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Allarme al test di Medicina: “copie” in rete, il Ministero indaga

Milano – Scricchiola il sistema del semestre filtro per l’accesso a Medicina, Odontoiatria e Veterinaria. Dopo la conclusione della sessione d’esame, il Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) è dovuto correre ai ripari per una ricognizione massiva su web e social network: l’obiettivo era stanare eventuali tracce dei test di Chimica, Fisica e Biologia appena sostenuti da 55.000 aspiranti medici in 44 atenei.

I controlli, eseguiti con un sofisticato strumento di analisi di massa (un crawler), hanno passato al setaccio milioni di contenuti online. Il risultato, se da un lato tranquillizza, dall’altro solleva l’ombra di potenziali irregolarità post-esame.

La sospensione e l’indagine

L’attività istruttoria del Ministero ha finora smentito la pubblicazione di qualsiasi modulo d’esame durante lo svolgimento delle prove. Le immagini incriminate, che hanno scatenato l’allarme, sono risultate essere solo due moduli domanda – le cosiddette “brutte copie” – diffuse online nel tardo pomeriggio di giovedì 20 novembre, a sessioni concluse in tutta Italia.

Le fotografie, che non includono i fogli risposta ufficiali, sono riconducibili a prove effettuate presso l’Università Federico II di Napoli e l’Università degli Studi di Catania.

Annullamento imminente e indagine della Polizia Postale

Nonostante la diffusione sia avvenuta solo a giochi fatti, la tolleranza è zero. Le due prove incriminate sono tuttora anonime, ma il Ministero ha già stabilito la procedura: non appena i compiti verranno associati ai nominativi, le relative prove saranno annullate in base alle normative vigenti, identificando i candidati che hanno scattato e diffuso il materiale.

Ma l’indagine non si ferma qui. La ricognizione ha permesso di raccogliere anche diversi post e messaggi dove alcuni candidati avrebbero candidamente dichiarato di aver copiato durante il test. Questo materiale è stato immediatamente trasmesso alla Polizia Postale, che avrà il compito di identificare gli autori e verificare se le loro ammissioni corrispondano effettivamente a irregolarità avvenute durante le sessioni d’esame.

Il Ministero, pur ridimensionando l’allarme – due brutte copie su un totale di 160.000 compiti gestiti – mantiene alta l’attenzione per garantire l’integrità e la trasparenza della selezione.

Frode fiscale internazionale da 33 milioni, maxi-sequestro tra Campania e Veneto

Una frode fiscale “carosello” da oltre 33 milioni di euro è stata smantellata dalla Guardia di Finanza sotto il coordinamento dell’European Public Prosecutor’s Office (EPPO) di Venezia. I finanzieri del Comando provinciale di Verona stanno eseguendo un sequestro preventivo finalizzato alla confisca di circa 33,8 milioni di euro, disposto dal gip del Tribunale di Napoli, nei confronti di 7 persone e 24 società ritenute coinvolte nel sistema illecito.

L’inchiesta, sviluppata in stretto raccordo tra gli uffici della Procura europea in Italia e in Croazia, ha portato ad attività investigative parallele sul territorio nazionale ed estero. Le indagini del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Verona hanno fatto emergere un contesto criminale con proiezione internazionale e, secondo l’ipotesi accusatoria, un’associazione per delinquere specializzata in frodi IVA nel commercio all’ingrosso di prodotti per la detergenza, la cura della casa e della persona.

L’operazione è il risultato di oltre un anno di accertamenti, partiti dall’analisi di alcuni alert su società con sede nel Veronese. Gli approfondimenti hanno consentito di ricostruire un articolato schema fraudolento basato su società fittiziamente residenti all’estero che acquistavano, senza applicazione dell’IVA, merce da grossisti italiani, alcuni dei quali scaligeri.

I beni venivano poi ceduti solo sulla carta a “missing trader”, società fantasma con base in Campania, che a loro volta rivendevano i prodotti a società “filtro”, omettendo sistematicamente il versamento delle imposte.

Secondo gli investigatori, le cosiddette conduit company (le “cartiere” estere) e gli altri soggetti giuridici coinvolti nei diversi passaggi della filiera sarebbero stati gestiti in Italia da un’associazione a delinquere con base nel Napoletano.

Per rendere ancora più difficile risalire ai reali beneficiari della frode, gli indagati avrebbero attuato un continuo turn over delle società coinvolte, intestando le partite IVA a prestanome, spesso nullatenenti, utilizzati come “teste di legno”.

La supply chain fittizia, resa volutamente complessa da molteplici passaggi estero su estero, avrebbe consentito un indebito risparmio fiscale di oltre 33 milioni di euro. Questo vantaggio economico, secondo la ricostruzione investigativa, veniva poi utilizzato per praticare strategie di pricing aggressivo, immettendo sul mercato nazionale prodotti a prezzi altamente concorrenziali, con conseguente danno per l’Erario e per le imprese operative nel rispetto delle regole.

Alla luce di questi elementi, l’Autorità giudiziaria, condividendo le risultanze della Guardia di Finanza di Verona, ha disposto il sequestro finalizzato alla confisca, anche per equivalente, fino alla concorrenza di circa 33,8 milioni di euro.

L’esecuzione del provvedimento è stata accompagnata dalla notifica dell’invito a presentarsi per l’interrogatorio, atto propedeutico alla valutazione da parte dello stesso gip dell’eventuale applicazione di misure cautelari personali nei confronti dei 7 presunti promotori dell’associazione e dei 27 indagati indicati come formali amministratori delle società inserite nel meccanismo fraudolento.

Contestualmente, sono state eseguite perquisizioni nei confronti dei presunti promotori dell’associazione nel territorio campano, con il supporto del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Napoli e delle Compagnie di Pozzuoli e Nocera Inferiore.

Operazioni parallele sono state condotte anche in Croazia, dove alcuni indagati sono stati arrestati, e nel Nord Italia, con perquisizioni e sequestri eseguiti dai Nuclei di Polizia Economico-Finanziaria di Gorizia e Padova su delega dell’Autorità giudiziaria croata.

La Guardia di Finanza e l’EPPO sottolineano che il provvedimento interviene nella fase delle indagini preliminari ed è basato su ipotesi di reato che dovranno essere accertate nel corso del procedimento. La responsabilità degli indagati potrà essere definitivamente stabilita solo con sentenza penale irrevocabile, nel rispetto della presunzione di non colpevolezza sancita dall’articolo 27 della Costituzione.

