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Processo Cristiano: il chirurgo bariatrico in aula per omicidio colposo

Santa Maria Capua Vetere – Nuova tappa nel processo a carico del chirurgo bariatrico Stefano Cristiano, imputato di omicidio colposo per la morte di Francesco Di Vilio, 69 anni, e di lesioni colpose e falso nei confronti di Angela Iannotta, giovane mamma del posto.

Davanti al presidente della Seconda Sezione Penale, il dott. Sergio Enea, il medico è comparso in aula per ascoltare la testimonianza chiave di uno dei consulenti della Procura: il prof. Giovanni Gallotta, ordinario di medicina interna all’Università Federico II di Napoli.

Per oltre tre ore, Gallotta – parte di un trio di esperti universitari nominati dal pm Anna Ida Capone – ha illustrato con precisione gli errori professionali attribuiti a Cristiano nel trattamento post-operatorio di Di Vilio.

“L’errore è evidente nel post-op”, ha chiarito il professore, ricostruendo il calvario del paziente: operato tre volte in pochi giorni alla Clinica Villa del Sole di Caserta, trasferito d’urgenza all’Ospedale Cardarelli di Napoli, dove un ultimo intervento salvavita non è bastato a scongiurare la morte per necrosi di organi interni e setticemia, avvenuta il 1° gennaio 2021.

Le domande sono piovute dal pm Capone, dai difensori di parte civile Gaetano e Raffaele Crisileo, dall’avvocato della clinica Ferdinando Trasacco e dal legale di Cristiano, Massimo Damiani.

Assenti per ora gli altri consulenti, i prof. Gaetano Buonocore e Bruno Di Filippo, che saranno sentiti il 9 febbraio, sempre sul caso Di Vilio.Il processo non si ferma qui: nelle udienze successive, il collegio della Procura affronterà il dramma di Angela Iannotta, sopravvissuta a stento dopo due bypass gastrici eseguiti da Cristiano.

Finita in coma per necrosi, ha subito interventi d’emergenza all’Ospedale di Caserta e una ricostruzione di organi al Secondo Policlinico di Napoli, dove il prof. Francesco Corcione l’ha salvata con un’operazione di 9 ore contro ogni pronostico.

Per la cronaca, Cristiano arriva al banco degli imputati con un precedente fresco: condannato a 2 anni per omicidio colposo dal Tribunale di Nola (giudice Zingales) per la morte del 29enne Raffaele Arcella, deceduto dopo un bypass alla Clinica Trusso di Ottaviano. La sentenza pende in appello, ma getta ombre sul curriculum del chirurgo.

Ponticelli, condanne record al superclan De Luca Bossa–Minichini: quasi 300 anni di carcere

È una sentenza destinata a lasciare un segno profondo nella storia criminale di Napoli Est quella pronunciata ieri dal gup del Tribunale di Napoli, che ha inferto una vera e propria mazzata giudiziaria al superclan De Luca Bossa–Minichini–Casella–Reale, per anni padrone incontrastato del quartiere Ponticelli.

Ventisette imputati sono stati condannati a pene complessive pari a quasi tre secoli di carcere, ponendo fine – almeno sul piano giudiziario – a quello che gli inquirenti hanno definito un sistema mafioso capillare, fondato su traffico di droga, estorsioni, gestione violenta delle case popolari e intimidazioni sistematiche ai danni dei residenti.

L’inchiesta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, aveva raggiunto il suo apice con il blitz eseguito lo scorso anno, quando scattarono 31 misure cautelari su 55 indagati, smantellando l’ossatura operativa del cartello camorristico. Un’operazione che fece emergere una struttura criminale ramificata, con ruoli ben definiti tra vertici, ras di zona, pusher, basisti e fiancheggiatori.

Ponticelli, per anni, è stato ostaggio del clan. Le piazze di spaccio di piazza De Gasperi, piazza Comunale Miranda e piazza Cozzolino (lotto 10) garantivano fiumi di denaro, mentre la popolazione viveva sotto un clima di costante sopraffazione. Una delle basi era gestita da Gabriella Onesto, compagna del ras Michele Minichini.

Particolarmente odioso il sistema di controllo delle case popolari: il clan pretendeva migliaia di euro per consentire agli inquilini di entrare o restare negli alloggi, imponendo anche una sorta di “quota di mantenimento”.

In più di un caso, chi non riusciva a pagare veniva picchiato e costretto ad abbandonare la casa, anche in presenza di minori o condizioni di estrema povertà. Proprio da un pestaggio avvenuto nel giugno 2020 prese avvio l’indagine.

Tra i volti noti coinvolti figurano Giuseppe ed Emanuel De Luca Bossa, Michele Minichini, la sorella Martina, Giuseppe Righetto detto “Peppe ’o blob”, e Maria D’Amico, sorella della storica boss Nunzia detta “’a passilona”.

Il caso della pentita

Tra le condanne più rilevanti spiccano i 19 anni di reclusione inflitti a Luisa De Stefano, detta “’a pazzignana”, che solo due settimane fa in aula ha deciso di collaborare con la giustizia, confessando il proprio ruolo di basista in alcuni omicidi. Una collaborazione tardiva, ma ritenuta non sufficiente a evitare una pena pesantissima.

Da segnalare anche che Vincenzo Barbato è stato condannato a 9 anni e 6 mesi. In primo grado era stato condannato ad anni 8 (la pena più bassa tra gli appartenenti al clan) e la Corte d’appello gli ha riconosciuto la continuazione con una ‘stesa’ del 2 luglio 2022, per la quale era stato condannato ad anni 7 mesi 4 anche Di Pierno Domenico, partecipe al clan, la cui pena è stata rideterminata da anni 10 ad anni 7 mesi 6 (entrambi difesi da Giuseppe Milazzo e Immacolata Romano). E inoltre condannato ad 8 anni invece Pasquale Damiano , che in primo grado era stato assolto.

Gli imputati rispondevano, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, detenzione illecita di droga e altri reati, tutti aggravati dal metodo mafioso.

