Milano. Renato Vallanzasca, protagonista della mala milanese e condannato a 4 ergastoli e 296 anni di carcere, ha avuto un “cambiamento profondo”, “intellettuale ed emotivo”, “non potrebbe progredire con altra detenzione” e dunque si ritiene che “possa essere ammesso alla liberazione condizionale”, ossia possa concludere la pena fuori dal carcere in regime di libertà vigilata. Lo scrive l’equipe di osservazione e trattamento del carcere di Bollate in una relazione depositata dalla difesa al Tribunale di Sorveglianza che deve decidere sull’istanza di liberazione condizionale e la semilibertà avanzata dalla difesa del ‘Bel Renè’. Nel fascicolo al vaglio dei giudici del Tribunale di Sorveglianza c’è anche un rapporto disciplinare nei confronti della guardia penitenziaria che ebbe una discussione, lo scorso agosto, nel carcere di Bollate con Renato Vallanzasca, protagonista della mala milanese tra gli anni ’70 e ’80. La semilibertà gli era stata revocata nel 2014 dopo che era stato arrestato in un supermercato per rapina impropria di oggetti di poco valore. Durante un permesso premio era stato sorpreso da un vigilante dell’Esselunga di viale Umbria a Milano mentre avrebbe tentato di rubare due paia di boxer, delle cesoie e del concime per le piante per un valore di circa 70 euro. Episodio che gli è valso una condanna a 10 mesi per tentata rapina impropria e soprattutto il ritorno al regime carcerario. Nell’agosto del 2017, poi, Vallanzasca è tornato a far parlare di sè. Questa volta per l’aggressione di un agente a Bollate, nell’area colloqui, in presenza di altri detenuti e familiari. La direzione del carcere ha avviato accertamenti per ricostruire i fatti, un “alterco” più che vivace tra l’ex bandito della ‘ligera’, la mala milanese, e il poliziotto penitenziario. L’Osapp, sindacato degli agenti, aveva detto che il Bel Rene’ aveva “scagliato” una borsa piena sulla gamba del poliziotto penitenziario, che “per il trauma ha dovuto lasciare il servizio”, mentre tra i presenti ci sono stati “attimi di tensione”. E il segretario dell’Osapp, Leo Beneduci aveva colto l’occasione per segnalare “i limiti” di determinati “modelli ‘custodiali'” troppo “permissivi”. Il difensore di Vallanzasca, l’avvocato Davide Steccanella, oggi ha chiesto ai giudici di acquisire “copia del rapporto disciplinare” stilato dal carcere di Bollate su quell’episodio che inquadrerebbe in maniera del tutto diversa l’operato dell’agente. I giudici si sono riservati di decidere nei prossimi giorni se concedere o meno a Vallanzasca la misura alternativa al carcere. Vallanzasca è tornato in aula davanti ai giudici della Sorveglianza (udienza a porte chiuse) che, dopo l’acquisizione di questo nuovo documento a lui favorevole, dovranno decidere nei prossimi giorni. “Confido – ha spiegato l’avvocato Davide Steccanella – che il Tribunale accolga un’istanza che alla luce di quanto scrive il carcere di Bollate (in una relazione, ndr) appare del tutto legittima dopo mezzo secolo di carcere”.
La lite dell’agosto scorso tra Vallanzasca e un agente carcerario di Bollate è comunque ben lontana dalle sommosse di cui il ‘bel René’ è stato protagonista negli anni ’70-’80 e per le quali venne trasferito da un istituto all’altro. Nato nel 1950, due mogli, un’infinità di storie sentimentali vere o presunte, 4 ergastoli e 296 anni di reclusione, è diventato un personaggio per la sua ‘carriera’ criminale, l’amore per la bella vita e le belle donne. Ha 18 anni quando entra nel giro dei malavitosi del quartiere Comasina. A 22 il primo arresto per una rapina in un supermercato: condannato a 10 anni, fugge corrompendo un agente. Nel 1976 il salto di qualità, la lotta col clan di Turatello. Poi il sequestro di Emanuela Trapani, figlia di un imprenditore, e dell’imprenditore del legno Rino Balconi. Latitante, a ottobre uccide a un casello l’agente della polstrada Bruno Lucchesi. Pochi giorni dopo ammazza un medico, Umberto Premoli, pare per rubargli l’auto e continuare la fuga. Il 6 febbraio 1977 in una sparatoria a Dalmine vicino Bergamo, uccide due agenti della stradale: ferito ad una gamba viene arrestato nove giorni dopo. Nell’aprile 1980 tenta di evadere da San Vittore, poco tempo dopo partecipa alla rivolta nel carcere di Novara e uccide il detenuto Massimo Loi, facendone trovare la testa in una cella. Nel 1984 nuova mancata fuga da Spoleto. Ci riesce tre anni dopo a Genova con un’evasione rocambolesca dall’oblò della nave con cui stava per essere trasferito all’Asinara. La fuga dura alcune settimane. Ne tenterà un’altra nel 1995 da Novara. A partire dal 2010 più volte, non senza polemiche, ottiene l’ammissione al lavoro esterno, per poi rientrare in carcere nel 2014 dopo il tentativo di furto al supermercato.
Mala milanese, Vallanzasca chiede la libertà condizionale e la semilibertà: il ‘bel Renè torna in aula
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