

Michele Noschese in arte Dj Godzi e il padre Giuseppe Noschese
Napoli– «Non posso accettare che la sua morte venga ridotta a un semplice episodio di cronaca o che il trascorrere del tempo possa indebolire la ricerca della verità». A quasi un anno dalla scomparsa di Michele Luca Noschese, in arte dj Godzi, il padre Giuseppe rompe il silenzio con una lettera aperta densa di dolore e determinazione.
Il tragico evento risale al 19 luglio 2025, quando il musicista napoletano di 36 anni perse la vita nella sua abitazione di Ibiza. Un decesso avvenuto in circostanze mai del tutto chiarite, subito dopo un intervento della Guardia Civil spagnola, allertata dai vicini per il volume alto della musica.
Per le autorità spagnole il caso è chiuso come un decesso per arresto cardiaco, conseguenza diretta dell’assunzione di sostanze stupefacenti. Una ricostruzione che però non ha mai convinto i familiari di Michele.
A supportare i loro sospetti c’è la cruciale testimonianza di un amico della vittima, rimasto nascosto nel salone dell’appartamento durante l’irruzione delle forze dell’ordine spagnole. Da allora, la famiglia Noschese sostiene con forza l’ipotesi di una morte violenta avvenuta tra le mura di quella casa.
Con l’avvicinarsi del primo, doloroso anniversario, Giuseppe Noschese ricorda come quel giorno di luglio non sia morto solo Michele, ma «l’intera famiglia Noschese». Il pensiero del padre torna ossessivamente a quelle ultime ore, alle domande ancora senza risposta e a un’esigenza di giustizia che ha voluto esprimere persino davanti al Santo Padre.
In quell’occasione, il medico ha ribadito quello che è diventato il manifesto della sua battaglia: «Giustizia sì, vendetta mai». Un monito che oggi risuona ancora più forte: «Chiedo semplicemente che ogni circostanza venga ricostruita, che siano individuate tutte le eventuali responsabilità e che nessuna omissione, reticenza o interesse possa impedire l’accertamento della verità».
Nella richiesta di trasparenza del dottor Noschese si fondono l’amore paterno e il rigore professionale. Per tutta la sua vita attiva nella sanità campana, si è infatti occupato di pazienti politraumatizzati: «Conosco il significato e le conseguenze delle lesioni sul corpo umano», precisa, sottolineando implicitamente come i segni sul corpo del figlio racconterebbero una storia diversa da quella ufficiale.
«Ma oggi parlo soprattutto come padre – conclude Noschese – un padre che non si fermerà. Il tempo non cancellerà Michele e non cancellerà la nostra richiesta di giustizia. Lo dobbiamo a lui, alla sua dignità e a tutti coloro che credono che nessuna vita possa essere dimenticata». L’auspicio ora è che la magistratura italiana possa trovare piena collaborazione nelle istituzioni estere, per diradare definitivamente le ombre che ancora avvolgono la notte di Ibiza.
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