La trappola mediatica di Vannacci: provocare, aspettare la reazione e conquistare la scena

C’è un errore che il mondo dell’informazione continua a commettere quando Roberto Vannacci pronuncia una delle sue frasi destinate a dividere: discutere soltanto della frase. Perché, osservando il modo in cui comunica l’ex generale, il punto forse non è soltanto che cosa dice, ma soprattutto che cosa succede dopo che lo ha detto.

L’ultimo episodio è arrivato il 22 settembre. Intervistato a Start su Sky TG24 e chiamato a intervenire sulle polemiche nate dalle precedenti dichiarazioni di Antonio Tajani, Vannacci ha risposto: «Tra una donna con la gonna lunga e una donna con la gonna corta, io una donna la preferisco sempre senza gonna».

La frase ha immediatamente prodotto titoli, reazioni e polemiche. Ed è proprio qui che comincia la parte più interessante.

Una frase costruita per vivere dopo essere stata pronunciata

Si può trovare la battuta volgare, fuori luogo, sessista oppure semplicemente di cattivo gusto. È una valutazione che appartiene a chi ascolta. Ma dal punto di vista strettamente comunicativo presenta una caratteristica precisa: è cortissima, comprensibile senza contesto, facilmente trasformabile in titolo e abbastanza ambigua da permettere discussioni praticamente infinite.

Se si prendono isolatamente le parole, non viene formulata una teoria politica sulle donne. Non viene espresso neppure un giudizio articolato. Tutto passa attraverso l’insinuazione e il sottinteso.

È ciò che non viene detto esplicitamente a provocare la reazione.

E proprio perché il significato rimane sospeso tra battuta, allusione e provocazione, chi reagisce è costretto a completare quella frase, interpretarla, spiegarla, condannarla o difenderla.

Nel frattempo, però, sta già parlando di Vannacci.

La provocazione funziona soltanto se qualcuno la raccoglie

È qui che giornali, televisioni, commentatori e avversari politici dovrebbero probabilmente interrogarsi sul proprio ruolo.

Una provocazione mediatica ha bisogno di due soggetti: chi la lancia e chi decide di amplificarla.

Se una battuta produce decine di articoli, servizi televisivi, post, dichiarazioni politiche e contro-dichiarazioni, il risultato oggettivo è che quella persona conquista per ore il centro della conversazione pubblica.

Questo non significa che le dichiarazioni di un politico non vadano raccontate o criticate. Significa però distinguere tra informare su una dichiarazione e trasformarla involontariamente nell’argomento dominante della giornata.

Con Vannacci questa distinzione diventa particolarmente importante.

Perché esiste anche un modo differente di neutralizzare una provocazione: non necessariamente indignarsi per ore, ma sottrarle drammaticità.

Alla frase sulle donne senza gonna, per esempio, sarebbe potuta bastare una contro-battuta:

«Se a Vannacci piacciono le donne senza gonna, evidentemente preferisce quelle in jeans».

Una risposta altrettanto provocatoria, ma con un effetto completamente diverso: togliere alla frase il terreno sul quale può crescere.

L’ironia può essere una forma di contrasto comunicativo molto più efficace dell’indignazione quando il messaggio iniziale vive precisamente della reazione indignata.

Il paradosso dei giornalisti che amplificano ciò che contestano

Ed è qui che nasce una domanda forse ancora più interessante.

Possibile che giornalisti esperti, direttori, opinionisti e professionisti della comunicazione non abbiano compreso questo meccanismo?

Perché a rilanciare maggiormente le provocazioni di Vannacci non sono soltanto i suoi sostenitori. Molto spesso sono proprio commentatori, testate e analisti apertamente critici nei suoi confronti.

Lo contestano, lo attaccano, ne smontano le parole, ne denunciano il linguaggio. Ma nel farlo riportano integralmente la frase, la trasformano in titolo, la rilanciano sui social, organizzano dibattiti televisivi e chiedono reazioni ad altri politici.

Il risultato è paradossale: chi vuole ridurre l’efficacia di quella comunicazione finisce talvolta per diventarne il principale moltiplicatore.

Ed è legittimo allora chiedersi perché accada.

Davvero professionisti che lavorano da decenni nell’informazione non riconoscono il meccanismo?

