

Nell'immagine, un dettaglio legato alla vicenda.
Dalla fuga da un convoglio diretto verso la Germania alla guerriglia in Jugoslavia, fino a un episodio destinato a perseguitarlo per tutta la vita. La storia raccontata da un reduce napoletano attraversa fame, guerra, amicizia e il crollo di ogni certezza davanti alla brutalità della sopravvivenza.
Ci sono storie della Seconda guerra mondiale che non sono finite nei libri. Non hanno fotografie celebri, documenti conservati nei musei o nomi incisi sulle lapidi.
Sono sopravvissute nella memoria di chi c’era.
Questa è una di quelle storie.
È il racconto di Matteo, un giovane soldato napoletano, diventato poi partigiano lontano dall’Italia, e di un episodio che avrebbe ricordato fino agli ultimi anni della sua vita.
Un episodio terribile e, allo stesso tempo, capace di raccontare meglio di molte pagine di storia cosa possa significare davvero vivere durante una guerra.
Matteo era stato fatto prigioniero dai tedeschi.
Come migliaia di militari italiani in quegli anni, venne caricato prima su un treno e successivamente trasferito su un camion.
La destinazione, secondo il suo racconto, era un campo in Germania.
Per molti di quegli uomini partire significava non sapere se sarebbero mai tornati.
Matteo era giovane.
E aveva paura.
Il convoglio attraversava le zone di confine tra l’Italia e quella che allora era la Jugoslavia, dirigendosi verso l’Austria e quindi verso la Germania.
A un certo punto il camion entrò in una lunghissima galleria.
Dentro era quasi completamente buio.
Ai lati della strada si trovavano persone sfollate dalla guerra: uomini, donne e bambini che avevano trasformato quel tunnel in un rifugio improvvisato. Dormivano su coperte, pagliericci e materassi sistemati contro le pareti.
Fu allora che accadde qualcosa.
Per pochi secondi i soldati tedeschi che sorvegliavano i prigionieri si distrassero.
Matteo non ragionò.
Saltò.
Cadde dal camion e corse verso il lato della galleria.
Le persone che si trovavano lì compresero immediatamente cosa stesse succedendo.
Nessuno fece domande.
Qualcuno lo afferrò.
Qualcun altro sollevò coperte e materassi.
In pochi istanti il giovane soldato napoletano scomparve sotto quel giaciglio improvvisato.
Il camion proseguì.
Matteo rimase immobile.
Probabilmente trattenne persino il respiro.
Quando fu certo che i tedeschi fossero ormai lontani capì di essere libero.
Ma solo relativamente.
Tornare immediatamente in Italia sarebbe stato troppo pericoloso.
Decise allora di dirigersi verso la Jugoslavia, dove in quegli anni molti italiani, militari sbandati e antifascisti avevano trovato rifugio o si erano uniti alle formazioni partigiane.
Fu lì che Matteo incontrò altri italiani.
Ragazzi come lui.
Soldati che avevano perso il proprio reparto, uomini che non potevano tornare a casa, giovani che semplicemente avevano deciso che, se dovevano rischiare la vita, almeno avrebbero provato a combattere chi occupava quei territori.
Cominciarono così le azioni di guerriglia.
Sabotaggi.
Spostamenti continui.
Piccoli attacchi contro le forze tedesche.
Secondo il racconto di Matteo, nei circa tre anni trascorsi in quelle terre attraversarono numerose località della costa e dell’entroterra jugoslavo: Dubrovnik, Zara, Fiume e molti altri centri.
Non erano eroi nel significato romantico che spesso attribuiamo oggi alla parola.
Erano ragazzi.
Matteo aveva il coraggio sufficiente per non riuscire a restare indifferente davanti a quello che vedeva.
E in guerra, qualche volta, basta questo per trasformare una persona normale in qualcosa di diverso.
Dopo mesi di spostamenti il gruppo raggiunse una zona relativamente tranquilla.
La popolazione locale accolse quei giovani italiani.
Non come soldati.
Quasi come figli.
Matteo e gli altri non volevano però essere semplicemente ospiti.
Aiutavano la popolazione.
Procuravano cibo.
Sorvegliavano la zona.
Davano una mano nei lavori quotidiani.
