all’isola d’Ischia, dove si registrano circa dieci casi di contagio distribuiti nei sei comuni isolani.

I casi registrati sull’isola

Secondo quanto emerso nelle ultime ore, i contagi riguarderebbero complessivamente una decina di persone. Nei giorni scorsi tre pazienti sono stati ricoverati all’ospedale Rizzoli per accertamenti e cure. Dopo il monitoraggio sanitario sono stati dimessi, in quanto le loro condizioni non sono risultate gravi.

I tre stanno ora proseguendo le cure nelle rispettive abitazioni, così come gli altri soggetti risultati positivi al virus.

L’ordinanza del Comune di Forio

Nel frattempo il sindaco di Forio, Stani Verde, si prepara a firmare un’ordinanza per limitare il rischio di ulteriori contagi. Il provvedimento, che segue misure analoghe già adottate in diversi comuni della provincia di Napoli, prevede il divieto di consumo di molluschi crudi e di frutta e verdura non cotte.

L’obiettivo dell’ordinanza è quello di ridurre le possibili fonti di trasmissione del virus, spesso collegate al consumo di alimenti contaminati.

Nessun caso a Procida

Situazione diversa a Procida, dove al momento non risultano casi ufficiali di epatite A. A confermarlo è il sindaco Dino Ambrosino, che ha comunque invitato i cittadini a mantenere alta l’attenzione.

Il primo cittadino ha raccomandato il rispetto delle principali norme igieniche e delle buone pratiche alimentari, fondamentali per prevenire la diffusione dell’infezione.