

Operai Alta Velocità
Turni di lavoro fino a venti ore senza sosta, riposi azzerati, baracche infuocate ad agosto e paghe da fame. Al centro del sistema la “ARECO S.r.l.” e l’intermediario Ali Salah Ali Abdelati, detto “Salah”, impegnati a movimentare capitali illeciti verso l’Egitto attraverso fatture per operazioni inesistenti. Dalle carte dell’ordinanza della gip Federica Girardi emergono i dettagli di un’indagine che scuote le grandi opere del Paese.
Turni di dieci, dodici, quattordici, sedici e persino venti ore al giorno. Senza mai un giorno di festa, senza sosta. È il ritratto impietoso che emerge dalle carte dell’inchiesta coordinata dalla Procura di Napoli — con il sostituto procuratore Henry John Woodcock — sui cantieri dell’Alta velocità e dell’Alta capacità della tratta Napoli-Bari. Un sistema tentacolare che attraversa le province di Napoli, Avellino e Benevento, passando per i campi base dei consorzi “NACA V” di Afragola, “HIRPINIA AV” di Grottaminarda e “TELESE” di Torrecuso.
Al centro del meccanismo c’è la “ARECO S.r.l.”, società formalmente con sede a Portico di Caserta e riconducibile a Dante Salzillo e Raffaele Salzillo, e il ruolo chiave di un intermediario di origine egiziana, Ali Salah Ali Abdelati, noto come “Salah”.
Secondo l’ordinanza firmata dalla gip di Napoli Federica Girardi, i lavoratori extracomunitari venivano reclutati, impiegati e sfruttati approfittando della loro condizione di clandestinità e del loro disperato stato di bisogno. Lavoratori spesso privi di permesso di soggiorno, incapaci di parlare la lingua italiana e totalmente sprovvisti della minima formazione in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro.
Le voci dei protagonisti, catturate dalle cimici della Procura, restituiscono la crudeltà di una gestione disumana della manodopera. In una conversazione intercettata l’11 ottobre 2024 Dante Salzillo discute senza filtri con Antimo Lugubre del sistema messo in piedi: Antimo Lugubre: “Agli egiziani quanto gli dai, 12 euro?”
Dante Salzillo: “Con il caporalato… ma quello è un caporalato eh attenzione!… tu lo sai che gli egiziani hanno il caporalato?… notte e giorno fanno, il giorno in galleria e la notte là… la notte là dormono 3 o 4 ore ed escono di nuovo… mo’ per dire io li ho a Grottaminarda no, ne tengo 34 a Grottaminarda… notte e giorno fino a che non finiscono… uagliò sono incredibili… dobbiamo finire? Finiamo! 10, 12, 14, 16, 20 ore… sono ragazzi che comunque stanno sempre là, sempre a lavorare là, giornata di festa non esiste, cioè perché loro non hanno dimora, cioè quelli dormono nelle baracche pure il mese di agosto…”
Un sistema talmente estremo da spingere lo stesso interlocutore a commentare con cinismo: “È come se avesse i carcerati… le famiglie degli affiliati”. E la risposta di Salzillo chiarisce la centralità economica e logistica di quella manodopera per l’azienda: “Eh ma come fai a fare la fatica senza questi qua?”.
La gestione del personale era alienante anche sul piano contrattuale e della dignità umana.
In un’altra conversazione registrata il 7 gennaio 2026, Salzillo discute animatamente con l’intermediario Salah sulla gestione delle buste paga e dei compensi reali rispetto a quelli cartolari:
Dante Salzillo: “Salah senti ma sta persona che sta chiamando da Genova qua, come dobbiamo risolvere sto problema?… Io i soldi li do a te, io i soldi li do a te… a me non mi interessa. Sennò prendo la busta paga e la pago in busta paga alla gente sennò prendo la busta paga, metto … euro e quanto esce? Cinquecento euro? Cinquecento euro gli do… a me questa gente qua non mi interessa, non ci voglio avere rapporti sennò me li vado a prendere io gli italiani, hai capito? Mi vado a prendere gli italiani.”
Dante Salzillo (in un’altra telefonata a Salah): “Salah non te la devi venire a prendere con me, io i soldi li ho dati a te e tu li devi pagare a questi… la differenza te l’ho data a soldi, hai capito che l’ho data a soldi a te? Se la busta paga esce mille euro e quello deve prendere mille e cinque, io ti ho dato mille e cinque, ok?”
Il quadro si completa con le conversazioni sulla logistica degli alloggi. Il 13 marzo 2024, Dante Salzillo si rivolge a Ferdinando De Laurentiis per trovare un immobile da adibire a dormitorio per i lavoratori extracomunitari, arrivando a definire sprezzantemente i futuri operai con l’espressione: “Ci devo mettere dentro una decina di talebani”.
Il profitto illecito generato dallo sfruttamento della manodopera non serviva soltanto ad alimentare i margini dei cantieri, ma veniva reinvestito altrove. Le indagini della Procura hanno svelato un complesso piano volto al trasferimento di circa 300mila euro in Egitto, denaro destinato all’acquisto di proprietà immobiliari e persino di un centro commerciale intestato a Salah.
Nelle intercettazioni emerge chiaramente la portata degli investimenti esteri: “Se ti faccio vedere la villa di Salah in Egitto… Salah si è comprato un centro commerciale… Salah mi ha fatto vedere il bonifico che ha fatto… 300 mila euro la quota sua… Salah dà a campare pure i genitori di questi qua, perché gli mandano le persone…”.
Per trasferire il denaro all’estero eludendo i controlli, tra il 5 e il 26 settembre 2024, Dante Salzillo e lo stesso intermediario si erano rivolti a Domenico Di Lilla. Quest’ultimo aveva individuato una società cartiera con sede a Marcianise, la “NJF S.r.l.s.”, disposta a ricevere fatture per operazioni inesistenti in cambio di una commissione del 10%. Il piano prevedeva l’emissione di fatture per subappalti edili fittizi da parte della “GEOTEC WORK S.r.l.s.” di Sesto San Giovanni, con bonifici di acconto diretti a un conto aperto presso l’istituto di pagamento estero “Qonto” (marchio della banca francese “Olinda S.a.s.”).
Il disegno criminoso, tuttavia, si è infranto contro i controlli bancari: il 18 ottobre 2024 l’istituto di pagamento ha disposto la rescissione unilaterale del contratto dopo aver riscontrato anomalie e operazioni sospette, bloccando così il definitivo drenaggio dei capitali illeciti verso l’estero.
La gravità del quadro indiziario non si esaurisce nelle violazioni delle norme sul lavoro e nei reati fiscali. Nel capo d’imputazione formulato dalla Procura di Napoli compare l’pesante aggravante mafiosa: tutti i reati contestati – dal favoreggiamento dell’immigrazione clandestina allo sfruttamento aggravato del lavoro, fino al concorso in false fatturazioni – sarebbero stati commessi al fine di agevolare il clan Belforte.
Le indagini proseguono per accertare eventuali ulteriori responsabilità lungo la filiera dei subappalti che caratterizzano una delle infrastrutture strategiche più importanti del Mezzogiorno. Un’inchiesta che squarcia il velo su un sistema di illegalità diffusa, dove la modernità tecnologica dei binari dell’Alta velocità contrasta drammaticamente con le condizioni di baracche, ricatti e sopraffazioni vissute dai lavoratori invisibili nei cantieri.
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