L’operazione conferma, infine, il ruolo centrale della Procura europea e della Guardia di Finanza nel contrasto alle frodi IVA e agli illeciti che danneggiano il bilancio dell’Unione europea, alterano la concorrenza e penalizzano le imprese che operano in modo corretto.

Parcheggiatore abusivo a Largo Tarsia: Scoppia lo scandalo, è un dipendente della Regione Campania

Napoli – Un dipendente della Regione Campania, pagato con i soldi pubblici, fa il “parcheggiatore abusivo” in un sito storico ridotto a un suk illegale. È lo scandalo esploso ieri a Largo Tarsia, nel cuore di Napoli, grazie a un blitz a sorpresa del deputato di Alleanza Verdi-Sinistra, Francesco Emilio Borrelli. Una storia di degrado e illegalità che calpesta secoli di storia e imbarazza le istituzioni.

Su segnalazione di residenti esasperati, il parlamentare ha messo piede nell’area che un tempo ospitava il maestoso Palazzo Spinelli di Tarsia, gioiello incompiuto del Rococò napoletano.

Oggi, di quella grandeur rimane solo il ricordo: al suo posto, un parcheggio abusivo che prospera indisturbato. E qui, l’ispezione si trasforma in scoop. Borrelli si imbatte in un soggetto che, insieme a complici, gestisce la sosta illecita. La prova schiacciante? Un sacchetto di plastica, brandito con disinvoltura, colmo di chiavi di automobili. La riprova che i cittadini affidano i loro veicoli a questi “facchini” dell’illegalità.

Ma è l’identità di uno dei presunti “parcheggiatori” a far esplodere il caso. Fonti locali e cittadini hanno infatti riconosciuto in uno degli uomini attivi nell’area un impiegato della Giunta Regionale della Campania, in servizio presso l’Isola A6 del Centro Direzionale.

Un funzionario che, secondo l’accusa, di giorno lavora per la pubblica amministrazione e, in altri orari, contribuisce attivamente al degrado della città che le istituzioni dovrebbero tutelare.

Le dichiarazioni del deputato Borrelli non lasciano spazio a interpretazioni: “È un affronto inaccettabile alla storia, alla legalità e alla dignità di Napoli”, tuona. “Qui, dove un tempo c’erano opere di Giotto e Tiziano, oggi c’è un indecoroso suk. Ma l’indignazione più grande è scoprire che questa illegalità potrebbe essere gestita da un dipendente pubblico.

Se confermato, non è solo un reato, è una resa dello Stato. Pretendiamo immediati e severi provvedimenti disciplinari: il licenziamento. Non possiamo tollerare che chi è stipendiato dai cittadini si faccia beffe delle regole e della città stessa.”

Il deputato ha già richiesto l’intervento immediato delle forze dell’ordine per bonificare l’area e ha annunciato interrogazioni parlamentari per fare piena luce sulla posizione del dipendente regionale. La politica è chiamata a rispondere, mentre a Largo Tarsia la storia aspetta ancora che qualcuno restituisca la sua dignità.

De Luca rivendica il “campo largo”: “In Campania lo abbiamo inventato cinque anni fa”

Napoli– Vincenzo De Luca rivendica la paternità politica del “campo largo” e punta il dito contro la “confusione” che agita oggi il dibattito nel centrosinistra nazionale.

A margine di un sopralluogo al Rione San Francesco di Napoli, dove ha illustrato lo stato di avanzamento degli interventi di riqualificazione, il presidente uscente della Regione Campania ha ricordato come, a suo dire, l’esperimento di un’alleanza larga sia nato proprio qui cinque anni fa.

“Il campo largo lo abbiamo fatto in Campania cinque anni fa – ha dichiarato De Luca –. Vedo che c’è molta confusione e gente dalla memoria corta. Il vero campo largo è questo, quello che abbiamo costruito noi. Quello di oggi, a livello nazionale, è solo una conseguenza minore di quella scelta”.

De Luca ha collegato quel modello alle successive vittorie nel capoluogo e a livello regionale, dove il fronte progressista ha trovato una sintesi attorno alle figure di Gaetano Manfredi per il Comune di Napoli e di Roberto Fico per la guida della Regione Campania. Un percorso che ora, nelle intenzioni del gruppo dirigente del centrosinistra, viene indicato come riferimento anche per la costruzione di un’alleanza competitiva alle prossime elezioni politiche.

Il governatore uscente ha ricordato i numeri delle Regionali del 2020, quando la coalizione che lo sosteneva, definita allora “alleanza politica” o “alleanza progressista”, raccolse – sottolinea – un consenso record. “Sono stato votato dal 70% dei cittadini – ha rimarcato –. Quell’alleanza in Campania prese un milione e 800mila voti, cioè 500mila voti in più rispetto a questa tornata elettorale”.

Nel suo ragionamento, De Luca non ha risparmiato una stoccata al Movimento 5 Stelle, oggi perno del dibattito nazionale sul campo largo accanto al Partito democratico. “Il M5S non aderì alla coalizione per una sua scelta, non per una mia scelta – ha affermato –. Erano ancora in una fase ideologica e non c’era stata ancora l’innovazione di Conte”. Un riferimento diretto alla trasformazione impressa al Movimento dall’ex presidente del Consiglio, che negli ultimi anni ha aperto alla logica delle alleanze strutturali con il centrosinistra.

Il messaggio politico, nel pieno della fase di assestamento post-voto, è duplice: da un lato De Luca rivendica il ruolo di apripista del modello campano, dall’altro segnala alla dirigenza nazionale del centrosinistra che l’esperienza territoriale della Regione resta, nei numeri e nelle formule, un laboratorio da cui – a suo giudizio – non si può prescindere. Un modo per restare al centro del confronto interno anche da presidente uscente.

Napoli, max sequestro di oltre un milione e mezzo di giocattoli

Un’operazione lampo della Polizia Locale ha sventato un potenziale grave rischio per la salute dei bambini, proprio alla vigilia della corsa agli acquisti natalizi. In un maxi-sequestro effettuato in un ingrosso di via Gianturco a Napoli, sono stati ritirati dal mercato circa un milione e mezzo di giocattoli falsificati, ritenuti potenzialmente nocivi e pericolosi per i più piccoli.