Quando necessario partecipavano alle azioni contro i tedeschi.
Matteo cominciò a frequentare in particolare la casa di un uomo molto rispettato nel paese, che lui ricordava con il nome di Marius Stanick.
Con quella famiglia nacque un rapporto profondissimo.
Matteo spesso dormiva nella loro stalla e trascorreva buona parte delle giornate insieme a loro.
In quella casa viveva anche un grande cane bianco, ricordato da Matteo come simile a un pastore maremmano.
Il cane aveva preso immediatamente simpatia per lui.
Quando Matteo usciva per una passeggiata, spesso lo seguiva.
E anche Matteo si era affezionato moltissimo a quell’animale.
Un giorno la guerra arrivò direttamente davanti alla casa.
Matteo sentì le urla di una ragazza.
Era la figlia di Marius.
Secondo il suo racconto, alcuni soldati tedeschi stavano tentando di violentarla.
Matteo prese il fucile.
Non aspettò.
Non calcolò le conseguenze.
Sparò.
I due militari furono uccisi.
La ragazza era salva.
Da quel momento, agli occhi della famiglia e degli abitanti di quel piccolo centro, Matteo diventò qualcosa di molto vicino a un eroe.
Marius decise che quel giovane napoletano doveva essere festeggiato.
La domenica successiva avrebbe organizzato un grande pranzo.
Matteo cercò di convincerlo a rinunciare.
Una festa poteva attirare attenzioni.
E attirare attenzioni, in quei tempi, significava attirare anche i tedeschi.
Marius però insistette.
Alla fine Matteo accettò.
Quando arrivò la domenica, Matteo notò qualcosa.
Il grande cane bianco non c’era.
Lo cercò con gli occhi.
Niente.
Pensò che fosse andato in giro.
Quel giorno però c’era molta confusione: persone che entravano e uscivano dalla casa, bottiglie, tavoli preparati alla meglio.
Non ebbe occasione di chiedere dove fosse finito.
Il pranzo cominciò.
Non era certo un banchetto nel significato che daremmo oggi alla parola.
Erano anni di guerra.
La fame era quotidiana.
Sul tavolo c’erano soprattutto verdure, qualche altra pietanza povera e parecchio vino.
Poi arrivò qualcosa di straordinario per quei tempi.
La carne.
Molti di loro non ne mangiavano da mesi.
La portarono a tavola quasi fosse un alimento preziosissimo.
Matteo ne prese un pezzo.
Lo assaggiò.
Qualcosa non gli convinceva.
Il sapore era strano.
Non riusciva a capire quale animale fosse.
Non gli piaceva particolarmente e così ne mangiò soltanto una piccola quantità.
Poi continuò a bere e a festeggiare insieme agli altri.
Alla fine del pranzo quasi tutti erano alticci.
Anche Matteo.
Marius gli disse che per quella notte non avrebbe dormito nella stalla.
Avevano preparato una stanza apposta per lui.
Fuori faceva freddo.
Quella camera, per gli standard di quegli anni e di quella famiglia, sembrava quasi lussuosa.
Matteo si sdraiò sul letto ancora vestito.
Era stanco.
Aveva bevuto.
Si addormentò immediatamente.
Quando aprì nuovamente gli occhi fuori era ormai sera.
Si mise seduto sul letto.
Poi guardò verso il pavimento.
Ai piedi del letto c’era un magnifico scendiletto bianco di pelliccia.
Matteo lo osservò per qualche secondo.
Era bello.
Morbidissimo.
E proprio per questo gli sembrò strano.
Conosceva bene le condizioni economiche della famiglia.
Marius non era certamente un uomo che poteva permettersi simili oggetti.
Matteo rimase incuriosito.
Si alzò e tornò nella stanza principale.
La famiglia era ancora lì.
Marius gli disse che poteva rimanere a vivere nella loro casa.
Ormai lo consideravano uno di loro.
E c’era anche un’altra ragione.
La ragazza che Matteo aveva salvato si era invaghita del giovane napoletano.
A Matteo quell’idea, raccontava sorridendo molti anni dopo, non dispiaceva affatto.
Fu allora che si ricordò del tappeto.
Chiese a Marius:
«Ma da dove hai preso quella bellissima pelliccia che hai messo nella mia stanza?»