Quadro generale delle condanne

  • 27 condannati

  • Pene complessive: circa 295 anni di carcere

  • Reati aggravati dal metodo mafioso

  • Confermata l’esistenza di un superclan unitario

Le condanne

  • Luisa De Stefano – 19 anni

  • Alfredo Minichini – 15 anni

  • Gennaro Aprea – 15 anni

  • Luigi Austero – 14 anni e 6 mesi

  • Francesco Audino – 14 anni e 4 mesi

  • Umberto De Luca Bossa – 13 anni

  • Roberto Boccardi – 13 anni

  • Giuseppe Casella – 12 anni e 6 mesi

  • Eduardo Casella – 12 anni

  • Giuseppe De Luca Bossa – 11 anni

  • Antonio Acanfora – 11 anni e 4 mesi

  • Emanuel De Luca Bossa – 10 anni

  • Giovanni De Turris – 10 anni e 2 mesi

  • Giulio Ceglie – 10 anni

  • Gabriella Onesto – 10 anni e 8 mesi

  • Vincenzo Barbato – 9 anni e 6 mesi

  • Luigi Crisai – 9 anni e 6 mesi

  • Domenico Amitrano – 9 anni e 8 mesi

  • Giuseppe Damiano – 9 anni e 4 mesi

  • Domenico Gianniello – 9 anni e 4 mesi

  • Luigi Aulisio – 8 anni e 8 mesi

  • Vincenzo Casella – 8 anni e 8 mesi

  • Ciro Imperatrice – 8 anni e 8 mesi

  • Nicola Aulisio – 8 anni e 6 mesi

  • Anna De Luca Bossa – 8 anni

  • Giovanni Esposito – 8 anni

  • Tommaso Schisa (collaboratore) – 8 anni

  • Pasquale Damiano – 8 anni
  • Francesco Clienti – 7 anni e 6 mesi
  • Nicola Onorio – 7 anni e 6 mesi

  • Ciro Ricci – 7 anni e 6 mesi

  • Ciro Esposito – 5 anni

  • Vincenza De Stefano – 2 anni

  • Mariarca Gala – 1 anno e 4 mesi

  • Martina Minichini – 1 anno e 4 mesi

Il calcolo complessivo delle pene

La somma delle condanne inflitte dal gup ammonta a circa 295 anni di reclusione, una delle più pesanti mai inflitte a un clan di Ponticelli in un unico procedimento.

  • (nella foto in alto da sinistra Michele Minichini, Luigi Austero, Gabriella Onesto Maria D’Amico, Luisa De Stefano e Vincenza Maione; in basso sempre da sinistra Mariarca Gala, Nicola Aulisio, Emanuel De Luca Bossa, Ciro Cotugno, Giuseppe Righetto e Alessandro Ferletti)

Rapine violente tra minorenni su treni e stazioni: sgominata baby gang

Avvicinavano coetanei nelle stazioni ferroviarie e a bordo dei treni, agivano sempre in coppia e con il volto coperto, bloccavano le vittime per il collo o per le spalle e le rapinavano sotto la minaccia di coltelli. È il modus operandi della baby gang sgominata dai carabinieri nel Sondriese, responsabile di una serie di rapine violente commesse tra ottobre e novembre 2025.

Su disposizione del gip del Tribunale per i minorenni di Milano, lo scorso 12 gennaio i carabinieri delle compagnie di Chiavenna e Sondrio, con il supporto dei colleghi di Pesaro, hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di cinque minorenni: tre sono stati condotti in carcere, due collocati in comunità. Un sesto giovane è stato invece sottoposto all’obbligo di permanenza presso l’abitazione familiare.

In carcere è finito anche un complice maggiorenne, un 19enne inizialmente irreperibile e rintracciato a Napoli, dove è stato arrestato dalla Polfer la mattina del 17 gennaio. Oltre ai reati commessi in concorso con i minorenni, deve rispondere anche di tentata estorsione.

Secondo le indagini condotte dai carabinieri delle stazioni di Chiavenna e Morbegno, il gruppo – composto da quattro ragazzi e due ragazze – è ritenuto responsabile di almeno quattro rapine e tentate rapine avvenute nei pressi delle stazioni ferroviarie e, in un caso, a bordo di un treno. Le vittime erano in prevalenza minorenni, intercettati mentre attendevano amici o stavano per salire su un convoglio.

I ragazzini minacciati con i coltelli

Gli aggressori bloccavano i ragazzi con la forza, intimando loro di non reagire e minacciando l’uso di coltelli. L’episodio più grave risale al 9 novembre a Chiavenna. Un sedicenne è stato avvicinato con la scusa della vendita di un indumento e attirato nei bagni della stazione.

Qui è stato colpito ripetutamente al volto, riportando la frattura del naso, e ferito al lobo dopo che gli è stato strappato un orecchino. I rapinatori gli hanno sottratto contanti e una felpa, ordinandogli poi di rimanere chiuso nel bagno per almeno dieci minuti.

Per impedirgli di chiedere aiuto, gli hanno sottratto il telefono cellulare, rimosso la Sim e gettato l’apparecchio a terra. Il giorno successivo la vittima è stata nuovamente contattata su WhatsApp, con una richiesta di altro denaro accompagnata da nuove minacce di violenza.

Nel corso di un controllo, alcuni dei giovani destinatari delle misure cautelari si sono anche opposti fisicamente ai carabinieri della stazione di Chiavenna, aggravando ulteriormente la loro posizione.

Napoli, l’atto d’accusa di Ditto: «Trasporti e strade ko alla prima pioggia, così il turismo muore»

Napoli– È bastata la prima pioggia della settimana per mettere a nudo, ancora una volta, le fragilità croniche di una Napoli che ambisce ai grandi flussi internazionali ma inciampa sull’ordinario.

A lanciare il grido d’allarme è Enrico Ditto, imprenditore del settore turistico, che punta il dito contro un sistema urbano incapace di reggere lo stress meteorologico, trasformando la città in una trappola per residenti e visitatori.

L’ordinario che diventa emergenza

Secondo Ditto, il collasso di lunedì mattina non è un evento isolato, ma il sintomo di un deficit strutturale. Strade chiuse, trasporti a singhiozzo e percorsi pedonali impraticabili non sono più tollerabili in una metropoli che punta tutto sulla propria immagine globale.

«Se basta una pioggia per far emergere chiusure improvvise e trasporti irregolari, il problema non è il meteo ma l’organizzazione urbana», spiega l’imprenditore.

Le criticità segnalate riguardano:

Trasporti: Linee rallentate o sospese e collegamenti interquartieri interrotti.

Viabilità: Arterie principali interdette per allagamenti o dissesti.

Sicurezza pedonale: Marciapiedi sconnessi e attraversamenti pericolosi che rendono la mobilità dolce un percorso a ostacoli.

Il ruolo dei gestori: «Sostituiamo il Comune»

Il passaggio più duro dell’analisi di Ditto riguarda il ruolo dei privati, costretti a sopperire alle mancanze della macchina pubblica. In una città che dovrebbe accogliere, i gestori delle strutture ricettive si ritrovano a fare da «scudo» alle lamentele dei turisti, cercando di gestire disagi che non dipendono da loro.

«Stiamo facendo da supplenti alla macchina comunale», denuncia Ditto. «Cerchiamo di rispondere alle criticità di chi ci visita e si ritrova in una condizione di semiabbandono sotto l’acqua».

Il nodo della “vocazione turistica”

Per l’imprenditore, il concetto di “città turistica” non può limitarsi alla promozione o al numero di posti letto, ma deve fondarsi sull’affidabilità dei servizi. Una strategia di sviluppo credibile deve necessariamente passare per la manutenzione ordinaria e l’integrazione tra mobilità e spazi pubblici.