L’attività anticontraffazione ha portato alla luce un vasto assortimento di prodotti per l’infanzia privi delle essenziali certificazioni di sicurezza e non conformi agli standard previsti dalla rigorosa normativa europea. Tra gli articoli scoperti figurano pupazzi, gadget elettronici per bambini e le ambitissime carte collezionabili di ultima generazione, tutti pronti per essere distribuiti sui mercati locali in occasione delle prossime festività.

I giocattoli, realizzati senza alcun controllo sulla qualità dei materiali, rappresentavano una seria minaccia per la salute e la sicurezza dei consumatori.

Il titolare dell’ingrosso, un cittadino straniero, è stato immediatamente denunciato alle autorità competenti. Le accuse a suo carico sono pesanti e includono contraffazione, truffa ai danni dei consumatori e danneggiamento delle industrie nazionali che rispettano le regole.

L’intervento della Polizia Locale ha così bloccato un traffico illecito che non solo metteva a repentaglio la salute pubblica, ma alimentava anche l’economia sommersa a discapito delle aziende oneste.

Napoli e il mistero delle monache di clausura: storie, conventi e miracoli silenziosi

Napoli: città barocca, popolare, viva. Ma anche città silenziosa, fatta di corridoi chiusi, chiostri che respirano preghiera e celle che custodiscono segreti di clausura. In questo scenario, le storie delle monache di clausura Napoli assumono una dimensione tanto spirituale quanto sociale: dietro le mura dei conventi storici di Napoli, le suore vivevano una vita di ritiro, contemplazione e servizi, e spesso, in modo poco visibile per la città esterna, operavano atti di carità, accoglievano convertite, curavano malati, e trasformavano mura silenziose in laboratori di fede.
L’articolo attraverserà tre tappe principali: partendo da un monastero-chiave, esplorerà architetture e storie, e infine si soffermerà sul significato profondo di questi luoghi, raccogliendo la tensione tra clausura e città, miracolo e quotidiano.

Il volto nascosto della città: le monache di clausura a Napoli

Nel cuore del centro antico di Napoli, in vicoli che respirano ancora la Napoli greco-romana e medievale, sorge un tipo di istituzione poco visibile ma ricchissima di significato: comunità femminili in clausura che, pur isolate dal mondo pratico, ne erano profondamente partecipi nella dimensione della carità e della trasformazione sociale.

Prendiamo ad esempio il caso del Monastero delle Trentatré, ufficialmente il monastero di Santa Maria in Gerusalemme, fondato nel XVI secolo. Il nome “Trentatré” richiama il numero massimo di monache che potevano risiedervi, simbolicamente gli anni che Cristo visse sulla Terra.
Fu voluto dall’aristocratica catalano-napoletana Maria Lorenza Longo, che arrivata a Napoli nel 1506 partecipò alla vita cittadina e alla carità istituzionale: dopo aver fondato l’Ospedale degli Incurabili per i malati incurabili, diede vita al monastero come luogo di clausura femminile.
In questo complesso, le monache non solo si ritirarono in preghiera, ma contribuivano a un tessuto sociale: alcune prime consorelle venivano da contesti di emarginazione, convertite e accolte nel monastero come protagoniste di una rinascita spirituale.

Così il tema delle monache di clausura a Napoli non è solo quello di un ritiro spirituale: è anche la storia di una Napoli che, dietro le sue facciate animate, alimentava un mondo interno e ritirato, ma vivo. I conventi storici di Napoli come questo sono architetture, chiostri, refettori, celle, che nascondono e racchiudono questa duplice funzione: isolamento e interazione, silenzio e azione.

Basilica di Santa Chiara e il suo Monastero

La Basilica di Santa Chiara venne edificata tra il 1310 e il 1328 per volontà del re Roberto d’Angiò e di sua moglie Sancia di Maiorca.
Il complesso includeva non solo la chiesa gotica-provenzale, ma anche due comunità monastiche: una femminile (le Clarisse) e una maschile (i Frati Minori).
Nel corso dei secoli subì trasformazioni: nel XVIII secolo assunse decorazioni barocche, poi fu fortemente danneggiata dai bombardamenti del 1943 e ricostruita nei decenni successivi.

Vita monastica e clausura

All’interno del monastero femminile, le suore Clarisse vivevano secondo la regola di clausura, in ambienti separati dal mondo esterno. Le architetture pensate per questo scopo emergono ancora oggi: il coro delle monache, il chiostro maiolicato, le celle, la sala capitolare.
Il chiostro delle Clarisse è uno dei luoghi più noti: 66 archi a sesto acuto sorreggono sedili rivestiti da maioliche settecentesche che rappresentano scene di vita quotidiana e allegorie.

Significato nella storia di Napoli

Questo complesso rappresenta una perfetta fusione tra vita spirituale e vita urbana. Pur trovandosi nel cuore pulsante del centro storico di Napoli, all’interno vi era un mondo ritirato, dove le monache di clausura sperimentavano una forma di “semi-isolamento” che tuttavia non le escludeva dal contesto della città.
La presenza di arte, archeologia (sotto il complesso si trovano resti termali romani) e la trasformazione nei secoli sottolineano come i conventi storici di Napoli non siano solo edifici religiosi, ma veri e propri archivi urbani.

Chiesa di Santa Patrizia (Via San Gregorio Armeno)

Il complesso di Santa Patrizia ha origini antichissime: si parla di un primo insediamento monastico legato all’ordine di San Basilio già nel IV secolo.
Nel XVI-XVII secolo il monastero fu ricostruito e la chiesa attuale dedicata a Santa Patrizia venne eretta in via Armanni. La facciata attuale risale a quel periodo.

Clausura e leggende

Il luogo ospitava una comunità di monache che vivevano in clausura in ambienti specifici: il “Coro delle Converse”, la scala santa, ambienti normalmente chiusi al pubblico.
Una leggenda molto popolare riguarda una reliquia della santa: si racconta che un molare estratto dal cadavere di Santa Patrizia fece uscire sangue copioso e che, avvicinato all’ampolla contenente il sangue, … si liquefacesse.

Significato più ampio

Questo convento, meno celebre rispetto ad altri, offre tuttavia una prospettiva interessante sulla clausura a Napoli: meno monumentalità, più stratificazione urbana, più mistero popolare. Le reliquie, le visite straordinarie, le storie legate ai miracoli confermano che i conventi storici di Napoli non erano solo luoghi di preghiera, ma anche punti di frizione tra il visibile e l’invisibile, tra la fede popolare e le istituzioni religiose.
In questo senso, le monache di clausura Napoli non sono state solo figure ritirate, ma protagoniste di una narrazione che attraversa la dimensione del sacro, del miracolo e della leggenda.

