I RETROSCENA DEL BLITZ

I signori del pizzo nella «terra di mezzo»: il nuove asse della camorra tra Melito e Casavatore

L'ordinanza cautelare svela i retroscena di una tentata estorsione ai danni di due fratelli imprenditori : dalle pressioni silenti di Elpidio Patricelli , genero del boss Ferone e già sospettato come "specchiettista" nel delitto Casone
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Casavatore – C’è un momento preciso in cui la pretesa criminale si spoglia della sua natura “larvata” per farsi violenza feroce, pubblica, ostentata. Quel momento, a Casavatore, si consuma alle 14:30 di un martedì apparentemente come tanti, il 28 aprile 2026. Teatro della scena non è un vicolo buio o un casolare abbandonato della periferia degradata, ma Piazza Gaspare di Nocera, lo spazio antistante la sede del Comune. Lì, sotto le finestre del potere cittadino e davanti agli occhi elettronici delle telecamere municipali , la camorra decide di mostrare chi comanda davvero sul territorio.

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L’ordinanza di custodia cautelare in carcere, firmata dalla gip del Tribunale di Napoli Gabriella Logozzo su richiesta della DDA , squarcia il velo su mesi di assedio subiti da due fratelli,  noti costruttori edili della zona. Una storia che riassume l’intera grammatica del metodo mafioso contemporaneo : la richiesta per “le famiglie dei carcerati” , la tecnologia usata per accorciare le distanze del comando e, infine, le mani addosso a chi prova a dire di no.

L’ombra del passato: Elpidio Patricelli e il fantasma dell’omicidio Casone

Per capire lo spessore dell’inchiesta condotta sul campo dai Carabinieri della Compagnia di Casoria, occorre partire dai profili dei protagonisti. Il primo a muoversi, fin dal gennaio 2026, è Elpidio Patricelli, trentacinquenne noto negli ambienti criminali come ‘o gemello. Patricelli non è un estorsore qualunque. Il suo è un nome pesante, legato a doppio filo alle dinamiche familiari e di sangue della mala locale. È infatti il genero del boss Ernesto Ferone, storico capoclan di quel gruppo federato che per anni ha gestito i traffici illeciti a Casavatore.

Ma c’è un’ombra ancora più cupa che grava sul passato di Patricelli: il suo presunto coinvolgimento, in qualità di “specchiettista”, nel clamoroso omicidio di Ciro Casone, il ras della faida di camorra trucidato all’interno di un centro estetico proprio a Casavatore.

Fare lo “specchiettista”, nel codice di morte dei clan, significa essere gli occhi dei killer: individuare la vittima, seguirne i movimenti, segnalare il momento esatto in cui entrare in azione per fare fuoco. Un ruolo di massima fiducia che solo i soggetti pienamente inseriti nell’organigramma militare della consorteria possono ricoprire. Ed è con questo bagaglio di credibilità criminale e contiguità associativa che Patricelli si presenta al cantiere dei due fratelli imprenditori.

La strategia della “messa a posto” e la pretesa dell’Audi RS3

Il primo approccio avviene a inizio anno. Patricelli arriva sul cantiere con l’atteggiamento tipico di chi riscuote una tassa dovuta: “Dovete mettervi a posto con gli amici di Casavatore, serve denaro per i carcerati”. Gli imprenditori provano a resistere, a prendere tempo, a girarsi dall’altra parte. Ma a febbraio ‘o gemello torna alla carica, stringendo la morsa psicologica: “Non vi siete comportati bene nei confronti della famiglia”.

Quando i contanti tardano ad arrivare, la richiesta cambia natura e diventa ancora più odiosa. Il clan mette gli occhi su un simbolo, un bene mobile di lusso di proprietà di uno dei due fratelli: un’Audi RS3, un bolide che per i camorristi non è solo un valore economico, ma uno status symbol da esibire sul territorio. Se non ci sono i soldi, la “famiglia” esige l’auto.

Il summit virtuale: la videochiamata con il reggente di Melito

A marzo l’estorsione fa un salto di qualità tecnologico e strutturale. Durante un incontro ravvicinato, Patricelli estrae lo smartphone e avvia una videochiamata in modalità vivavoce. Sullo schermo compare il volto di un uomo. Uno dei fratelli guarda il display e gela : riconosce immediatamente Lino Caiazza, 42 anni, residente nel rione Salicelle di Afragola, figlio di Pietro detto ‘zi Pierino’.