Davvero esperti di comunicazione politica non vedono che una provocazione vive soprattutto della quantità di reazioni che riesce a produrre?

Oppure il problema è che il sistema mediatico contemporaneo ha regole che rendono quasi inevitabile amplificarla?

Una frase divisiva genera clic.

Genera commenti.

Genera condivisioni.

Genera repliche.

Produce materiale per televisioni, siti, radio e social network.

E quindi può verificarsi una situazione ancora più complessa: il giornalista può comprendere perfettamente il meccanismo comunicativo di Vannacci e, nello stesso tempo, lavorare all’interno di un sistema che premia esattamente quel genere di contenuto.

È una distinzione importante.

Non è necessario immaginare che i giornalisti “cadano ingenuamente nella trappola”.

Potrebbero anche riconoscerla benissimo.

Il problema è che quella trappola produce attenzione, e l’attenzione oggi è una delle principali monete dell’informazione.

Se hai capito il gioco, perché continui a giocarlo?

La domanda diventa quindi ancora più scomoda.

Se un giornalista ritiene che Vannacci utilizzi deliberatamente la provocazione per conquistare spazio mediatico, perché dedica alla provocazione cinque articoli, tre post sui social e un dibattito televisivo?

Se un esperto di comunicazione sostiene che quella frase è stata costruita per diventare virale, perché contribuisce personalmente a renderla virale?

Naturalmente la risposta non può essere semplicemente: “bisogna ignorarlo”.

Un personaggio politico eletto, con un seguito consistente e un ruolo pubblico, deve essere raccontato.

Ma raccontarlo non significa necessariamente accettare il terreno comunicativo che lui propone.

Il giornalismo potrebbe riportare la frase una volta, contestualizzarla e immediatamente spostare l’attenzione sulle conseguenze politiche, sulle proposte concrete, sui numeri, sui programmi.

Invece troppo spesso accade il contrario.

La provocazione diventa la notizia.

La reazione alla provocazione diventa una seconda notizia.

La replica di Vannacci alle reazioni diventa una terza notizia.

Poi arriva la controreplica.

Ed ecco che una frase di pochi secondi occupa il dibattito per ventiquattro o quarantotto ore.

A quel punto chi ha ottenuto il risultato comunicativo?

Il vero prodotto è l’attenzione

Nella comunicazione politica contemporanea l’attenzione è una risorsa.

Una dichiarazione moderata e articolata difficilmente diventa virale. Una frase che divide, invece, produce immediatamente due schieramenti.

Da un lato quelli che dicono: «È inaccettabile».

Dall’altro quelli che rispondono: «Non si può più dire nulla».

A quel punto la persona che ha pronunciato la frase occupa contemporaneamente entrambi gli spazi.

I detrattori ne diffondono il nome per criticarlo.

I sostenitori ne diffondono il nome per difenderlo.

Persino chi non aveva ascoltato l’intervista originale finisce per conoscerne le parole.

È il vecchio principio della notorietà applicato all’ecosistema dei social network: una polemica può produrre una quantità di esposizione che una normale campagna pubblicitaria difficilmente potrebbe comprare.

Non sappiamo, naturalmente, quanto ogni singola frase di Vannacci sia pianificata in anticipo. Ma possiamo osservare il risultato comunicativo: molte sue uscite diventano immediatamente notizie autonome.

Il problema di considerarlo semplicemente un politico come gli altri

C’è poi un secondo elemento che merita maggiore attenzione.

Roberto Vannacci non arriva alla politica da una lunga carriera di partito.

Arriva dalle Forze Armate.

È stato generale di divisione, ha ricoperto incarichi operativi e di comando e successivamente è entrato nella politica elettiva.

Questo dato biografico non permette automaticamente di dedurre quale sarebbe il suo comportamento qualora raggiungesse incarichi di governo.

Sarebbe una semplificazione.

Ma ignorarlo sarebbe altrettanto superficiale.

La formazione militare conta, ma non basta per prevedere la politica

Un ufficiale superiore trascorre buona parte della propria carriera all’interno di organizzazioni nelle quali esistono gerarchie definite, obiettivi operativi, pianificazione, valutazione del rischio e responsabilità di comando.