Serie A, arbitri della 13ª giornata: Massa per Roma-Napoli, Collu per Milan-Lazio

La Lega Serie A ha reso note le designazioni arbitrali per la 13ª giornata del campionato, che si annuncia ricca di sfide decisive e di grandi palcoscenici. Il big match tra Roma e Napoli, in programma domenica 30 novembre alle 20.45 allo stadio Olimpico, sarà diretto da Davide Massa di Imperia. Il fischietto ligure avrà l’arduo compito di gestire la partita tra due squadre che lottano ai vertici della classifica e che spesso animano confronti intensi e tatticamente complessi.

L’altro incontro di cartello, Milan-Lazio, previsto sabato 29 novembre alle 20.45 al “Meazza”, sarà arbitrato da Giuseppe Collu di Cagliari, mentre le altre gare della giornata hanno ricevuto le loro designazioni: Marchetti di Ostia Lido per Como-Sassuolo, Fabbri di Ravenna per Genoa-Verona, Piccinini di Forlì per Parma-Udinese, Crezzini di Siena per Juventus-Cagliari, Mariani di Aprilia per Lecce-Torino, Guida di Torre Annunziata per Pisa-Inter, Marcenaro di Genova per Atalanta-Fiorentina e Feliciani di Teramo per Bologna-Cremonese.

Regionali, i dati YouTrend: campo largo avanti di misura (49,7%), centrodestra al 46.8%

Il bilancio delle Regionali autunnali restituisce un’immagine del Paese meno lineare di quanto suggeriscano le cifre in superficie. L’analisi di YouTrend, che ha considerato Marche, Calabria, Veneto, Toscana, Campania e Puglia, colloca il campo largo al 49,7 per cento con 3.783.398 voti, mentre il centrodestra si attesta al 46,8 per cento con 3.564.232 preferenze. Un vantaggio reale, ma più fragile se inserito nella traiettoria degli ultimi anni.

L’istituto sottolinea che il campione di regioni chiamate alle urne tende storicamente a favorire il centrosinistra, e dunque la comparazione con le Politiche 2022 e le Europee 2024 è decisiva per leggere la tendenza. Alle Politiche, infatti, lo stesso perimetro regionale vedeva il centrodestra al 42,7 per cento e il campo largo al 51,4, uno scarto di 8,7 punti. Alle Europee, la forbice si era ridotta a 5,7, con il centrodestra al 45,2 e il centrosinistra al 50,9. Oggi il divario scende ancora, a 2,9 punti. Un restringimento che rivela una dinamica diversa da quella suggerita dal dato secco: rispetto alle tornate nazionali, la coalizione di governo appare più solida e reattiva della controparte progressista.

Nemmeno il confronto con le precedenti Regionali ribalta la tendenza. Allora il centrosinistra sfiorava il 49,9 per cento contro il 45,9 del centrodestra, una fotografia quasi sovrapponibile a quella attuale, ma che segna comunque un piccolo miglioramento per l’area che sostiene Giorgia Meloni. In un quadro complessivo segnato da oscillazioni minime, la lettura dei trend rivela un equilibrio che si sta lentamente spostando e che potrebbe pesare nei prossimi appuntamenti elettorali.

Cellulari ai detenuti in alta sicurezza: indagine su 31 persone e blitz in 12 carceri italiane

Un’operazione ad ampio raggio coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia ligure ha scosso questa mattina dodici penitenziari in tutta Italia. La Direzione investigativa antimafia di Genova ha eseguito perquisizioni e sequestri in strutture che vanno da Fossano a Parma, da Tolmezzo a Santa Maria Capua Vetere, nel quadro di un’inchiesta che accende i riflettori su un traffico sistematico di telefoni cellulari e schede sim introdotti clandestinamente nelle sezioni di alta sicurezza. Sono trentuno gli indagati per introduzione e ricettazione di dispositivi, contestazioni aggravate dall’ombra dell’associazione mafiosa.

Le indagini hanno permesso di ricostruire l’utilizzo di oltre centocinquanta telefoni e più di cento schede sim da parte di detenuti per reati di mafia nel carcere di Genova-Marassi, dove i dispositivi venivano usati per mantenere i rapporti con affiliati liberi o reclusi altrove, scambiando messaggi e ordini operativi. Gli investigatori hanno scoperto come i telefoni, spesso di piccolissime dimensioni, fossero intestati a cittadini inesistenti o ignari, grazie alla complicità di negozi di telefonia del centro storico genovese. Venivano consegnati durante le visite familiari o nascosti in pacchi spediti in istituto e poi fatti circolare tra i detenuti, con un sistema oliato e difficilissimo da intercettare.

La collaborazione con la polizia penitenziaria di Marassi ha consentito di sequestrare numerosi apparati, mentre l’analisi del traffico telefonico e telematico ha consolidato il quadro indiziario. Secondo gli inquirenti, quel flusso continuo di comunicazioni avrebbe agevolato l’operatività delle cosche di ’ndrangheta, dimostrando ancora una volta la capacità della criminalità organizzata di adattarsi e infiltrarsi persino nei livelli più rigidi del sistema carcerario.

Maltempo in Campania, oltre 250 interventi dei vigili del fuoco tra frane ed esondazioni

La nuova ondata di maltempo che dalla giornata di ieri sta flagellando la Campania ha costretto i vigili del fuoco a un intervento continuo, con oltre 250 operazioni portate a termine tra Napoli, Avellino e Salerno.

Le precipitazioni intense hanno messo a dura prova l’intera regione, ma le situazioni più delicate si registrano nel Salernitano, in particolare nell’Agro nocerino-sarnese, dove i corsi d’acqua hanno superato gli argini trasformando le strade in canali e intrappolando automobilisti e residenti. Le squadre specializzate in soccorso acquatico hanno tratto in salvo persone bloccate nelle auto invase dall’acqua o nei piani bassi delle abitazioni sommerse, lavorando senza sosta per ore in condizioni critiche.

Il quadro non migliora nell’Avellinese, dove una frana ha interessato via Montevergine, nel comune di Ospedaletto d’Alpinolo, rendendo necessarie immediate operazioni di messa in sicurezza. Anche Napoli registra numerosi episodi legati a dissesti strutturali, alberi pericolanti e allagamenti. Per far fronte all’emergenza, i comandi di Napoli, Salerno e Avellino hanno potenziato i dispositivi di soccorso, mentre resta alta l’attenzione su un territorio già provato e tutt’altro che fuori pericolo.

