Incappucciato e minacciato dal carcere: così il clan dei Casalesi ha dato la caccia all’imprenditore

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Un commando senza scrupoli, un finto credito da 600mila euro usato come pretesto e l’ombra asfissiante della camorra. C’è mezzo codice penale, oltre all’intero repertorio della violenza dei clan, agli atti dell’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) di Napoli.

L’operazione ha spinto la Polizia di Stato a eseguire un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 11 indagati, accusati a vario titolo di sequestro di persona a scopo di estorsione, rapina, lesioni personali e porto d’armi. Reati tutti blindati dall’aggravante del metodo mafioso.

Il blitz mette un punto fermo sull’incubo vissuto a maggio scorso da P. W. S., titolare di una concessionaria d’auto e rivenditore di orologi di lusso a Portico di Caserta, che ha trovato il coraggio di denunciare i suoi aguzzini.

L’imboscata e il sequestro lampo

La ricostruzione dei fatti, affidata agli uomini della Squadra Mobile di Caserta guidati dal primo dirigente Massimiliano Russo, restituisce lo scenario di un vero e proprio film horror consumatosi lungo la strada che collega San Prisco a Santa Maria Capua Vetere.

L’imprenditore è stato pedinato, accerchiato e bloccato in una trappola millimetrica: immobilizzato con fascette da elettricista, incappucciato e scaraventato a bordo di una Fiat “Punto”. I rapitori lo hanno poi trasferito in un luogo isolato nei pressi del cimitero di San Prisco. Lì, sotto la costante minaccia delle armi, l’uomo è stato selvaggiamente picchiato a suon di pugni e schiaffi da un gruppo di persone (alcune a volto coperto) per costringerlo a cedere alla maxi-estorsione.

Durante il raid, la vittima è stata anche rapinata di un’ingente somma di denaro, di un orologio di pregio e di un borsello contenente le chiavi di diverse vetture extralusso custodite nel suo autosalone.

Il broker e l’asse tra i clan

Il motore immobile del piano criminale sarebbe Carmine Derrotti, broker di auto di lusso con contatti in Germania, che reclamava il presunto credito. Per riscuoterlo, l’uomo avrebbe attivato i canali della criminalità organizzata sull’asse Marcianise-Casal di Principe.

Secondo le indagini, la vittima sarebbe stata inizialmente avvicinata da emissari vicini al clan dei Casalesi. Successivamente, dopo il loro arresto, sono subentrati altri soggetti riconducibili al contesto camorristico di Recale e Curti, storicamente legati al clan Belforte.

Il summit e le minacce dalle celle

L’inchiesta ha svelato dettagli inquietanti, come il summit ospitato dai fratelli Andrea e Fabrizio Menditti nella loro abitazione a Recale. In quell’occasione, tramite la mediazione di un complice, l’imprenditore è stato costretto a partecipare a una videochiamata con due esponenti di spicco dei Casalesi.

I due, nonostante fossero già detenuti in carcere, sono riusciti a connettersi illegalmente da dietro le sbarre per lanciare minacce in diretta e rincarare la dose sulla richiesta estorsiva.

L’operazione odierna chiude il cerchio dopo un primo fermo d’urgenza scattato l’8 giugno scorso, blindando un’indagine che ha spezzato un asfissiante vortice di violenza fatto di rapimenti, racket e pestaggi.

Tutti i nomi degli arrestati

Il provvedimento odierno della Dda chiude definitivamente il cerchio attorno al violento gruppo criminale. Nove degli undici destinatari della misura cautelare erano già stati fermati lo scorso 8 giugno dalla Squadra Mobile di Caserta, con provvedimenti successivamente convalidati dai giudici di Santa Maria Capua Vetere e Napoli Nord.

Di seguito l’elenco completo dei soggetti finiti in carcere:

Francesco Argenziano, 49 anni, di Casapulla;

Cuono Domenico Buonavolontà, 32 anni, di Maddaloni;

Pasquale Campolattano, 44 anni, di Maddaloni;

Carmine Derrotti, 34 anni, domiciliato a Caivano;

Andrea Menditti, 51 anni, di Recale;

Fabrizio Menditti, 47 anni, di Recale;

Antonio Rosato, 50 anni, di Recale;

Lorenzo Smeragliuolo, 38 anni, di Marcianise;

Marco Varletta, 45 anni, di Marcianise.

A questi si aggiungono due soggetti che si trovavano già dietro le sbarre per altra causa e che, secondo gli inquirenti, avrebbero ricoperto il ruolo di intermediari tra la vittima e gli estorsori, terrorizzando l’imprenditore con le videochiamate dal penitenziario:

Pasquale Apicella, 50 anni, di Casal di Principe;

Pasquale Corvino, 40 anni, di Casal di Principe.

 

 

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