La politica democratica funziona invece attraverso meccanismi profondamente diversi: mediazione, Parlamento, maggioranze, compromessi, istituzioni di garanzia, norme costituzionali e consenso.

La questione interessante non è dunque immaginare automaticamente un generale che trasferisce gli ordini militari dentro Palazzo Chigi.

È chiedersi qualcosa di più concreto:

quanto della cultura strategica e del metodo maturato durante una lunga carriera militare Vannacci abbia portato nella propria attività politica e comunicativa.

È una domanda diversa.

E forse più utile.

Una comunicazione che sembra ragionare per obiettivi

Osservando il fenomeno dall’esterno, alcune dinamiche possono ricordare una logica strategica.

Si individua un terreno.

Si compie una mossa.

Si osserva la risposta.

Si sfrutta la reazione dell’avversario.

Nella comunicazione questo significa che persino la critica può diventare utile.

Se cento persone attaccano una dichiarazione, quelle cento persone contribuiscono contemporaneamente a distribuirla.

È uno dei paradossi dei social network: l’avversario può diventare inconsapevolmente il principale amplificatore del messaggio che vuole contrastare.

Per questo limitarsi a definire Vannacci un politico che «parla alla pancia degli italiani» rischia di essere una spiegazione incompleta.

Può certamente esserci una componente populista nel linguaggio e nei temi utilizzati. Ma per comprenderne la comunicazione bisogna studiare anche la struttura attraverso cui quella comunicazione ottiene visibilità.

La domanda dovrebbe essere: chi sta usando chi?

Quando esplode una polemica intorno a una frase di Vannacci, giornali e televisioni pensano naturalmente di raccontare Vannacci.

Ma vale la pena chiedersi anche il contrario.

È Vannacci che sta utilizzando quella macchina mediatica?

Oppure sono semplicemente i media che stanno svolgendo il proprio compito davanti a dichiarazioni considerate notiziabili?

Probabilmente le due dinamiche possono convivere.

Ed è precisamente questo che rende il fenomeno interessante.

Una dichiarazione provocatoria soddisfa perfettamente i criteri dell’informazione contemporanea: è breve, divisiva, immediatamente comprensibile e genera reazioni.

Di conseguenza viene premiata prima dai media tradizionali e poi dagli algoritmi.

La trappola dell’indignazione permanente

Il risultato finale è un cortocircuito.

Chi considera Vannacci politicamente lontano dalle proprie idee reagisce duramente alle sue parole per contrastarlo.

Ma quella stessa reazione può contribuire ad aumentarne l’esposizione.

Naturalmente questo non significa che giornalisti o cittadini debbano smettere di criticare dichiarazioni che ritengono sbagliate.

Significa semmai scegliere come farlo.

Contestare nel merito una proposta politica è diverso dal dedicare un’intera giornata a una battuta.

Analizzare un programma è diverso dal trasformare ogni provocazione in un caso nazionale.

Ed è qui che la comunicazione politica contemporanea mostra uno dei propri punti deboli: spesso discutiamo esattamente dell’argomento che qualcun altro ha scelto per noi.

Forse la vera contromossa è cambiare terreno

La comunicazione di Vannacci merita quindi di essere osservata senza sottovalutarla ma anche senza attribuirle poteri quasi magici.

Una provocazione non domina da sola il dibattito.

Diventa dominante quando migliaia di persone decidono di rilanciarla.

Per questo la risposta più efficace, qualche volta, potrebbe essere estremamente semplice.

Una battuta.

Un sorriso.

Una contro-provocazione.

Poi una domanda sulle pensioni, sull’economia, sull’Europa, sulla sanità, sull’immigrazione o sulla politica estera.

Insomma, costringere il politico ad abbandonare il terreno della frase costruita per diventare virale e portarlo su quello nel quale bisogna spiegare concretamente che cosa vuole fare.

Perché una provocazione può essere un’arma comunicativa formidabile.

Ma, come tutte le trappole, funziona soprattutto quando qualcuno decide di entrarci.

E forse il paradosso più grande è proprio questo: chi conosce meglio i meccanismi della comunicazione dovrebbe essere il primo a riconoscere la trappola. E invece, troppo spesso, è proprio chi dovrebbe saperla evitare a darle la maggiore risonanza.

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Pubblicato da
Sebastiano Vangone

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