Frana sul Monte Partenio, chiusa la strada per il santuario di Montevergine

Il maltempo continua a colpire duramente l’Irpinia. Le piogge torrenziali della notte hanno provocato una frana di vaste proporzioni sul Monte Partenio, costringendo alla chiusura della strada statale che conduce al santuario di Montevergine, nel territorio di Ospedaletto d’Alpinolo. La massa di fango, detriti e materiale roccioso ha invaso completamente la carreggiata, rendendo impossibile il transito. Fortunatamente non risultano automobilisti coinvolti.

Fin dalle prime ore del mattino, numerose squadre dei vigili del fuoco provenienti da Avellino, Napoli e Salerno sono al lavoro per mettere in sicurezza l’area e valutare l’entità dei danni. La frana è solo l’episodio più grave di una notte complicata: in provincia si contano almeno cinquanta interventi per alberi caduti, lamiere pericolanti, voragini stradali, cedimenti strutturali e perfino incendi alle canne fumarie.

Situazioni critiche anche a Monteforte Irpino, Atripalda, Grottolella e Morra de Sanctis, dove diversi automobilisti sono rimasti bloccati a causa dell’acqua alta e degli smottamenti. Le operazioni di verifica e messa in sicurezza proseguiranno per tutta la giornata, mentre resta alta l’attenzione per il rischio di ulteriori distacchi.

Rapimento lampo a San Giorgio: arrestati i cugini Renato e Giovanni Franco

Napoli – Si chiude con due nuovi arresti l’inchiesta sul sequestro di persona che l’8 aprile 2025 scosse San Giorgio a Cremano. Gli agenti della Squadra Mobile di Napoli hanno infatti eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, firmata dal gip Fabrizia Fiore nei confronti di Renato Franco, 28 anni, e del cugino Giovanni Franco, 25 anni, accusati di aver fatto parte del commando che rapì a scopo di estorsione il figlio quindicenne di un imprenditore titolare di un autolavaggio.

L’operazione, coordinata dalla Squadra Mobile di Napoli e dal Nucleo Pef della Guardia di Finanza, ha posto fine a mesi di indagini serrate che hanno ricostruito ogni dettaglio della vicenda. Il terzo componente della banda, Amaral Pacheco De Oliveira, 25 anni, era già stato arrestato il giorno stesso del sequestro grazie al monitoraggio delle comunicazioni tra i rapitori e il padre della vittima.

Il blitz con le maschere

Secondo quanto emerso dalle indagini, il giovane fu prelevato con violenza in pieno giorno. Il commando agì con determinazione: Mattia Maddaluno venne letteralmente trascinato a forza all’interno di un furgone, mentre Giovanni Franco brandiva una pistola per intimidire i testimoni presenti.

I rapitori indossavano maschere per non farsi riconoscere. Renato Franco, ritenuto l’organizzatore del sequestro, seguiva l’operazione a distanza per assicurarsi che tutto procedesse secondo i piani.

Il ragazzo rimase sequestrato per diverse ore, tenuto legato al buio e incappucciato. Solo dopo le trattative per il riscatto venne liberato nei pressi dello svincolo di Licola sulla tangenziale di Napoli.

L’arresto del primo rapitore

La svolta arrivò grazie alle intercettazioni. Gli investigatori individuarono il punto di incontro fissato dai rapitori nei pressi di un hotel a Pozzuoli e bloccarono Amaral Pacheco De Oliveira. L’uomo aveva in tasca il cellulare utilizzato per contattare il padre del 15enne e richiedere il riscatto, lo stesso telefono con cui comunicava con i complici.

Le successive indagini hanno documentato i tentativi di Renato Franco di comprare il silenzio di Amaral Pacheco De Oliveira: l’organizzatore del sequestro avrebbe consegnato denaro alla compagna dell’arrestato e pagato le spese legali per la sua difesa.

I legami con la criminalità organizzata

Gli inquirenti hanno ricostruito i collegamenti tra i Franco e ambienti della criminalità organizzata locale. Renato Franco risulta legato al clan Attanasio, mentre dalle annotazioni della polizia giudiziaria emerge che frequentava soggetti riconducibili ai clan Aprea-Cuccaro. Anche Giovanni Franco manteneva contatti con esponenti del clan Attanasio.

L’ordinanza cautelare sottolinea “l’efferatezza” con cui il delitto venne commesso e la “freddezza” mostrata dagli indagati, che non hanno manifestato alcun pentimento. Le indagini hanno inoltre fatto emergere altre attività illecite: richieste estorsive di denaro accompagnate da minacce implicite sui collegamenti con i clan della zona e operazioni di fatturazione per operazioni inesistenti, con tutta probabilità finalizzate al riciclaggio.

 

Camorra, pizzo per “gli amici di Castellammare”: arrestato presunto estorsore

Ottaviano – I carabinieri della Stazione di Ottaviano hanno eseguito questa mattina un’ordinanza di misura cautelare emessa dal GIP del Tribunale di Napoli, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di un uomo ritenuto gravemente indiziato del reato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso.

Secondo quanto emerso dalle indagini coordinate dalla Procura della Repubblica di Napoli – che si muovono nell’alveo delle investigazioni antimafia – l’indagato avrebbe preso di mira un imprenditore attivo nel settore del trasporto sanitario, imponendogli il pagamento di una somma di denaro per poter continuare a lavorare senza “problemi”.

Stando alla ricostruzione accusatoria, l’uomo avrebbe chiaramente fatto intendere alla vittima di agire “per conto degli amici di Castellammare”, formula che, nel linguaggio di strada, richiama l’ombra dei clan dell’area stabiese. Un riferimento esplicito, secondo gli inquirenti, alla possibile reazione di un’organizzazione criminale in caso di rifiuto al pagamento.

Le indagini dei militari avrebbero documentato il clima di intimidazione vissuto dall’imprenditore, chiamato a scegliere tra la prosecuzione serena della propria attività e il rischio di ritorsioni. Proprio il richiamo al presunto “mandato” di ambienti mafiosi ha fatto scattare l’ipotesi dell’aggravante del metodo mafioso contestata dalla DDA.

 

La Cassazione annulla la confisca della villa del presunto usuraio Roberto Marino

Roma – Colpo di scena nella lunga vicenda giudiziaria che vede al centro una lussuosa villa ad Altavilla Irpina (Avellino), considerata il frutto dei proventi di attività usuraie. La Corte di Cassazione ha infatti annullato la misura della confisca che gravava sull’immobile, un provvedimento che era stato confermato in appello e disposto in primo grado.