La risposta arrivò con assoluta naturalezza.
«Mattio, è il cane.»
Matteo inizialmente non capì.
Marius spiegò.
Per festeggiarlo avevano sacrificato il cane.
La carne mangiata durante il pranzo era la sua carne.
La pelliccia era stata invece utilizzata per realizzare lo scendiletto e aiutare Matteo a proteggersi dal freddo.
Per quella famiglia era stato un dono.
Forse uno dei più importanti che potessero offrirgli in quel momento.
Per Matteo fu uno shock.
Quel giovane napoletano non aveva mai mangiato carne di cane.
Ma soprattutto non avrebbe mai immaginato di poter mangiare proprio quell’animale con cui aveva trascorso mesi.
Il cane che gli correva accanto.
Quello che lo accompagnava quando usciva.
Quello che lo aspettava davanti alla casa.
Matteo sentì lo stomaco chiudersi.
Poi gli girò la testa.
E svenne.
Quando si riprese dovette confrontarsi con una realtà che la guerra gli aveva già mostrato molte volte ma che quella sera assunse improvvisamente un significato diverso.
La fame cambia le persone.
E la guerra cambia persino ciò che consideriamo normale, accettabile o impossibile.
Per Marius e la sua famiglia quel cane rappresentava carne sufficiente per preparare un pranzo che altrimenti non sarebbe mai esistito.
Avevano rinunciato a qualcosa di prezioso per onorare l’uomo che aveva salvato la loro figlia.
Matteo poteva essere sconvolto.
Ma comprese anche che non c’era stata crudeltà gratuita in quel gesto.
C’era la guerra.
C’era la fame.
C’era un mondo nel quale qualsiasi cosa possedesse un valore poteva diventare necessaria per sopravvivere.
Matteo non abbandonò quella famiglia.
Al contrario.
Rimase con loro ancora a lungo.
Quella casa diventò progressivamente anche una sorta di base per gli italiani che combattevano contro i tedeschi.
Lì si incontravano.
Organizzavano le azioni.
Mangiavano quando qualcosa da mangiare esisteva.
Dormivano.
Ripartivano.
Marius continuò a trattare Matteo come un figlio.
E Matteo continuò a considerare quella famiglia come una seconda famiglia, nata nel luogo e nel momento più improbabili possibili.
Poi arrivò il giorno di andare via.
La guerra stava cambiando.
Matteo voleva provare a tornare in Italia.
Salutare quelle persone fu doloroso.
Aveva condiviso con loro paura, fame, morte, amicizia e speranza.
Portava però con sé anche il ricordo di quella domenica.
Un ricordo che non sarebbe mai più scomparso.
Anni dopo la guerra era finita.
Matteo era tornato a una vita normale.
Le tavole erano nuovamente piene.
La carne poteva essere comprata dal macellaio.
Non esistevano più convogli tedeschi, fughe nelle gallerie o notti trascorse nelle stalle per evitare di essere catturati.
Ma qualcosa di quella guerra era rimasto dentro di lui.
Ogni volta che gli veniva servita della carne Matteo la osservava.
La controllava.
A volte chiedeva perfino da dove provenisse.
Voleva sapere che animale fosse.
Voleva essere certo.
Era diventato quasi un rito.
Un’abitudine apparentemente incomprensibile per chi non conosceva la sua storia.
Dietro quel gesto c’era invece un giovane soldato napoletano, una casa sperduta nella Jugoslavia occupata, un cane bianco e una domenica di guerra.
Forse è proprio questo che rendono preziose le testimonianze dei reduci.
Perché la storia racconta le battaglie, i governi, le divisioni e le date.
Ma la memoria degli uomini racconta qualcos’altro.
Racconta cosa significa avere fame.
Avere paura.
Scappare.
Uccidere per salvare qualcuno.
Affezionarsi a persone incontrate dall’altra parte dell’Europa.
E scoprire, nel modo più traumatico possibile, che durante una guerra persino le convinzioni che sembravano più profonde possono essere travolte dalla necessità di sopravvivere.
Matteo tornò dalla guerra.
Ma, come accadde a moltissimi uomini della sua generazione, una parte della guerra tornò insieme a lui.
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