Senza interventi strutturali, avverte Ditto, la vocazione di Napoli resterà «fragile e intermittente», soggetta a crollare a ogni stress esterno, che sia un’allerta meteo o una nuova emergenza logistica.

Napoli, il Molo San Vincenzo torna ai cittadini: Manfredi annuncia la fine dei lavori

Il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, annuncia sui social la prossima riapertura del Molo San Vincenzo. Dopo mesi di cantiere, la struttura tornerà presto fruibile ai napoletani e ai turisti, trasformando un’area «per troppo tempo negata» in uno dei nuovi polmoni della città.

«Questo cantiere è un passo fondamentale per restituire alla città uno spazio per troppo tempo negato», afferma l’inquilino di Palazzo San Giacomo in un video corredato dalle immagini dei lavori in corso. Il progetto prevede una straordinaria passeggiata che entrerà nel porto, riconsegnando ai cittadini luoghi ormai dimenticati.

La piattaforma dell’eliporto non sarà più una semplice struttura tecnica ma diventerà uno spazio aperto capace di ospitare eventi e concerti, con una vista unica sul golfo. Con il recupero del molo e del muro borbonico, l’amministrazione restituisce alla città aree destinate all’intrattenimento, allo sport e alla fruizione della risorsa mare.

«Finalmente – conclude Manfredi – riprendiamo, recuperiamo, restituiamo un altro spazio storico e straordinariamente bello della nostra città».

Eboli, abusi edilizi e ambientali lungo il Sele, scatta il sequestro

Eboli – Sequestro preventivo di strutture edilizie abusive presso un’azienda zootecnica del territorio comunale di Eboli. L’operazione è stata eseguita il 14 gennaio dai militari della Sezione Operativa Navale della Guardia di finanza di Salerno, in collaborazione con il personale dell’Ufficio tecnico del Comune.

L’intervento rientra in una più ampia attività di polizia finalizzata al contrasto degli illeciti in materia ambientale, edilizia e urbanistica, condotta nelle aree prossime alle pendici, agli argini e al territorio circostante l’alveo del fiume Sele.

Secondo la ricostruzione della polizia giudiziaria, i responsabili dell’azienda avrebbero realizzato opere edilizie su una vasta superficie e per una rilevante cubatura in assenza dei necessari titoli autorizzativi e paesaggistici. Le opere sarebbero state eseguite nonostante la presenza di sigilli già apposti nel mese di aprile scorso.

Nel corso dei controlli è emerso inoltre che i liquami prodotti dall’attività zootecnica sarebbero stati smaltiti illegalmente all’interno di un canale irriguo collegato al bacino idrografico del fiume Sele, con potenziali ripercussioni sull’ambiente e sull’ecosistema fluviale.

L’operazione si inserisce nel quadro dell’attività di vigilanza costante svolta dal Reparto Operativo Aeronavale di Napoli, impegnato su scala regionale nella tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e della biodiversità, con particolare attenzione alle aree a elevata sensibilità ambientale.

Sgombero a Porta Nolana: polizia e finanza smantellano il «souk» abusivo. Ventimila chili di merce sequestrati

Un imponente dispiegamento di forze dell’ordine ha preso d’assalto ieri mattina l’area di Porta Nolana, a Napoli, per cancellare il fenomeno dei mercati illegali che da tempo trasformano il quartiere in un grande bazar abusivo.

L’operazione, un servizio straordinario di controllo del territorio voluto dalla Questura, ha visto la Polizia di Stato in prima linea, con gli agenti del Commissariato Vicaria-Mercato e della Divisione Anticrimine, affiancati dalla Guardia di Finanza, dall’Esercito Italiano e dagli operatori dell’ASIA.

Il blitz si è concentrato in quelle vie – corso Garibaldi, via Nolana, via Marvasi e via Caracciolo di Bella – dove il “carico” di ordinanze violate è più pesante e la vendita irregolare si sostituisce a quella legale. Il risultato è stato il sequestro di circa ventimila chili (20 quintali) di merce di ogni tipo, esposta e commercializzata al di fuori di ogni regola.

Grazie all’intervento immediato degli uomini dell’ASIA, che hanno utilizzato un compattatore, l’enorme quantitativo di merce è stato smaltito sul posto. Un’azione che ha consentito di “ripulire” materialmente le strade e di restituire alla collettività spazi pubblici fino a poco prima occupati illegalmente, nel segno del ripristino della legalità e del decoro urbano.

Morto il papà di Stefano De Martino, aveva 61 anni

È morto Enrico De Martino, padre del conduttore Stefano De Martino. Aveva 61 anni e, secondo quanto riferito, da tempo affrontava problemi di salute. La notizia si è diffusa rapidamente nelle ultime ore, suscitando cordoglio a Torre Annunziata, dove l’uomo era conosciuto e stimato.

Ex ballerino professionista, Enrico De Martino aveva legato una parte importante della sua vita al mondo della danza, passione poi trasmessa anche al figlio. In particolare, aveva lavorato al Teatro San Carlo di Napoli, prima di lasciare le scene quando aveva 25 anni, scegliendo di dedicarsi alla famiglia dopo la gravidanza della moglie.

Nel corso degli anni Stefano De Martino ha parlato più volte del rapporto con il padre, descritto come intenso ma non semplice, soprattutto nella fase iniziale. Proprio Enrico, pur avendo consegnato al figlio l’amore per la danza, avrebbe guardato con preoccupazione alla scelta di trasformarla in una carriera, temendo sacrifici e incertezze tipici di un percorso artistico. Una rigidità che, col tempo, si sarebbe attenuata fino a lasciare spazio a una relazione più serena.

Secondo quanto raccontato in diverse interviste dal conduttore, il legame tra i due si sarebbe rafforzato ulteriormente con la nascita di Santiago, elemento che avrebbe favorito dialogo e complicità. Dopo l’addio al palcoscenico, Enrico De Martino avrebbe continuato a coltivare la danza come passione, dedicandosi poi alla ristorazione.

La scomparsa di Enrico De Martino chiude una storia familiare segnata da scelte di responsabilità, rinunce e un affetto rimasto centrale nel racconto pubblico del figlio, oggi volto noto della Rai.
Nel giorno dell’addio, in tanti ricordano Enrico De Martino come un uomo legato alla famiglia e alle proprie scelte, in una storia fatta di responsabilità, rinunce e affetto.

 La nascita di Stefano bloccò la sua carriera di ballerino del San Carlo

Enrico De Martino ha dedicato tutta la vita alla danza, collaborando con scuole e compagnie della Campania e danzando anche al Teatro San Carlo di Napoli. Nel 2025 gli era stato conferito al Teatro Verdi di Salerno il premio alla carriera nell’ambito della XXIV edizione del Premio Salerno Danza, sotto la direzione artistica di Corona Paone, étoile del San Carlo, e Luigi Ferrone, primo ballerino del Massimo partenopeo.