Caiazza, considerato dagli inquirenti il reggente per il territorio di Melito di Napoli , non si sporca le mani in strada, ma usa la sua autorità virtuale per legittimare la pretesa. Dallo smartphone ordina perentorio a Patricelli di farsi consegnare immediatamente le chiavi della vettura tedesca.

È la prova formale del concorso e del coordinamento tra diverse frange della criminalità organizzata dell’area nord. Poco dopo, a fine marzo, scatta la vera e propria “convocazione” forzata: le vittime vengono fatte convogliare in un edificio in via San Pietro n. 52. Lì ad attenderle, oltre a Patricelli e due soggetti non identificati , c’è il pezzo da novanta della spedizione: Vincenzo Pagano, alias ‘sce sce’, fratello di Cesare Pagano uno dei fondatore del clan degli “scissionisti” degli Amato-Pagano.

Lo schiaffo e lo sputo davanti alle finestre del Municipio

Si arriva così al drammatico culmine del 28 aprile. Alle 11:30 del mattino, Patricelli avvicina a uno dei due fratelli nei pressi del Municipio : “Dopo portaci la macchina e ti faccio sapere dopo e quando”. Ma è tre ore più tardi, alle 14:30, che la scenografia del terrore si completa. Vincenzo Pagano intercetta entrambi i fratelli nella stessa piazza. ‘Sce sce’ vanta esplicitamente il proprio cognome e il legame genetico e criminale con i potenti Amato-Pagano, gli “scissionisti” signori assoluti del narcotraffico.

Pagano prima tenta la via dell’intimidazione “ambientale” : dice loro che quelle richieste arrivano da gente estremamente pericolosa della vicina Melito e che opporsi significa esporsi a ritorsioni gravissime. Davanti all’ennesimo, disperato rifiuto di cedere l’Audi, la maschera del mediatore mafioso cade. Pagano urla in mezzo alla piazza: “Adesso vieni con me, ci hai fatto un bo…ino, tu devi dare la macchina a questi qua”.

Subito dopo, la violenza fisica: Pagano colpisce uno dei due con un violento schiaffo in pieno volto e gli sputa in faccia. Le vittime, paralizzate dal terrore e sottomesse a quella che la gip definirà una “pressione silente e sopraffattrice” , non reagiscono e cercano di allontanarsi a passi rapidi. Ma Pagano non è ancora soddisfatto. Insegue uno dei due e lo colpisce alle spalle con un violento calcio al fondoschiena , continuando a urlare tra i passanti: “Mi devi dare la macchina uomo di merda, la storia non finisce qua”.

La reazione dello Stato e l’omertà spezzata

L’episodio della piazza del Comune è così sfacciato che i Carabinieri di Casoria ne raccolgono subito gli echi informativi. Il giorno successivo, il 29 aprile, i fratelli vengono formalmente convocati in caserma. Entrano terrorizzati, agitati, chiusi nel mutismo tipico di chi sa che denunciare può costare la vita. Ma davanti alle domande precise degli inquirenti, l’omertà si incrina. I due costruttori edili verbalizzano tutto, raccontando l’inferno iniziato a gennaio.

I riscontri della polizia giudiziaria sono immediati e granitici. I militari acquisiscono i filmati della videosorveglianza comunale di Piazza Gaspare di Nocera. I fotogrammi stampati negli atti d’indagine non lasciano margini di dubbio : registrano perfettamente la sequenza, i volti, i movimenti e l’abbigliamento degli aggressori alle ore 14:30 di quel 28 aprile.

Nonostante sapessero di essere ormai nel mirino, gli indagati non si fermano. Il 4 maggio, Vincenzo Pagano compie l’ultimo atto intimidatorio: intercetta le vittime nei pressi del loro cantiere in via Palizzi , inchioda bruscamente con la sua vettura a pochi centimetri da loro e, con lo sguardo fisso, lancia l’ultimo monito: “Allora non avete capito cosa dovete fare”. Pochi giorni dopo, un emissario sconosciuto cercherà di chiudere la vicenda dicendo: “Ha detto lo zio Vincenzo sce sce che questa storia è finita qua e non vuole sapere più niente”. Ma era ormai troppo tardi. La macchina della giustizia si era messa in moto, traducendo i riscontri visivi e testimoniali nei tre ordini di custodia cautelare in carcere. Per i signori del pizzo di Casavatore, i cancelli del penitenziario si sono spalancati.

P.B.

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