

Fabio Vaccarono e Danilo iervolino
Napoli – Una fitta rete di pressioni, tentativi di condizionamento politico-istituzionale e manovre sul mondo dell’informazione per arginare la stretta del Governo sugli esami universitari a distanza. È questo il quadro delineato dalla Procura di Napoli che ha portato a un terremoto giudiziario di vastissime proporzioni nel settore della formazione telematica.
L’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore della Dda partenopea Henry John Woodcock, ipotizza a vario titolo il reato di corruzione tra privati e vede iscritte nel registro degli indagati ben 22 persone. Nel mirino degli inquirenti – che nelle scorse ore hanno fatto scattare perquisizioni a tappeto eseguite dalla Guardia di Finanza – ci sono i vertici del gruppo UniPegaso-Multiversity, ma la lista si allarga in modo clamoroso a esponenti di primo piano della comunicazione, editori e direttori di testate giornalistiche.
Tra gli indagati figurano il presidente del gruppo UniPegaso-Multiversity Fabio Domenico Vaccarono, l’amministratore delegato Francesco Durante, e altri manager apicali come Andrea Ferrante, Giampiero Mazza e l’ex dirigente Andrea Buonomo. Coinvolti anche i vertici di agenzie di pubbliche relazioni di primo piano, come Gianluca Comin e Gianluca Giansante di Comin & Partners, oltre ad amministratori delegati di concessionarie e colossi editoriali (tra cui Manzoni & C., Gedi, Rcs Media Group, Il Sole 24 Ore, Piemme e Seif) e direttori generali e giornalistici di importanti testate e agenzie.
Secondo l’ipotesi investigativa, il gruppo avrebbe tentato in ogni modo di fare pressioni sul ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, affinché prorogasse la disciplina “eccezionale” post-Covid che consentiva di svolgere gli esami universitari interamente a distanza. Un muro contro muro istituzionale che, nei piani degli indagati, sarebbe passato anche attraverso il condizionamento della stampa e dell’opinione pubblica.
Questo nuovo filone investigativo si inserisce in un quadro già fortemente compromesso per l’ateneo telematico. Le attuali attività della Guardia di Finanza, infatti, costituiscono il prolungamento naturale di quanto emerso lo scorso giugno con la discovery della prima tranche d’inchiesta sull’Università Pegaso.
Quel primo filone si concentrava sul sistema delle immatricolazioni – ritenute irregolari dalla magistratura per oltre 4.200 iscrizioni a corsi di laurea e post-laurea prive dei requisiti di legge – ideate e gestite nel periodo in cui la governance dell’università faceva capo a Danilo Iervolino, già patron della Salernitana.
Un’indagine che già contava circa quaranta indagati e che aveva fatto emergere pesanti zone d’ombra sulla gestione commerciale e accademica dei titoli di studio digitali.
La notizia ha immediatamente innescato un durissimo scontro nel dibattito politico nazionale.
Da un lato le opposizioni invocano interventi normativi drastici. La deputata di Alleanza Verdi e Sinistra, Elisabetta Piccolotti, ha definito quella di Napoli «l’ennesima inchiesta che dimostra l’urgenza di impedire che negli statuti delle università telematiche sia prevista la possibilità di avere scopo di lucro», annunciando un’immediata interrogazione parlamentare.
Sulla stessa lunghezza d’onda il Movimento 5 Stelle: per bocca del capogruppo in commissione Cultura alla Camera, Antonio Caso, i pentastellati chiedono al ministro Bernini di chiarire se il Governo intenda difendere «regole, controlli e standard di qualità uguali per tutti» o cedere a deroghe e tentativi di arretramento.
Di avviso diametralmente opposto il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, che affida a un commento tranchant la sua bocciatura dell’iniziativa giudiziaria, definendola «una follia assoluta» e affondando il colpo sul magistrato inquirente: «Per Woodcock non sarebbe certo una prima volta».
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