Enrico De Martino ricordava con orgoglio il proprio percorso artistico e la sua carriera interrotta a 25 anni, quando la moglie gli annunciò di essere incinta di Stefano. “A quel punto ho dovuto assumermi una responsabilità. La danza è diventata un hobby, ma ho fatto di tutto perché Stefano potesse vivere quella passione”, aveva spiegato in un’intervista al “Corriere della Sera”.

Fino ai 40 anni, Enrico De Martino aveva combinato la danza con l’attività di ristoratore, continuando a collaborare con varie scuole della Campania. Il rapporto tra Stefano De MARTINO e il padre è stato negli anni profondo e complesso. Più volte il conduttore ha raccontato come Enrico fosse inizialmente contrario alla sua scelta di intraprendere la carriera nella danza, ritenuta troppo dura e incerta.

Una posizione spiegata dallo stesso Enrico in diverse interviste, nelle quali aveva sottolineato le difficoltà fisiche e mentali del mestiere. Con il tempo, il legame tra padre e figlio si è progressivamente rafforzato, trovando un nuovo equilibrio soprattutto dopo la nascita di Santiago, che ha contribuito a rendere il rapporto più disteso e consapevole.

Enrico ricordava anche la soddisfazione di vedere il figlio affermarsi come conduttore televisivo: “Ho seguito tutta la sua evoluzione, passo dopo passo. Vederlo condurre programmi importanti è una gioia enorme.

Il regalo più grande è che è rimasto la persona che era, senza montarsi la testa”. Tra i ricordi più preziosi, anche quello del primo incontro con Maria De Filippi, talent scout di Stefano ad “Amici”: “Fu un bell’incontro. Mi chiese se ero contento della carriera di mio figlio e cosa potevo rispondere? Contentissimo”.

E il padre amava sottolineare come il successo di Stefano non abbia cambiato la sua umanità: “Ci ha sempre fatto bei regali, ma il dono più grande è che è rimasto il ragazzo che conoscevamo”.

Arrestati a Marcianise due giovanissimi con oro e contanti: avevano truffato un’anziana

La Polizia di Stato di Caserta ha arrestato un giovane nato nel 2005 e denunciato a piede libero un minorenne, entrambi originari della provincia di Napoli, accusati di truffa aggravata ai danni di un’anziana.

Il fermo è scattato durante un controllo della Polizia Stradale di Caserta Nord nel territorio di Marcianise, dopo la segnalazione di un’auto ritenuta riconducibile a truffe ai danni di persone anziane.

A bordo del veicolo c’erano due persone che, secondo quanto riferito dagli investigatori, avrebbero mostrato nervosismo e un atteggiamento sospetto. Gli agenti hanno quindi approfondito gli accertamenti con una perquisizione, trovando diversi monili in oro e
650 euro in contanti.

Le verifiche successive avrebbero permesso di ricondurre oro e denaro a una truffa consumata poco prima ai danni di una donna di
80 anni residente a Rosciano, in provincia di Pescara. La vittima sarebbe stata contattata telefonicamente con il metodo del “finto nipote”: un uomo, fingendosi un familiare, le avrebbe raccontato di un presunto problema che coinvolgeva il figlio e della necessità di consegnare denaro per “evitare” conseguenze, arrivando a evocare un trattenimento presso i Carabinieri.

Poco dopo, sempre secondo la ricostruzione, a casa dell’anziana si sarebbe presentato un finto carabiniere, al quale la donna avrebbe consegnato gli oggetti in oro e i
650 euro, spaventata per quanto prospettato al telefono.

Il 20enne è stato arrestato per truffa aggravata e condotto in attesa della convalida con rito direttissimo. Il presunto complice minorenne è stato invece denunciato in stato di libertà alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni.

Napoli, blitz nei locali della movida del Centro storico: multe e chiusure

La Questura di Napoli ha intensificato i controlli nelle zone della movida del centro storico. Coinvolti i Commissariati Decumani, Pianura e Vasto-Arenaccia della Polizia di Stato, i militari della Guardia di Finanza, la Polizia Locale e il supporto dell’ASL NA1 Centro.

91 persone fermate e 22 locali passati al setaccio

Gli operatori hanno identificato complessivamente 91 persone e ispezionato 22 esercizi commerciali. A diversi titolari sono state contestate non conformità gravi, con 9 attività sanzionate per occupazione abusiva di suolo pubblico, mancata emissione scontrini e assenza del manuale HACCP.

Multe salate, sequestri e stop a due locali

Le sanzioni ammontano a circa 10.000 euro. Due attività sono state sospese per gravi carenze igienico-sanitarie, mentre sono stati sequestrati 130 kg di alimenti non a norma.

Farine animali non tracciate, maxi-sequestro in Irpinia: 400 tonnellate in un deposito clandestino

Avellino– Un’operazione che scuote la filiera alimentare irpina. I Carabinieri del nucleo forestale di Castel Baronia, insieme ai colleghi dell’Arma territoriale e al personale dell’Asl di Avellino, hanno messo le mani su un carico impressionante: 400 tonnellate di farine animali senza tracciabilità, stoccate in un’azienda di Alta Irpinia.

I militari hanno fatto irruzione nell’impianto dopo un’attività di indagine riservata. Le farine, destinate alla distribuzione, erano ammassate senza alcun documento che ne certificasse l’origine e la destinazione. Un buco nero nella filiera che avrebbe potuto compromettere interi allevamenti.

I rischi per la salute pubblica

Ma non è tutto. Nel deposito sono state trovate anche 40 tonnellate di pelli animali, per le quali è stato immediatamente disposto il divieto di commercializzazione. Il tutto è stato posto sotto sequestro per accertare la presenza di marcatori e contaminanti.

La mancanza di tracciabilità rappresenta un pericolo enorme. Queste farine, infatti, potrebbero contenere proteine animali vietate o contaminate. La legge è severa: solo prodotti certificati possono entrare nella catena alimentare. L’irregolarità scoperta dai Carabinieri rischia di avere ripercussioni su tutto il comparto zootecnico campano.

Le indagini sono ancora in corso. I militari stanno ora risalendo alla provenienza del materiale e alle connessioni dell’azienda. Intanto, il sequestro resta l’ultimo atto di una guerra senza quartiere contro l’illecito nella filiera alimentare della Campania.

Napoli, boccata d’ossigeno: Lukaku è abile e arruolabile. Neres, il Chelsea resta un miraggio

Napoli– Tra sorrisi ritrovati e qualche smorfia di dolore che invita alla prudenza, il Napoli fa la conta dei disponibili in vista di un gennaio di fuoco.

