La politica italiana tra Gli onorevoli di Totò e l’eterno vizio di portare acqua al proprio mulino

Ci sono film che non invecchiano mai. Cambiano i manifesti, i partiti, le parole d’ordine e perfino il modo di comunicare con gli elettori, ma certe dinamiche restano identiche. È il caso de Gli onorevoli, il film diretto da Sergio Corbucci e interpretato da Totò, Peppino De Filippo, Gino Cervi, Mario Castellani e altri grandi protagonisti della commedia italiana.

Guardandolo oggi, si ha la sensazione che Totò non stesse raccontando soltanto la politica del suo tempo. Stesse descrivendo, con largo anticipo, anche quella attuale.

Nel film, attraverso i diversi candidati e i loro schieramenti, vengono messi in scena i vizi dell’intera politica italiana: il trasformismo, le promesse elettorali, le contraddizioni ideologiche, il linguaggio costruito per confondere e la capacità di cambiare posizione a seconda della convenienza.

Non è una satira contro una sola parte. È una satira contro tutte le parti quando la politica smette di essere una visione e diventa soltanto uno strumento per arrivare da qualche parte.

Ognuno dei protagonisti sembra portare avanti un’idea, difendere un principio, rappresentare una parte del Paese. Ma sotto la superficie delle parole, degli slogan e delle dichiarazioni solenni, emerge la stessa aspirazione: ottenere il consenso, conquistare una posizione, proteggere il proprio spazio e portare acqua al proprio mulino.

È proprio questo il punto più amaro del film. La politica appare divisa su tutto, ma sorprendentemente unita quando si tratta di difendere i propri interessi.

Da allora sono cambiati i simboli, i nomi dei partiti e i mezzi di comunicazione. Un tempo c’erano i comizi nelle piazze, i manifesti sui muri e i volantini distribuiti agli angoli delle strade. Oggi ci sono i social network, i video brevi, le dirette, i post studiati per diventare virali e le dichiarazioni affidate a una frase da rilanciare nei telegiornali.

Ma il meccanismo, spesso, è rimasto lo stesso.

Si promette tutto a tutti. Si parla di popolo, di cambiamento, di giustizia, di rinnovamento. Poi, una volta conquistato il consenso, cominciano le eccezioni, le mediazioni, i distinguo e le giustificazioni. Quello che prima veniva presentato come un principio irrinunciabile diventa improvvisamente negoziabile.

La politica italiana sembra vivere dentro una contraddizione permanente. Da una parte proclama di voler cambiare tutto; dall’altra ha paura di cambiare davvero ciò che garantisce equilibri, privilegi e posizioni consolidate.

E così anche gli avversari più feroci, quelli che in campagna elettorale si descrivono come incompatibili, finiscono talvolta per assomigliarsi. Si combattono davanti alle telecamere, si accusano reciprocamente, si scambiano parole durissime. Ma quando entrano nei palazzi, spesso imparano la stessa grammatica del potere.

Totò, con la sua comicità, riusciva a mostrare l’assurdo senza bisogno di proclami. Bastava un gesto, una battuta, una promessa esagerata o una contraddizione evidente per raccontare un intero sistema.

Il grande merito de Gli onorevoli è proprio quello di non fermarsi alla caricatura del singolo politico. Il film racconta una malattia più profonda: la trasformazione della politica in una recita, nella quale ogni candidato interpreta il personaggio che pensa possa piacere di più agli elettori.

Il problema, però, non riguarda soltanto chi chiede voti. Riguarda anche chi quei voti li concede, spesso scegliendo non ciò in cui crede davvero, ma ciò che gli conviene in quel momento.

In questo senso, la commedia di Totò è meno innocente di quanto sembri. Fa ridere, ma mentre si ride costringe a riconoscersi. Nei politici che promettono, ma anche nei cittadini che pretendono una cosa e poi ne votano un’altra. In chi si indigna contro la corruzione, ma cerca la scorciatoia quando ne ha bisogno. In chi denuncia i privilegi, purché non siano i propri.

La politica, infatti, non è fatta soltanto dai palazzi. È anche lo specchio di una società. Se certi vizi resistono per decenni, è perché trovano un terreno fertile nell’opportunismo quotidiano, nella rassegnazione e nella convinzione che tanto “sono tutti uguali”.

Quella frase, apparentemente innocua, è forse una delle più pericolose. Perché quando si dice che sono tutti uguali, spesso si finisce per assolvere tutti. E se tutti sono colpevoli, nessuno lo è davvero.

Eppure non sono tutti uguali. Non lo erano nel film e non lo sono oggi. Esistono ancora persone che entrano nella politica per convinzione, che credono davvero in un’idea, in una comunità, in una battaglia. Persone che magari commettono errori, che non hanno la risposta a tutto, ma non considerano la politica una semplice carriera.

Sono proprio questi, forse, gli ingenui di cui ci si prende gioco più facilmente. Quelli che credono ancora nella politica dura e pura, nella coerenza, nella possibilità di difendere un principio anche quando conviene fare il contrario. In un sistema abituato al compromesso permanente, vengono spesso trattati come sprovveduti.

Eppure, alla fine, sono gli unici che hanno fatto la cosa giusta.

Perché la politica può essere compromesso, ma non può diventare soltanto convenienza. Può cercare il consenso, ma non può ridursi a una macchina per ottenere consenso. Può cambiare idea, ma non può cambiare idea ogni volta che cambia il vento.

Il vero insegnamento de Gli onorevoli non è che la politica faccia sempre schifo. È che la politica, quando perde il rapporto con la realtà e con la propria coscienza, diventa una farsa. Una farsa capace di far ridere, almeno finché le conseguenze delle sue decisioni non ricadono sulla vita delle persone.

Totò e gli altri protagonisti mettevano in scena i mostri, i vizi e le contraddizioni di tutta la politica. Non soltanto di una parte. Mostravano un mondo nel quale ognuno cercava di portare acqua al proprio mulino, mentre fuori dal palazzo gli elettori continuavano ad aspettare risposte.

A distanza di tanti anni, quelle scene ci fanno ancora sorridere. Ma è un sorriso amaro, perché riconosciamo in quella commedia qualcosa di terribilmente attuale.

Forse la differenza tra allora e oggi è soltanto questa: nel film le contraddizioni erano così evidenti da diventare comiche. Oggi, invece, vengono spesso presentate come normalità.

E in una politica nella quale tutto sembra poter essere giustificato, gli unici davvero fuori posto restano quelli che continuano a credere che la parola “politica” debba ancora significare servizio, responsabilità e coerenza.

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Pubblicato da
Sebastiano Vangone

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