La Suprema Corte – II Sezione Penale – ha accolto il ricorso presentato dal difensore, il cassazionista Dario Vannetiello, ribaltando la sentenza emessa il 20 febbraio 2025 dalla Corte d’Appello di Napoli (sezione VI) e, a cascata, anche la precedente decisione del Tribunale di Avellino del 27 settembre 2016.

La villa, il cui valore al momento del sequestro era stato quantificato in 600 mila euro, era finita sotto la scure della giustizia in quanto ritenuta edificata con il denaro illecito accumulato dal pregiudicato Marino Roberto nel corso degli anni, attraverso una ramificata attività di usura.

Condanna definitiva per l’usuraio

Mentre la battaglia sulla confisca riparte da zero, è stata invece confermata la sentenza di condanna per l’imputato Marino Roberto. L’usuraio è stato definitivamente sanzionato con 4 anni e 6 mesi di reclusione per ben cinque episodi di usura pluriaggravata commessi nel territorio irpino tra il 2010 e il 2013.

La pena, considerati gli interessi economici in gioco, la pluralità dei delitti e la posizione di recidivo del reo, appare mite per gli addetti ai lavori, ma definisce il quadro di responsabilità penale per i crimini contestati.

La parola torna a Napoli: confisca da rivedere

L’annullamento della Cassazione non comporta l’immediata restituzione del bene, ma sposta nuovamente il fascicolo a Napoli. La parola passerà infatti a una nuova sezione della Corte d’Appello di Napoli.

Questa dovrà riesaminare il caso attenendosi ai principi di diritto che verranno stabiliti e depositati dalla Corte di Cassazione. È su questi principi che si giocherà la partita decisiva per i coniugi Marino, che ora hanno la concreta possibilità di ottenere la definitiva restituzione del lussuoso immobile. Sarà l’interpretazione dei criteri di proporzionalità e provenienza illecita, come ridefiniti dalla Suprema Corte, a decretare il futuro della villa.

Campi Flegrei, chiuso lo sciame sismico con 31 terremoti: quello più forte in diretta tv

Pozzuoli  – La terra ha tremato di nuovo nei Campi Flegrei, con uno sciame sismico culminato ieri sera in una scossa di magnitudo 3.3 registrata alle 23:21 (ora locale), nettamente avvertita dalla popolazione tra Bacoli, Pozzuoli e Napoli.

L’evento, con epicentro alla Solfatara e profondità di soli 2,7 chilometri, è andato in onda in diretta sulle emittenti napoletane proprio mentre andavano in scena i commenti entusiasti alla vittoria del Napoli in Champions League, amplificando l’allarme tra i telespettatori.

L’Osservatorio Vesuviano in mattinata ha comunicato all’amministrazione comunale di Pozzuoli, la conclusione dello sciame iniziato alle 23:09 del 25 novembre (22:09 UTC). In totale, 31 terremoti con magnitudo Md ≥ 0.0, di cui il principale con Md = 3.3 ± 0.3, tutti localizzati nell’area flegrea.

Nessun danno a persone o cose segnalato finora, ma la vicinanza alla superficie ha reso il fenomeno percepibile come un boato profondo.

Il contesto è preoccupante: dall’inizio del 2025, i sismografi hanno registrato 8.155 eventi nell’area, la gran parte di bassissima intensità. Nel 2024 gli episodi furono 6.745, mentre nel 2023 si contarono 6.066 scosse. Un trend in crescita che tiene alta la vigilanza delle autorità, con monitoraggi costanti da parte dell’Ingv e del Centro Funzionale di Protezione Civile.

La Solfatara, zona calda per l’attività bradisismica, resta al centro delle attenzione. I residenti, abituati a questi “risvegli” della terra, esprimono comunque apprensione per l’intensificarsi del fenomeno. L’amministrazione comunale raccomanda calma e di seguire le indicazioni ufficiali.

Caos mense a Poggioreale: agenti senza pane né acqua, l’Uspp denuncia il collasso dei servizi

Napoli — È una situazione che ha del paradossale quella denunciata dai vertici dell’Uspp (Unione Sindacati Polizia Penitenziaria) all’interno del carcere di Poggioreale. Nel penitenziario più affollato d’Europa, chi è chiamato a garantire l’ordine e la sicurezza si trova privato persino dei diritti più elementari: un pasto caldo e completo.

“Manca di tutto: olio, pane, frutta e, in alcuni casi, addirittura l’acqua”, dichiarano Giuseppe Moretti e Ciro Auricchio, rispettivamente presidente e segretario regionale dell’Uspp, accendendo i riflettori su una crisi che va avanti da mesi.

Un servizio al collasso

La denuncia dei sindacalisti non è un fulmine a ciel sereno, ma l’apice di un malessere che cova da tempo tra le mura del “Salvia”. La gestione della mensa, servizio essenziale per agenti che affrontano turni massacranti, è finita nel mirino per carenze ormai croniche. Secondo l’Uspp, la responsabilità ricade su una pesante eredità lasciata dalla passata gestione amministrativa, rea di non aver indetto tempestivamente una nuova gara d’appalto per le mense delle carceri regionali.

Il risultato è un servizio a singhiozzo, privo degli standard minimi di qualità e quantità previsti dalla legge.

L’esasperazione degli agenti

“I colleghi sono esasperati”, sottolineano Moretti e Auricchio. La rabbia della Polizia Penitenziaria nasce dal contrasto stridente tra la durezza del loro compito e la “beffa” di un trattamento inadeguato. Gli agenti operano quotidianamente in un contesto di grave sovraffollamento — con celle che ospitano molti più detenuti del consentito — e una cronica carenza di organico che costringe a carichi di lavoro estenuanti.

In questo scenario, la pausa pranzo non è un lusso, ma un necessario momento di recupero psicofisico sancito dalle norme. Vedersi negare un pasto decente viene percepito come un abbandono istituzionale.

La ricerca di una soluzione

L’appello è ora rivolto al nuovo provveditore, dal quale i sindacati attendono risposte concrete. “In verità si sta già adoperando per trovare alternative efficaci”, ammettono i rappresentanti Uspp, segnalando un tentativo di cambio di rotta. La strategia prevede la risoluzione immediata del contratto con l’attuale ditta appaltatrice, incapace di garantire il servizio, e l’ingresso di una nuova azienda tramite appalto.