A fare il punto sulla situazione medica del club azzurro è direttamente il responsabile dello staff sanitario, il dottor Raffaele Canonico, intervenuto ai microfoni di Radio Crc. Il quadro che ne esce è in chiaroscuro: se da un lato Antonio Conte ritrova il suo “totem” offensivo, dall’altro deve gestire situazioni delicate per quanto riguarda la fantasia e il centrocampo.

Il ritorno di Big Rom

la notizia più attesa riguarda Romelu Lukaku. Il gigante belga si è messo alle spalle i problemi fisici ed è tecnicamente pronto. “Chi va in panchina può scendere in campo, questo è il presupposto”, ha chiarito Canonico, riferendosi alla recente Supercoppa dove la presenza dell’attaccante era stata dettata anche da logiche di spogliatoio.

“Negli ultimi giorni ha lavorato completamente con la squadra. Ora la valutazione spetta al mister, ma clinicamente Lukaku è recuperato”. Una pedina fondamentale che torna sullo scacchiere tattico in un momento cruciale.

Il caso Neres e la prudenza

Meno ottimistiche le notizie sul fronte David Neres. L’esterno brasiliano sta combattendo con i postumi di una distorsione alla caviglia che si sta rivelando più insidiosa del previsto. “L’evoluzione clinica è stata positiva, ma aumentando i carichi il ragazzo avverte ancora dolore”, spiega il medico sociale.

Da qui la scelta di non portarlo a Copenaghen e di rallentare la riabilitazione. “L’ideale adesso è non forzare. Vediamo per la sfida di Torino, mentre per il match contro il Chelsea resta un’ipotesi, ma è difficile”.

Il centrocampo: Anguissa e i tempi di De Bruyne

Situazione complessa anche in mediana. Zambo Anguissa, che sembrava pronto al rientro anticipato, ha subito una battuta d’arresto. “Si è bloccato con la schiena verso la fine dell’allenamento di martedì, un attacco di lombalgia forte e non prevedibile”, rivela Canonico. Si lavora per riaggregarlo entro il fine settimana.

Tempi più lunghi, come da copione, per Kevin De Bruyne (il cui inserimento nella rosa 2026 ipotizzata dal testo suggerisce un mercato stellare, ndr). Per il fuoriclasse, reduce da intervento chirurgico, la prognosi resta confermata: “Il reintegro assoluto in squadra è previsto tra fine febbraio e inizio marzo”.

Buone notizie invece per Elmas, che ha smaltito i sintomi influenzali ed è tornato ad allenarsi regolarmente. Per Gilmour, operato di Sports Hernia, mancano circa tre settimane al rientro: l’ultima visita di controllo ha dato esito positivo.

Il calvario di Meret e l’allarme calendari

Infine, il capitolo portieri. Alex Meret, definito senza mezzi termini “sfortunato” dal dottor Canonico, ha superato l’ennesimo ostacolo. Dopo la frattura da stress al piede, il portiere aveva accusato un problema serio al braccio sinistro dopo la panchina contro l’Inter. “Per privacy preferisco non entrare nei dettagli, ma la consulenza specialistica ha escluso iter lunghi. A Torino dovrebbe esserci”.

Canonico chiude con un amaro monito sui calendari compressi: “Non abbiamo nemmeno tre giorni di recupero tra una gara e l’altra. Di fatto c’è un solo giorno per preparare la partita, mentre i giocatori stanno ancora recuperando le energie”.

Napoli, pugno duro contro i «focarazzi»: sequestrate 70 tonnellate di legname

Napoli – Una ricorrenza millenaria salvaguardata dal presidio della legalità. Per le celebrazioni di Sant’Antonio Abate, Napoli ha risposto con un “no” deciso ai roghi incontrollati che, storicamente, trasformano le strade in zone a rischio.

Il piano straordinario di prevenzione, predisposto dal Questore di Napoli, Maurizio Agricola, ha garantito che la tradizione non sfociasse in pericolo per la pubblica incolumità.

I numeri del sequestro

L’operazione, scattata già dal 15 gennaio, ha visto una collaborazione senza sosta tra le forze dell’ordine e gli operatori dell’A.S.I.A. Il risultato è un dato che fotografa l’entità del fenomeno: circa 70 tonnellate di materiale combustibile sono state rimosse dalle strade.

Abeti natalizi ormai secchi, vecchi mobili in legno e cataste di rifiuti erano già stati accumulati in vari quartieri, pronti per essere trasformati in pericolosi falò urbani.

Una “War Room” in Questura

Il cuore pulsante della sicurezza è stata la Centrale Operativa della Questura di Napoli. In particolare, per la giornata clou del 17 gennaio, è stato istituito un gruppo interforze dedicato esclusivamente al monitoraggio dei focolai. Un monitoraggio costante che ha permesso di coordinare oltre 300 operatori tra Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia Locale.

Nonostante la prevenzione, alcuni focolai sono stati appiccati tra il centro e la periferia. L’intervento immediato dei Vigili del Fuoco, scortati dalle pattuglie sul territorio, ha evitato che le fiamme potessero lambire edifici o veicoli in sosta.

Il dispiegamento di forze ha dato i frutti sperati: a differenza degli anni passati, la notte di Sant’Antonio si è conclusa senza danni di rilievo a proprietà pubbliche o private e, dato più importante, non si è registrato alcun ferito. Un successo della macchina organizzativa che ha restituito la festività alla sua dimensione puramente simbolica e religiosa, sottraendola alle derive del degrado.

La tradizione dei “Fucaroni”: tra rito e abusivismo La tradizione di accendere fuochi in onore di Sant’Antonio Abate (protettore degli animali e del fuoco) è radicata nel napoletano come rito di passaggio e purificazione.

Tuttavia, negli ultimi decenni, la pratica è stata spesso egemonizzata da gruppi di giovanissimi che, in una sorta di sfida territoriale, accumulano tonnellate di rifiuti legnosi spesso trattati con vernici tossiche, creando roghi che mettono a rischio la stabilità dei palazzi e la qualità dell’aria. Il piano del Questore Agricola punta proprio a recidere il legame tra la devozione popolare e l’illegalità urbana.

Ischia, 18enne fermato con un coltello in un negozio: scatta la denuncia

Ischia – Gli agenti del Commissariato di Ischia hanno denunciato ieri sera un diciottenne del posto per porto abusivo di armi od oggetti atti ad offendere. Il ragazzo, già noto alle forze dell’ordine per precedenti di polizia, è stato fermato all’interno di un esercizio commerciale nel centro di Ischia.

L’intervento è scattato in tempo reale grazie a una segnalazione arrivata attraverso l’applicazione YouPol, il sistema di allerta che consente ai cittadini di comunicare direttamente con le forze dell’ordine. Un utente aveva segnalato la presenza di un giovane armato di coltello all’interno del negozio.

I poliziotti, allertati immediatamente, hanno raggiunto il locale in pochi minuti riuscendo a individuare e bloccare il sospettato. Durante il controllo, gli agenti hanno rinvenuto addosso al ragazzo un coltello con lama di 20 centimetri di lunghezza complessiva, sequestrato sul posto.

