«La violenza sessuale è l’unico reato per il quale è la vittima a dover giustificare il proprio comportamento». È una denuncia netta quella della magistrata Paola Di Nicola Travaglini, intervenuta a Napoli durante il quarto incontro del corso di formazione «Riconoscere, prevenire e contrastare la violenza di genere», dedicato ai pregiudizi che ancora condizionano l’approccio alla violenza sessuale.
L’incontro si è svolto ieri nella Sala Arengario del Palazzo di Giustizia, nell’ambito dell’iniziativa promossa dall’Osservatorio distrettuale contro la violenza di genere, nato dalla collaborazione tra Procura generale, Corte d’Appello di Napoli e cooperativa sociale EVA.
«E questo non perché lo dispone il Codice penale, che anzi prevede che sia il comportamento dell’autore dello stupro a essere indagato. È come se chiedessimo alla persona che ha subito un furto o una rapina di spiegare come era vestito, perché si trovava in un certo luogo, perché non è scappato o non ha opposto resistenza», ha sottolineato Di Nicola Travaglini, autrice di testi sui pregiudizi di genere nel linguaggio giudiziario.
Il problema, ha evidenziato la magistrata, riguarda anche il modo in cui la credibilità delle vittime viene valutata nelle aule giudiziarie. «Nelle aule dei tribunali si tende a presumere il consenso della vittima di stupro, a dubitare della sua parola o a ritenere che menta. Così è la donna a dover provare ciò che ha subito. E questo nonostante pronunce della Cassazione, della Corte costituzionale e della Corte europea dei diritti dell’uomo».
Sono i cosiddetti «miti dello stupro», stereotipi culturali che possono influenzare la lettura dei fatti e spostare l’attenzione dal comportamento dell’autore alla condotta di chi ha subito la violenza.
Sul peso di questi meccanismi si è soffermata anche la psicologa napoletana Anna Maria Scapicchio, da anni impegnata nell’assistenza a minori vittime di violenza e maltrattamenti. «Questo corso di formazione sia già la testimonianza di come le cose stiano fortunatamente cambiando», ha osservato, richiamando però la necessità di riconoscere la dimensione di potere alla base della violenza sessuale.
«La possibilità di disporre completamente del corpo dell’altra persona, donna o bambina o bambino, di cui la violenza rappresenta la violazione», ha spiegato Scapicchio. La psicologa ha inoltre illustrato le conseguenze psicologiche che possono colpire le vittime, adulte e minorenni. «La violenza sessuale comprende tante pratiche diverse che non necessariamente lasciano segni sul corpo delle vittime, eppure il trauma è enorme e può causare depressione, disturbi dell’alimentazione, dipendenze».
Un passaggio centrale del confronto ha riguardato la prima accoglienza, fondamentale per evitare che chi denuncia sia costretto a rivivere il trauma durante gli accertamenti. «Per questo è fondamentale la prima accoglienza di una donna, una ragazza o un bambino che ha subito violenza sessuale», ha affermato la ginecologa Alessandra Kustermann, che nel 1996 ha fondato all’ospedale Mangiagalli di Milano il primo reparto multidisciplinare specializzato in questo ambito.
Kustermann ha illustrato le cautele necessarie per «raccogliere il racconto dei fatti senza ritraumatizzare la vittima». Le procedure per acquisire le prove, comprese quelle mediche, possono infatti risultare invasive: spiegare ogni passaggio e chiarirne le finalità consente alla persona di affrontare gli accertamenti con maggiore consapevolezza.
Sul tema è intervenuta anche Francesca Jannaccone, medico legale e dirigente medico dell’Aorn San Pio di Benevento, impegnata nella rete antiviolenza locale e al lavoro su un nuovo protocollo per il personale sanitario e di pronto soccorso. «L’accoglienza è già l’inizio della cura», ha sottolineato Jannaccone, ribadendo l’importanza di procedure rispettose della persona e attente al rischio di riattivare il trauma.
Lella Palladino, sociologa e fondatrice della cooperativa sociale EVA, che ha condotto l’incontro, ha richiamato infine le conseguenze di un approccio basato sul sospetto nei confronti di chi denuncia.
«Partire dal pregiudizio che una donna non stia dicendo la verità comporta l’attivazione di un iter invasivo e fortemente rivittimizzante, che solo in meno del 40 per cento dei casi rileva segni clinici della violenza subita, sia nelle donne sia nei bambini», ha ricordato.
In chiusura, Di Nicola Travaglini ha rivolto un appello ai professionisti presenti, sottolineando che la buona volontà individuale non è sufficiente senza una rete di sostegno specializzata. «La sensibilità individuale nell’accogliere una vittima di stupro non basta, inviatele ai centri antiviolenza. Il loro ruolo è fondamentale».