Nel frattempo, si chiede l’erogazione del buono pasto sostitutivo in tutta la regione, una misura tampone indispensabile per restituire dignità lavorativa agli agenti, in attesa che la burocrazia faccia il suo corso e riporti pane e acqua sulle tavole della mensa.

Casavatore, ciclone democrat: Il PD, primo partito in città

Casavatore – Il Pd ha ringraziato gli elettori per il sostegno nelle elezioni regionali con 1673 voti di lista.

“Un partito che vince nettamente per un’azione politica orientata alla serietà, alla credibilità e alla trasparenza. Siamo onorati che i nostri candidati Madonna e Raia siederanno nel Consiglio regionale con Fico presidente. Madonna con 1040 preferenze, ha conseguito un risultato di rilevanza storica nelle elezioni, un record elettorale mai raggiunto prima nel territorio di Casavatore, il più votato di sempre.

Raia con 937 voti, un traguardo che premia in modo chiaro il suo percorso politico nelle istituzioni. Questi risultati ci riempiono di gratitudine e di responsabilità, vi assicuriamo il nostro impegno all’ascolto , la nostra presenza per realizzare progetti che migliorino la Campania”.

Un contributo di non poco conto quello apportato dal sindaco Fabrizio Celaj e dai consiglieri Giulia Marotta, Maria Marino, Domenico Fiore e Marco Capparone e gli assessori Vincenza Esposito e Elsa Picaro. Di non poco conto la straordinaria performance degli attivisti Tommaso D’Auria, Russo Francesco e Maurizio Caporaso coadiuvato dal reggente della sezione locale, Domenico Panella.

Rapimento Gagliotta, chiesti 150 anni di carcere per il boss Nicola Rullo e i complici

Si avvia verso l’epilogo con una richiesta di pena esemplare il processo a carico della costola del clan Contini responsabile del feroce sequestro di persona avvenuto nell’autunno del 2024.

Nell’aula di tribunale, il clima si è fatto gelido quando il pubblico ministero Alessandra Converso della Direzione Distrettuale Antimafia ha invocato il pugno duro contro il ras Nicola Rullo, noto come “’o nfamone”, e i suoi gregari.

La requisitoria non ha lasciato scampo: dieci condanne per un totale di 150 anni di reclusione, una vera e propria stangata giudiziaria che mira a decapitare i vertici della cosca del Vasto-Arenaccia.​

La requisitoria e il “pugno duro”

L’accusa ha ricostruito minuziosamente le responsabilità degli imputati, chiedendo il massimo della pena — 20 anni di carcere a testa — per i promotori e gli organizzatori del rapimento. Non ci sono stati sconti per chi, secondo la Dda, ha pianificato e partecipato attivamente alla segregazione degli imprenditori Pietro e Carlo Gagliotta.

Il processo, che vede alla sbarra figure di spicco della criminalità organizzata napoletana, riprenderà a dicembre per le arringhe del folto collegio difensivo.​

L’incubo del 2024: trappola e torture

Al centro del dibattimento resta la drammatica vicenda del 26 e 27 settembre 2024. Tutto nacque da un presunto debito di 375mila euro che la cosca pretendeva di riscuotere per conto di Marcello Madonna. La trappola scattò in un appartamento di via Nuova del Campo, a Poggioreale: Pietro Gagliotta fu attirato con l’inganno, rapinato e subito sottoposto a un brutale pestaggio.​

La violenza raggiunse l’apice con l’arrivo del boss Nicola Rullo: armato di martello e sampietrino, il ras avrebbe infierito sulla vittima, minacciandola di morte. L’orrore raddoppiò quando anche il padre, Carlo Gagliotta, giunse sul posto, venendo a sua volta colpito al petto con un martello.​

Secondo la ricostruzione, all’interno dell’appartamento — nella disponibilità di Assunta Giuliani — erano presenti diversi affiliati, tra cui Gabriele Esposito, Salvatore Pisco e Armando Reginella, mentre altri complici fungevano da vedette.​

L’epilogo a Castel Volturno

Dopo ore di agonia, le vittime, ridotte a maschere di sangue, furono trasferite a Castel Volturno, nel complesso Parco Fontana Bleu, per essere medicate sommariamente prima del rilascio. L’incubo terminò solo all’1:30 di notte davanti al pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli, dove i due imprenditori vennero scaricati dai sequestratori. Una vicenda che oggi, a distanza di un anno, presenta il conto ai suoi presunti aguzzini.​

Le richieste di condanna

Di seguito l’elenco delle pene invocate dalla Dda per i dieci imputati:

20 anni – Nicola Rullo

20 anni – Giuseppe Moffa

20 anni – Gabriele Esposito

20 anni – Carlo Di Maio

20 anni – Salvatore Pisco

15 anni – Ciro Carrino

15 anni – Giovanni Giuliani

15 anni – Armando Reginella

14 anni – Maria Rullo

4 anni e 6 mesi – Assunta Giuliani

(nella foto in alto da sinistra il boss Nicola Rullo in ordine come da richieste di condanne in elenco)

Casavatore, “L’Amore è un’altra cosa”, successo della manifestazione

Casavatore –  Si è svolto ieri, nell’aula consiliare di Piazza G. Nocera, l’incontro che oltre a rappresentare una giornata di memoria per le tante vittime di femminicidio, ha voluto esprimere consapevolezza e impegno condiviso.

L’evento promosso dalle responsabili dell’Ufficio Politiche Sociali del Comune di Casavatore, le dott.sse Alessia Maccioni e Angela Molino ha visto la partecipazione di Rosa Rocco, figlia di Lucia Caiazza vittima di femminicidio.

Intervenuti il sindaco Fabrizio Celaj, l’Assessore alle Politiche Sociali l’avv. Vincenza Esposito, la vice sindaca dott.ssa Elsa Picaro e la dirigente della scuola Nicola Romeo, la dott.ssa Evelina Megale.

Durante le testimonianze e le numerose riflessioni, è intervenuta oltre alle referenti del CAV Ambito18 “Donna, Vita e Libertà”, la dott.ssa Annunziata Buonaurio. Ha preso parte ai lavori la coordinatrice del Polo per la famiglia Ambito18, la dott.ssa Raffaella Scurti ed il sociologo ed educatore, dott. Christian Sanna.