Il giovane è stato denunciato all’autorità giudiziaria. L’episodio testimonia ancora una volta l’efficacia dello strumento YouPol nel garantire interventi rapidi delle forze dell’ordine sul territorio isolano.

Pompei, «voci di corridoio» tornano a parlare: amori, insulti e gladiatori riaffiorano grazie alla tecnologia

Pompei non smette di sorprendere. Dove per oltre duecento anni si pensava che tutto fosse già stato visto e raccontato, oggi riaffiorano storie di vita vissuta: amori dichiarati in fretta, insulti feroci, incitazioni, scene di combattimenti gladiatori.

È il corridoio di passaggio che collegava l’area dei teatri alla via Stabiana, uno spazio attraversato ogni anno da milioni di visitatori e che, proprio grazie alle tecnologie più avanzate, torna a parlare.

Sulle pareti di questo ambiente emergono quasi 300 iscrizioni: circa 200 già note e 79 identificate di recente. Frasi brevi, a volte rozze, altre sorprendentemente intime, che restituiscono la voce diretta degli antichi pompeiani. C’è Erato che ama — “Erato amat”, “Erato ama…” —, c’è il disegno di un combattimento gladiatorio, ma anche invettive, scherzi e preghiere affidate agli dèi. Tracce che ricordano da vicino le scritte sui muri delle città contemporanee o i messaggi che oggi scorrono nelle chat e sui social network.

Il progetto che ha permesso questa riscoperta si chiama Bruits de couloir (“Voci di corridoio”) ed è stato ideato da Louis Autin ed Éloïse Letellier-Taillefer dell’Università della Sorbona e da Marie-Adeline Le Guennec dell’Università del Québec a Montréal, in collaborazione con il Parco archeologico di Pompei. Le ricerche, condotte in due campagne nel 2022 e nel 2025, hanno portato a una rilettura complessiva dei graffiti del corridoio, come raccontato sull’E-Journal degli Scavi di Pompei.

L’approccio è multidisciplinare e combina epigrafia, archeologia, filologia e digital humanities. Fondamentale l’uso della RTI (Reflectance Transformation Imaging), una tecnica di fotografia computazionale che consente di osservare le superfici sotto diverse condizioni di illuminazione, rendendo visibili incisioni ormai impercettibili a occhio nudo. In questo modo, dopo oltre due secoli dallo scavo del 1794, emergono ancora dettagli inediti.

Tra le iscrizioni già note spiccano messaggi che restituiscono tutta la vitalità di questo spazio pubblico: “Vado di fretta; stammi bene, mia Sava, fa che mi ami!”; oppure l’insulto colorito: “Miccio-cio-cio, a tuo padre che cacava hai rotto la pancia; guardate un po’ come sta Miccio!”. E ancora dichiarazioni d’amore affidate alla protezione divina: “Methe, schiava di Cominia, di Atella, ama Cresto nel suo cuore. Che ad entrambi la Venere di Pompei sia propizia e che vivano sempre in armonia”.

«La tecnologia è la chiave che ci apre nuove stanze del mondo antico e quelle stanze le dobbiamo anche raccontare al pubblico», ha spiegato il direttore del Parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel. «Stiamo lavorando su un progetto di tutela e valorizzazione delle scritte, che in tutta Pompei sono oltre 10mila: un patrimonio immenso. Solo l’uso della tecnologia può garantire un futuro a tutta questa memoria della vita vissuta».

Il lavoro non si ferma qui. È in fase di sviluppo una piattaforma 3D che integrerà fotogrammetria, dati RTI e metadati epigrafici, creando uno strumento innovativo per la visualizzazione e l’annotazione congiunta delle iscrizioni. Parallelamente, il Parco ha programmato la realizzazione di una copertura del corridoio per proteggere gli intonaci e conservare nel tempo questo straordinario concentrato di voci antiche.

Così Pompei, ancora una volta, dimostra che il passato non è immobile: basta la tecnologia giusta per farlo tornare a parlare.

Il suono delle campane di San Gregorio Armeno: tra devozione e vita quotidiana a Napoli

Un’eco che apre la giornata

All’alba, in una Napoli ancora avvolta dalla quiete, il suono delle campane di San Gregorio Armeno risuona chiaro e inconfondibile tra le viuzze del centro storico. “Questa cosa qui la riconosci al volo”, dice una voce del posto, mentre una lieve brezza diffonde nell’aria quell’eco familiare che sembra sospendere il tempo. È un suono che non solo richiama alla preghiera, ma accompagna il ritmo della vita quotidiana, intrecciandosi con i passi dei passanti, il richiamo dei venditori ambulanti e l’odore del caffè appena fatto.

San Gregorio Armeno: cuore pulsante della tradizione

San Gregorio Armeno non è solo la celebre via dei presepi, ma un quartiere dove la devozione e la quotidianità si fondono in un unicum culturale. Le campane della chiesa omonima scandiscono ancora oggi le ore con una puntualità quasi rituale, segnando momenti di raccoglimento e di socialità. Nel cuore di Napoli, dove la storia si mescola al presente, il loro suono è un filo invisibile che lega generazioni, un ponte tra passato e presente.

Un dettaglio raro: la campana “della memoria”

Tra le molte campane della chiesa, ce n’è una che ha un significato particolare per la comunità: è chiamata affettuosamente “la campana della memoria”. Non si tratta solo di uno strumento liturgico, ma di un custode delle storie personali e collettive del rione. Questa campana viene suonata in occasioni speciali, come ricordo di eventi importanti o di persone care scomparse. La sua melodia è più lenta, carica di emozione, capace di fermare chiunque per qualche attimo e far rivivere un passato spesso raccontato a voce bassa per strada.

Ricordo d’infanzia: il suono che resta

Ricordo ancora da bambino, quando con mia nonna attraversavo San Gregorio Armeno in tarda mattinata. Il rintocco delle campane ci seguiva, quasi come una ninna nanna per la città che non si ferma mai. Lei mi raccontava che quel suono era come il cuore di Napoli che batteva forte, un richiamo alla fede, ma anche un invito a fermarsi e ascoltare, anche solo per un momento. Quel suono è rimasto impresso come una carezza sonora, un simbolo di appartenenza che oggi mi fa sentire parte di qualcosa di più grande.

Il suono delle campane oggi: tra tradizione e modernità

Nel presente, con il ritmo frenetico della città e la modernità che avanza, il suono delle campane di San Gregorio Armeno continua a mantenere il suo valore simbolico. Non solo nei momenti religiosi, ma anche come parte integrante della memoria collettiva e dell’identità culturale napoletana. In un mondo sempre più digitale e veloce, quei rintocchi sono come un ancoraggio, una pausa sonora che richiama all’essenziale.

