

Il carcere di Santa Maria Capua Vetere
“Fu Antonio Fullone a disporre tutto”. È un’accusa netta, senza zone d’ombra, quella che il pm Alessandro Milita ha scagliato in aula contro l’ex provveditore alle carceri della Campania. Durante la requisitoria al processo per le violenze avvenute il 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, l’attuale procuratore aggiunto di Napoli ha chiesto una condanna a 10 anni di reclusione per il dirigente, indicato come il regista occulto dell’operazione.
Nella ricostruzione del magistrato, Fullone si sarebbe arrogato poteri che non aveva, innescando la miccia della repressione. “Dispose la perquisizione e fu il promotore dei provvedimenti disciplinari”, ha dichiarato Milita in aula, sottolineando come già il 7 aprile spingesse per un isolamento preventivo dei detenuti rapido, scavalcando di fatto ogni diritto alla difesa. Una gestione verticistica che, secondo l’accusa, travolse ogni garanzia.
La richiesta di condanna non risparmia chi quel 6 aprile guidava materialmente la struttura. Per gli allora dirigenti di vertice, la reggente Maria Parenti e Arturo Rubino (la direttrice titolare era assente per malattia), il pm ha chiesto 8 anni. Parole dure sono state riservate in particolare alla Parenti, ritenuta pienamente consapevole del “mantenimento della condizione di maltrattamento” per il detenuto Hakimi, confinato nel reparto di isolamento “Danubio”.
Uno dei passaggi più duri della requisitoria ha riguardato Francesca Acerra, ex capo del Nucleo Investigativo Regionale (Nir) della Polizia Penitenziaria. Per lei la richiesta è di 9 anni, senza il beneficio delle attenuanti generiche. Nella sua funzione di polizia giudiziaria, Acerra avrebbe dovuto fare luce sui pestaggi. Ma secondo il pm Milita, il suo ruolo fu opposto: “Passò più tempo a sviare le indagini”, trasformandosi nel “tecnico asservito a Fullone”.
L’accusa la descrive come il perno di un’attività di “depistaggio, mistificazione e contro-indagine” pensata per bloccare sul nascere il processo. “Siamo qua perché ha fallito”, ha concluso lapidario il procuratore aggiunto.
Infine, la richiesta più alta, 12 anni, è stata formulata per il sovrintendente della Penitenziaria Salvatore Mezzarano. Il pm lo ha definito un “jolly che appare dappertutto”, una figura operativa onnipresente nei luoghi chiave della mattanza del 6 aprile.
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