“Casavatore ha vissuto un momento intenso e significativo in occasione dell’iniziativa promossa dall’Ufficio Politiche Sociali del Comune di Casavatore contro la Violenza sulle Donne”, ha precisato il primo cittadino Celaj.

Un evento che ha saputo unire emozione, riflessione e grande partecipazione civica. Un ringraziamento speciale va a Rosa Rocco, figlia di Lucia Caiazza, per la sua testimonianza profonda, sincera e carica di umanità. Le sue parole hanno toccato il cuore di tutti e rappresentano un monito potente contro ogni forma di violenza.

Un momento della manifestazione
Un momento della manifestazione

Grazie a tutti i relatori, alle operatrici del Centro Antiviolenza, alle assistenti sociali e soprattutto all’instancabile Ufficio delle Politiche Sociali del Comune di Casavatore per il grande lavoro organizzativo e il costante impegno al fianco delle donne.

Continuiamo a costruire una comunità più consapevole, più unita e più giusta. Casavatore dice NO alla violenza, sempre”. Presenti in sala il comandante della locale stazione dei carabinieri Marco Puledda, quello della Polizia locale Francesco Perrella e il parroco Don Simone Buonocore. Nutrita anche la presenza di consiglieri comunali tra cui Giuseppe Marco De Rosa, Maria Marino, Giovanni russo e il presidente del Consiglio Alessandro Sorrentino.

P.B.

Maxi-truffa da 2,7 miliardi sull’Ecobonus: 14 misure cautelari tra Avellino e Napoli

Un giro d’affari illecito da oltre 2,7 miliardi di euro, crediti fiscali fittizi per 1,6 miliardi e denaro riciclato attraverso una rete di società di comodo e “prestanome”.

È il cuore dell’inchiesta che questa mattina ha portato la Guardia di Finanza di Napoli e Avellino a eseguire 14 misure cautelari — quattro in carcere, sette ai domiciliari e tre misure interdittive e di obbligo di presentazione — su disposizione del GIP del Tribunale di Avellino.

Secondo la Procura irpina, il gruppo avrebbe messo in piedi un sofisticato meccanismo criminale per ottenere indebitamente i contributi legati all’Ecobonus e agli altri bonus edilizi, presentando lavori mai eseguiti, riferiti a immobili inesistenti o intestati a soggetti ignari, deceduti o addirittura senza fissa dimora.

Il sistema: immobili fantasma, fatture inesistenti e crediti ceduti a catena

Le indagini, avviate grazie anche alle analisi di rischio dell’Agenzia delle Entrate, hanno permesso di delineare un quadro considerato “gravemente indiziario”: un’associazione per delinquere in cui figurano imprenditori, commercialisti, prestanome e tecnici compiacenti.

Il metodo, ricostruito grazie al sequestro di dispositivi informatici, era collaudato:

società intestate a prestanome venivano usate per simulare lavori di riqualificazione energetica;

venivano trasmesse comunicazioni all’Agenzia delle Entrate per ottenere crediti fiscali da lavori mai effettuati;

i crediti, una volta generati, venivano ceduti attraverso una fitta rete di passaggi, spesso tra gli stessi soggetti che si scambiavano i ruoli di cedente e cessionario;

le somme ottenute venivano poi riciclate e trasferite su conti in Italia e all’estero.

L’ammontare complessivo è impressionante:

2.771.037.936 € di spese fittizie dichiarate;

1.654.786.540 € di crediti fiscali generati;

90.111.044 € ceduti a terzi;

17.545.366 € di debiti fiscali compensati con crediti inesistenti.

Tra le anomalie riscontrate dagli investigatori figurano l’assenza di fatture, la presenza di operatori economici “evanescenti”, dati catastali falsi e il coinvolgimento di persone con precedenti penali.

Già nel marzo 2023, per impedire la monetizzazione dei crediti ancora attivi, era stato eseguito un primo sequestro preventivo d’urgenza. Un secondo provvedimento, del settembre 2025, ha invece mirato a bloccare somme pari a 13,7 milioni di euro, già confluite su conti esteri.

Il 2025 nero dei bonus edilizi: le altre maxi truffe scoperte in Campania

L’inchiesta di Avellino si inserisce in un quadro regionale che nel 2025 ha visto crescere in modo esponenziale i tentativi di frode sui bonus edilizi. Solo in Campania, tra gennaio e ottobre, la Guardia di Finanza ha smantellato almeno cinque grandi sistemi truffaldini, con un valore complessivo di crediti falsi superiore ai 3,5 miliardi.

1. Napoli, aprile 2025 – La rete dei “cantieri fantasma”

Scoperto un cartello di imprese che dichiarava ristrutturazioni in condomìni inesistenti, per un totale di 410 milioni di euro di crediti fittizi. Coinvolti tecnici abilitati che certificavano lavori mai eseguiti.

2. Caserta, maggio 2025 – Bonus su immobili sequestrati alla camorra

Truffa particolarmente sofisticata: venivano richiesti incentivi per lavori in realtà impossibili da effettuare perché gli immobili erano sotto sequestro antimafia. Valore dei crediti falsi: 120 milioni. Indagati anche due notai.

3. Benevento, giugno 2025 – Il commercialista dei bonus d’oro

Un professionista avrebbe creato un circuito di ditte “usa e getta” per generare circa 95 milioni di crediti, poi ceduti a una rete nazionale. Sequestrati asset per 14 milioni.

4. Salerno, luglio 2025 – La frode dei condomini “clone”

Duplicati informatici di edifici reali, con dati catastali alterati per produrre lavori duplicati: 265 milioni di crediti sequestrati.

5. Napoli Nord, settembre 2025 – Il maxi-riciclaggio dei bonus

Una struttura simile a quella scoperta ad Avellino, con prestanome reclutati tra persone indigenti e nullatenenti. Crediti inesistenti per 570 milioni.

Il protocollo anti-frode e l’impatto nazionale

L’indagine di Avellino è frutto del protocollo siglato tra Procura, Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate, uno dei più avanzati in Italia per contrastare le frodi sugli incentivi fiscali. L’obiettivo è impedire che fondi nati per rilanciare economia ed edilizia si trasformino in un bancomat per organizzazioni criminali, incluse — secondo altre inchieste parallele — realtà legate alla camorra.

Il fenomeno, spiegano gli investigatori, “rappresenta uno dei più gravi attacchi al sistema fiscale degli ultimi decenni”. E i numeri del 2025 lo confermano: più crediti fittizi sequestrati che lavori effettivamente eseguiti.

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