Un’opinione misurata: tra continuità e cambiamento

È importante riconoscere come la tradizione del suono delle campane non debba essere vista solo come un retaggio religioso o folcloristico. È un patrimonio vivo che interagisce con la vita quotidiana, capace di adattarsi senza perdere la sua essenza. In un contesto urbano che cambia rapidamente, preservare questa tradizione significa salvaguardare la memoria e la cultura popolare, ma anche garantire uno spazio di riflessione e identità per le nuove generazioni.

Un invito a riscoprire la Napoli che si vive

Ascoltare il suono delle campane di San Gregorio Armeno è un’esperienza che va oltre il semplice gesto religioso: è un modo per entrare in sintonia con la città, per sentirne i battiti più autentici. Napoli non è solo monumenti o attrazioni turistiche, ma un insieme di micro-storie, di suoni e odori che raccontano di una comunità viva e vibrante.

Per scoprire altre storie di Napoli, vi invitiamo a leggere i nostri approfondimenti su [LINK_INTERNO: storie di quartiere] e [LINK_INTERNO: tradizioni napoletane].


Serie: Napoli che si vive

Un viaggio tra i quartieri, le micro-storie e i rituali quotidiani che rendono Napoli una città unica al mondo.

Far West a San Giovanni: sperona la Polizia e tenta di investire un agente, arrestato 29enne

Napoli – Una serata di ordinaria follia si è consumata ieri tra le strade di San Giovanni a Teduccio, trasformando il quartiere in un teatro di inseguimenti ad alta velocità. Protagonista della vicenda un 29enne napoletano che, nel tentativo di sfuggire a un controllo, non ha esitato a usare la propria auto come un’arma contro le forze dell’ordine.

Lo speronamento e l’inseguimento

Tutto è iniziato in via Camillo De Meis. Gli agenti del Commissariato San Giovanni-Barra hanno notato un’auto in sosta con un uomo a bordo. Alla vista dei lampeggianti, invece di esibire i documenti, il conducente ha ingranato la marcia e ha speronato violentemente la volante, lanciandosi in una fuga disperata tra le strade del quartiere.

L’imboscata nel vicolo cieco

Tallonato dagli agenti, il 29enne ha effettuato manovre estremamente pericolose, mettendo a rischio l’incolumità dei passanti, fino a imboccare via Paul Cezanne. Qui, convinto forse di seminare gli inseguitori, è finito in un vicolo cieco. Vistosi braccato, ha tentato un’ultima, disperata mossa: ha inserito la retromarcia colpendo in pieno un’altra volante, quella del Commissariato Ponticelli, giunta prontamente in supporto.

La colluttazione e l’arresto

In quegli istanti di massima tensione, l’uomo ha tentato di investire uno dei poliziotti che era sceso dall’auto di servizio, riprendendo la marcia fino a schiantarsi definitivamente contro un muretto. Neanche l’impatto lo ha fatto desistere: ne è nata una violenta colluttazione prima che gli operatori riuscissero a immobilizzarlo.

Il giovane, già gravato da precedenti specifici, deve ora rispondere di lesioni, resistenza a Pubblico Ufficiale e danneggiamento aggravato. A completare il quadro delle contestazioni è arrivata anche la denuncia per il rifiuto di sottoporsi all’alcol test.

Rotondi: assolta Concetta Esposito, che torna libera. Era accusata di tentato omicidio

Un verdetto a sorpresa che ribalta la verità processuale e scatena la polemica. Concetta Esposito, 31 anni di Cervinara, è libera. La Corte d’Appello di Napoli ha cancellato con un colpo di spugna la pesante condanna a 5 anni e 6 mesi inflittole in primo grado dal Tribunale di Avellino per una delle notti più violente nel beneventano.

La donna, insieme a Giuseppe Luciano, 37 anni di Bonea, era finita nel tritacarne della giustizia per la notte di follia tra il 2 e il 3 giugno 2024 a Rotondi. Un regolamento di conti per soldi degenerato in un agguato domestico a colpi di coltello. I due si presentarono a casa delle vittime, un diverbio economico esplose, e la lite si trasformò in una strage mancata.

Mario Esposito finì all’addome con ferite gravissime. Francesco Leonetti fu colpito al petto, a un centimetro dal cuore: “Un colpo più in là e sarebbe morto”, dichiararono i medici del pronto soccorso. Dopo i fatti, fuga e poi costituzione ai Carabinieri di Cervinara. La Esposito, nella sua deposizione-choc, consegnò persino il coltello insanguinato, prendendosi tutta la colpa: “Sono stata io ad accoltellarli, Luciano non c’entra”, disse. Alla donna fu contestato anche di aver sbarrato la porta d’uscita con un bastone, per impedire la fuga alle vittime in trappola.

Ma in Appello, la musica è cambiata. Le tesi dell’avvocato difensore Vittorio Fucci hanno fatto breccia nei giudici napoletani. Per Concetta Esposito non c’è più alcun reato: assolta con formula piena e rimessa in libertà, con la revoca anche dell’obbligo di dimora a Cervinara che le era stato imposto dopo la scarcerazione nel dicembre 2024.

Per il suo compagno di quella notte, Giuseppe Luciano, nessuna pietà. La condanna a 8 anni e 6 mesi confermata in tutto il suo peso. A difenderlo, l’avvocato Teresa Meccariello, ma per lui non c’è stato lo scampo.

Una sentenza divisiva che lascia strascichi amarissimi tra i parenti delle vittime, mentre per Concetta Esposito si aprono le porte di una libertà insperata, dopo mesi di incubo tra carcere e attesa di un giudizio che l’ha infine completamente whitewashed.

Castel Volturno, polemiche politiche dopo le richiesta di condanna al patron di Pineta Grande

Castel Volturno – La richiesta di condanna a cinque anni di reclusione avanzata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere nei confronti di Vincenzo Schiavone, noto imprenditore della sanità privata e patron del Pineta Grande Hospital di Castel Volturno, riporta sotto i riflettori non solo una delle vicende giudiziarie più dolorose degli ultimi anni, ma anche i rapporti tra i vertici della sanità campana e chi ne ha orientato scelte e investimenti.

Un tema che intreccia giustizia e politica. Proprio nei giorni della sua nomina ufficiale da parte del Tribunale di Napoli, il nuovo presidente della Regione Campania Roberto Fico ha ribadito come priorità il rafforzamento della sanità pubblica. Una presa di posizione che oggi, alla luce delle richieste della Procura, spinge molti osservatori a riflettere sulle politiche sanitarie e sugli ingenti investimenti compiuti negli anni scorsi dall’ex governatore Vincenzo De Luca proprio a favore della struttura domiziana.

