Violenze in carcere, chiesti 766 anni di reclusione per 101 tra funzionari e agenti

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Rosaria Federico

Santa Maria Capua Vetere – Chiesti 766 anni di carcere, quasi otto secoli, per i 102 imputati del maxiprocesso per le violenze ai danni di quasi 300 detenuti avvenute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) il 6 aprile 2020, in pieno lockdown per il Covid.

Il pm Alessandro Milita non ha fatto sconti nelle sue richieste soprattutto per la tortura e la morte del detenuto algerino Hakimi Lamine, accusa contestata ad una ventina di imputati. Si è conclusa con le richieste di pena la lunga requisitoria del pm il maxi processo per le violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.

Le accuse del pm all’ex condante della penitenziaria Manganelli: “Condotta aberrante, sei un criminale”

Il pubblico ministero rivolgendosi all’ex comandante della polizia penitenziaria del carcere casertano, Gaetano Manganelli, ha detto: “Sei un criminale”. Per Manganelli, attualmente comandante al carcere di Salerno, è stata richiesta una di 14 anni di reclusione. Un imputato di peso cui Milita contesta la condotta “furba” di essere rimasto lontano dalle violenze, visto che Manganelli non girò per i corridoi delle sezioni del reparto Nilo dove i detenuti venivano malmenati, ma rimase nel suo ufficio.

Secondo Milita, Manganelli è responsabile, come il comandante Colucci, per il quale sono stati chiesti 21 anni, di tutti i reati, dalla tortura alla morte di Hakimi al depistaggio; sapeva dei detenuti pestati, sapeva delle loro sofferenze, in particolare dei pestaggi subiti dai 15 ritenuti facinorosi perchè considerati i capi della protesta che c’era stata la sera prima del 6 aprile per la positività al Covid di un recluso.

Contro di loro Manganelli fece delle contestazioni disciplinari. “Come fai a fare provvedimenti disciplinari per persone pestate, per dei poveracci che sai perfettamente essere stati pestati. Lo trovi lei il termine – dice Milita girandosi verso Manganelli, presente in aula con il suo avvocato – io ho scritto aberrante, si può dire mostruoso. Lei lo sa, e lo moltiplichi per un miliardo”. Milita contesta a Manganelli la condotta avuta durante le indagini, quando l’imputato disse di essere rimasto sempre chiuso nel suo ufficio, e durante il processo, quando cambiò versione dicendo di essersi mosso dall’ufficio per occuparsi del trasferimento dei 15 detenuti.

Le richieste di pene: la più alta per Pasquale Colucci, assoluzione solo per Di Monaco

La pena più alta è stata chiesta per Pasquale Colucci (21 anni e 4 mesi), quel giorno comandante del Gruppo Operativo di Supporto della penitenziaria (attualmente vice-comandante della penitenziaria ad Avellino), intervenuto nell’istituto casertano con gli agenti di altre carceri (Secondigliano e Avellino) e ritenuto da Milita il “regista fondamentale di tutto ciò che accade il 6 aprile e nei giorni successivi con il depistaggio”.

Richieste alte anche per gli altri funzionari della penitenziaria presenti, l’allora comandante degli agenti nel carcere sammaritano, oggi al carcere di Salerno, Gaetano Manganelli (14 anni), le funzionarie Annarita Costanzo (12), Nunzia Di Donato (11) e Tiziana Perillo (10), il provveditore delle carceri campane Antonio Fullone (10 anni), e l’allora capo del Nir Francesca Acerra (9 anni), per i medici in servizio al carcere Raffaele Stellato (9 anni) e Pasquale Iannotta (7 anni).

Per la Mattanza del 6 aprile 2020 per ispettori e sottufficiali chiesti dai 10 ai 13 anni di reclusione

Pene alte, dai 10 ai 13 anni di reclusione, sono state richieste poi per la decina tra ispettori e i sottufficiali della penitenziaria che coordinarono le squadre di agenti che eseguirono la perquisizione straordinaria del 6 aprile poi degenerata “in mattanza”, come scrisse il gip nell’ordinanza di arresto del giugno 2021; per il pm qualcuno di loro picchiò, altri non intervennero a fermare le violenze.

Per gli oltre 70 agenti imputati sono stati chieste pene dai 5 ai dieci anni; tre le richieste a tre anni e nove mesi e una sola l’assoluzione invocata per l’imputato Giuseppe Di Monaco.

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