Squallor, la musica libera che aveva capito tutto prima degli altri

Per molto tempo gli Squallor sono stati considerati soltanto una stranezza. Un gruppo irriverente, volgare, dissacrante, nato quasi per gioco e destinato a divertire un pubblico particolare. All’epoca, però, non era ancora chiaro cosa ci fosse davvero dietro quelle canzoni, quelle voci, quei testi apparentemente assurdi.

Dietro gli Squallor c’erano alcuni tra i protagonisti più importanti e straordinari della musica italiana: Alfredo Cerruti, Giancarlo Bigazzi, Daniele Pace e Totò Savio. Autori, musicisti, arrangiatori e produttori capaci di scrivere melodie, costruire successi e comprendere perfettamente i meccanismi dello spettacolo. Proprio per questo, forse, decisero di fare qualcosa di completamente diverso.

Gli Squallor furono la loro zona franca. Uno spazio di libertà assoluta, nel quale potevano giocare con le parole, con il dialetto, con il doppio senso, con la satira e con tutte le contraddizioni della società italiana. Non c’era l’obbligo di essere eleganti, rassicuranti o presentabili. Non dovevano rispettare le regole della radio, della televisione o del buon costume. Potevano essere sguaiati, surreali, cattivi, geniali.

E proprio in questa libertà nacque una musica sorprendentemente moderna.

Gli Squallor non erano soltanto demenzialità. Erano teatro, cabaret, satira sociale e osservazione della realtà. Dentro quelle canzoni si trovavano personaggi grotteschi, uomini pieni di vizi, piccoli arrivisti, moralisti incoerenti, mariti infedeli, disperati, ignoranti e furbi. Un’umanità imperfetta, raccontata senza filtri e senza il bisogno di renderla migliore di ciò che era.

Il loro linguaggio poteva essere estremo, ma spesso centrava il bersaglio con una precisione impressionante. I testi parlavano di sesso, potere, denaro, ipocrisia, televisione, religione, famiglia e società. Lo facevano attraverso il paradosso e la provocazione, ma sotto la superficie comica c’era una conoscenza profonda dell’Italia e degli italiani.

Oggi molte di quelle canzoni appaiono ancora incredibilmente attuali. Sono cambiati i mezzi, sono cambiate le mode, è cambiato il modo di comunicare, ma sono rimasti gli stessi vizi: la voglia di apparire, l’opportunismo, la doppiezza, la ricerca del consenso e quella capacità tutta italiana di indignarsi in pubblico per poi comportarsi in privato in maniera completamente diversa.

Forse il tempo ha permesso di capire meglio il valore degli Squallor. Non erano un incidente curioso nella storia della musica italiana. Erano artisti dotati di una libertà creativa rara, capaci di trasformare il divertimento in una forma di analisi sociale.

Mentre molti cercavano di apparire seri, corretti e rispettabili, gli Squallor sceglievano di dire ciò che gli altri non potevano o non volevano dire. Lo facevano ridendo, esagerando, sporcando le parole e portandole fino al limite.

Ma proprio oltre quel limite riuscivano a vedere la realtà con maggiore chiarezza.

Gli Squallor sono diventati un riferimento perché hanno dimostrato che anche la musica più irriverente può contenere intelligenza, scrittura e memoria. E che, qualche volta, per raccontare davvero un Paese, bisogna avere il coraggio di smettere di fingere.

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Pubblicato da
Sebastiano Vangone
Tags: Squallor

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