La requisitoria dei pm

Al centro della requisitoria dei pubblici ministeri Giacomo Urbano e Gerardina Cozzolino, pronunciata questa mattina in aula, c’è l’accusa di falso ideologico: secondo l’impianto accusatorio, Schiavone avrebbe orchestrato la falsificazione della cartella clinica di Francesca Oliva, la 29enne di Gricignano d’Aversa morta nel maggio 2014 per una setticemia fulminante dopo aver dato alla luce tre gemelli.

Una tragedia che scosse profondamente l’opinione pubblica: insieme alla giovane madre morirono anche due dei neonati, un maschietto e una femminuccia; sopravvisse soltanto la terza bambina. A quasi dodici anni di distanza, però, l’attenzione della magistratura si concentra su quanto sarebbe avvenuto dopo quel drammatico decesso, tra le mura della clinica.

Le richieste di condanna

La Procura non ha chiesto una condanna solo per il patron del Pineta Grande. Pene severe sono state invocate anche per i tre medici imputati per concorso nel falso: 3 anni e 6 mesi per Gabriele Vallefuoco e Giuseppe Delle Donne, 3 anni per Stefano Palmieri.

Una linea rigorosa, sposata anche dalla parte civile. L’avvocato Raffaele Costanzo, che assiste i familiari di Francesca Oliva, ha sostenuto l’impianto accusatorio chiedendo giustizia per una famiglia che attende risposte da oltre un decennio.

L’antibiotico mai somministrato

Il cuore del processo ruota attorno a quello che gli inquirenti definiscono un vero e proprio “maquillage” documentale. Secondo l’accusa, la cartella clinica sarebbe stata alterata dopo la morte della paziente per costruire una difesa a posteriori.

In particolare, sarebbe stata annotata la somministrazione di un antibiotico ad ampio spettro che, secondo le indagini, non sarebbe mai stato realmente somministrato. Contestualmente, sarebbero stati eliminati riferimenti decisivi al progressivo peggioramento delle condizioni generali della donna nelle ore precedenti al collasso.

Il percorso giudiziario

Il processo per falso rappresenta una costola del procedimento principale per omicidio colposo, conclusosi nell’ottobre 2021 con l’assoluzione di 14 medici tra il personale del Pineta Grande e dell’ospedale di Giugliano, da cui la donna era stata trasferita.

In quella sentenza, il tribunale presieduto da Roberta Carotenuto individuò le responsabilità nel ginecologo di fiducia della vittima, Sabatino Russo, deceduto nel 2017 e dunque non più giudicabile.

Caduta la responsabilità medica diretta, è però rimasta in piedi l’ipotesi di un depistaggio documentale, che oggi vede imputati i vertici della struttura sanitaria. È stata invece stralciata la posizione di due tecnici informatici della clinica, Gianluca Salvatore Russo e Giorgio Conte, per un difetto di notifica.

Il processo riprenderà il 23 febbraio, quando prenderanno la parola le difese per le arringhe finali. Poi la sentenza, chiamata a fare luce definitiva su una delle pagine più controverse della sanità campana.

Blue Monday, il mito del giorno più triste dell’anno compie vent’anni

Il giorno più triste dell’anno ha una data fissa, almeno nel racconto che da oltre vent’anni accompagna il mese di gennaio. Si chiama Blue Monday e cade ogni anno il terzo lunedì del mese: nel 2026 coincide con il 19 gennaio. Un’etichetta diventata familiare, capace di insinuarsi nel linguaggio comune, nei titoli dei media e nelle conversazioni social, nonostante la sua origine sia tutt’altro che scientifica.

Il Blue Monday nasce nel 2005 come operazione di marketing. A lanciarlo fu una compagnia di viaggi, Sky Travel, che chiese allo psicologo Cliff Arnall di costruire una formula in grado di individuare il giorno più deprimente dell’anno. Una miscela di variabili arbitrarie come il meteo, i debiti post-natalizi, il calo di motivazione e la necessità di rimettersi in moto dopo le feste. Una formula mai validata, mai replicata e che lo stesso Arnall, negli anni successivi, ha riconosciuto come un esercizio mediatico più che scientifico. Eppure, quella narrazione ha attecchito.

Gennaio resta, al di là delle campagne pubblicitarie, un mese emotivamente delicato. La fine delle festività, il ritorno alla routine lavorativa, le giornate più corte e il clima invernale contribuiscono a una percezione diffusa di stanchezza e rallentamento. A questo si aggiunge il peso simbolico dei buoni propositi e di una forma fisica spesso percepita come lontana dagli standard desiderati. In questo contesto, l’idea di un “giorno più triste” trova terreno fertile e continua a funzionare.

Esiste anche una base clinica che aiuta a comprendere perché questo periodo sia più sensibile. Il disturbo affettivo stagionale è una condizione riconosciuta che colpisce una parte della popolazione, con sintomi più evidenti nei mesi invernali e un miglioramento legato all’aumento della luce naturale. Le stime indicano che circa il 5% della popolazione mondiale ne soffra, con variazioni legate alla latitudine e ai criteri diagnostici. Non significa che sentirsi giù a gennaio equivalga a una diagnosi, ma conferma che il rapporto tra stagionalità e umore è reale.

Il vero successo del Blue Monday, però, non sta nei numeri o nelle formule, ma nella sua forza narrativa. Dare un nome a un’emozione diffusa la rende riconoscibile, condivisibile, quasi legittimata. Non è il Blue Monday a generare tristezza, ma arriva in un momento in cui molte persone sono già più vulnerabili. Dire “oggi è il Blue Monday” diventa un modo per dire “non sono l’unico a sentirmi così”. È questa condivisione emotiva a renderlo potente e resistente nel tempo.

Secondo Luna Mascitti, formatrice specializzata in neuromarketing e storytelling e founder di Mio Cugino ADV, il Blue Monday funziona perché offre una narrazione pronta all’uso a un’emozione reale. Non crea la malinconia, la rende visibile. Dare un nome a uno stato d’animo lo normalizza e permette di affrontarlo collettivamente, ma il rischio è quello di trattare con superficialità esperienze emotive che richiederebbero rispetto e consapevolezza.

Nel tempo il Blue Monday è diventato anche uno spazio commerciale. Brand e aziende lo utilizzano per inserirsi nel racconto di gennaio, proponendo messaggi di auto-cura, ironia o conforto emotivo. Una strategia di emotional marketing efficace se gestita con equilibrio, ma che può facilmente scivolare nella banalizzazione. Quando una cornice narrativa è semplice, memorabile e condivisibile, entra nel sistema cognitivo come una scorciatoia mentale e influenza la percezione emotiva collettiva.

Forse il valore del Blue Monday non è quello di decretare il giorno più triste dell’anno, ma di ricordare quanto le emozioni siano plasmate dalle storie che ci raccontiamo. Conoscerne l’origine aiuta a non subirle passivamente e a scegliere come attraversarle. Anche solo concedendosi il diritto di rallentare, senza sensi di colpa, in un mese che da sempre chiede più ascolto.

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