

Nell'immagine, un dettaglio legato alla vicenda.
Nessuno spazzolino, nessun collutorio, quasi nessuna carie. L’esame radiologico dei calchi delle vittime del 79 d.C. ha raccontato sull’alimentazione degli antichi più di quanto abbiano fatto certe anfore. E ha riaperto una domanda vecchia di duemila anni: che si faceva, allora, quando un dente si perdeva sul serio?
Nell’autunno del 2015, in un locale attrezzato accanto all’Anfiteatro degli Scavi, sono arrivati un tubo radiogeno e un lettino scorrevole. I pazienti erano i più anziani mai passati sotto una tomografia: i calchi in gesso delle vittime dell’eruzione del 79 d.C., appena usciti dal laboratorio di restauro. Il gesso colato nelle cavità della cenere a partire dall’intuizione di Giuseppe Fiorelli ha una densità molto simile a quella dell’osso, e per capire cosa ci fosse davvero dentro serviva una TAC multistrato, come spiegò l’allora soprintendente Massimo Osanna.
Arcate complete, carie quasi assenti
Sullo schermo comparivano dentature integre, con tutti gli elementi al loro posto, ottavi compresi. Elisa Vanacore, l’odontoiatra dell’équipe, ha spiegato che di carie si trovavano pochissime tracce: segno di un’alimentazione ricca di frutta e verdura e con pochissimi zuccheri.
Il dettaglio ha una sua logica spietata. Lo zucchero raffinato non esisteva, e l’unico dolcificante disponibile era il miele, costoso e centellinato. Il resto della dieta era cereali, legumi, ortaggi, pesce. In più c’era il Vesuvio: le falde acquifere dell’area sono ricche di fluoro, lo stesso elemento che oggi paghiamo a caro prezzo dentro i dentifrici.
Le dentature messe meglio, ha osservato Vanacore, non erano quelle dei benestanti. Il miele, in fondo, se lo potevano permettere in pochi. Quelle stesse persone che masticavano senza carie portavano addosso i segni di una fatica fisica che oggi si fatica perfino a immaginare. Le loro bocche erano sane ma consumate: i denti servivano da terza mano per tagliare, spezzare, tenere fermo, e le abrasioni dello smalto si vedono benissimo. La dentatura era l’unica parte del corpo che il loro stile di vita non puniva.
E quando un dente si perdeva davvero?
La medicina romana su questo ci ha lasciato più aneddoti che soluzioni. Plinio il Vecchio, che di quell’eruzione fu a sua volta vittima, nella Naturalis Historia raccoglieva rimedi per il mal di denti che comprendevano polveri a base di cenere animale e istruzioni piuttosto precise su come rivolgersi a una rana.
Molto più interessanti, e molto più antichi, sono gli Etruschi. Erano orafi straordinari e quella competenza la portarono dentro la bocca: fasce e anelli d’oro che tenevano insieme denti naturali, umani o di bue, sagomati e agganciati agli elementi rimasti. Sono considerati i più antichi apparecchi protesici del Mediterraneo occidentale, databili tra il VII e il IV secolo a.C., e funzionavano in modo non troppo diverso dai nostri ponti.
Duemila anni dopo
Il principio, va detto, non è cambiato granché. Una protesi dentale è ancora qualcosa che sostituisce ciò che manca appoggiandosi a ciò che resta. Soltanto 40 anni fa, con l’arrivo degli impianti dentali, abbiamo vissuto un vero progresso. Per la prima volta, dopo venticinque secoli, la protesi smetteva di aggrapparsi ai denti vicini.
Su quella vite si continua a lavorare. Alcune linee di ricerca hanno esplorato gli impianti senza viti. Non sono alternative migliori, piuttosto risposte a situazioni specifiche.
Resta il punto più scomodo di tutta la faccenda. Il vantaggio dei pompeiani non era tecnologico, era alimentare. Noi abbiamo la tomografia, il titanio e la zirconia; loro avevano la dispensa giusta e l’acqua fluorata per pura combinazione geologica.
Nessuno si sogna di proporre un ritorno al garum. Ma davanti alla sfogliatella e al caffè con due zollette vale la pena ricordare che l’aritmetica è la stessa di duemila anni fa: il miglior impianto resta il dente che si riesce a non perdere.
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