Il welfare della camorra: quei 50mila euro al mese per i carcerati del clan della 167 di Arzano

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“Prima i soldi dei detenuti, poi mangiamo noi”: così il clan della 167 blinda l’omertà dietro le sbarre. Mentre i commercianti dell’hinterland napoletano subiscono il giogo del pizzo, l’ordinanza cautelare che la scorsa settimana ha smantellato il clan della 167 di Arzano svela i retroscena del “capitolo carcerati”.

Il “Welfare” del malaffare

Nelle geometrie variabili della criminalità organizzata che stringe in un pugno l’hinterland a nord di Napoli, esiste una voce di bilancio che non può subire flessioni, né ritardi, né fallimenti. È il capitolo del sostentamento dei detenuti. Per il clan della “167 di Arzano”, l’erogazione degli stipendi mensili alle famiglie di chi sta dietro le sbarre non è un semplice atto di solidarietà criminale, ma il pilastro su cui poggia l’intera architettura del potere mafioso sul territorio.

Come annotano magistrati e inquirenti della Direzione Distrettuale Antimafia, la “mesata” rappresenta lo strumento principe per mantenere il controllo egemonico, riaffermare l’affiliazione e, soprattutto, comprare il silenzio. Accettare quel denaro significa per il detenuto ribadire il vincolo di sottomissione e l’impegno all’omertà. Un patto di sangue che si rinnova ogni fine mese attraverso la consegna di buste di contanti.

Ma la cassa della 167 trema. Tra il 2021 e il 2022 la spietata guerra intestina ha decimato i ranghi; poi sono arrivati i blitz dello Stato, gli arresti eccellenti, i cambi di reggenza. Una tempesta giudiziaria e militare che ha fatto gravare l’onere del sostentamento dei detenuti sulle spalle dei reggenti pro tempore: prima Angelo Antonio Gambino, poi Salvatore Romano, detto “Sasi”, e infine Antonio Caiazza, noto come “Totò”. Le intercettazioni ambientali, raccolte tra la fine del 2025 e i primi mesi del 2026, svelano un quadro dove l’ortodossia criminale deve fare i conti con la scarsità di risorse e il rancore che striscia tra le palazzine popolari.

Il budget della fedeltà: cinquantamila euro al mese

È il 4 ottobre 2025. All’interno di una Citroën C3, le microspie dei carabinieri registrano un lungo e illuminante dialogo tra due affiliati, Gennaro Salvati e Andrea Olivello. Le parole di Salvati che qualche mese più tardi diventerà un collaboratore giustizia, squarciano il velo sulla reale dimensione economica del fenomeno: il clan spende circa 50.000 euro al mese solo per i detenuti. A gestire materialmente quel fiume di denaro è Antonio Caiazza, che seziona i contanti in pacchetti distinti, pronti per essere recapitati alle famiglie.

C’è un dogma assoluto che regola quella cassa, una legge non scritta che Salvati riassume con brutale chiarezza: «Pensa i soldi dei carcerati nei pacchettini chiusi, se non hanno un euro addosso… i soldi dei carcerati nessuno li tocca, avoglia a morire disidratato, pisci e bevi, i soldi di quelli là non si toccano».

Quella somma è sacra. Non può essere stornata per altre emergenze, né per comprare armi o droga, né per le necessità personali di chi sta fuori a rischiare le manette. E quando i soldi ad Arzano non bastano, scatta la rete di solidarietà criminale della provincia: l’ordinanza evidenzia come il clan ricevesse contributi finanziari da ambienti malavitosi di Melito, oltre a stringere cartelli operativi con le consorterie di Casoria, Frattamaggiore, Afragola e Carditello. Un vero e proprio consorzio del pizzo finalizzato a garantire la pace nelle carceri.

L’arte del “Giro”: quando la cassa va in rosso

Ma gestire un esercito di circa 35 detenuti potendo contare su appena 20 uomini operativi sul territorio è un esercizio di equilibrismo finanziario pericoloso. Il 29 agosto 2025, le cimici intercettano una riunione strategica nell’abitazione di Salvatore Romano. “Sasi” è furioso. Ha appena scoperto che due dei suoi uomini, Cristian Ettore Russo e Vincenzo Sartore, si sono allontanati da Arzano per motivi personali. Per Romano è l’occasione per tagliare i rami secchi e recuperare ossigeno per i detenuti: lo stipendio si paga solo per i giorni di effettiva presenza sul territorio.

I calcoli si fanno a penna, sul tavolo del salone, controllando il resoconto delle estorsioni. Ma i conti non tornano. La cassa comune è in saldo negativo. C’è un vuoto da colmare immediatamente perché le “mesate” incombono.

Romano: «E volete iniziare a fare il giro per vedere se riuscite a prendere qualcosa?… volete iniziare a fare il giro per vedere se riuscite a prendere qualcosa e venite… dai portati le chiavi della casa… non li lasciate qui fuori…»
Alle 16:13, Antonio Caiazza e Mattia Rea escono di casa per “fare il giro”, ovvero riscuotere i soldi del pizzo dai commercianti della zona. Rientrano appena venti minuti dopo, alle 16:33. Inizia il conteggio febbrile delle banconote, un elenco di nomi in codice e cifre che fotografa la mappa del potere del clan:

Caiazza: «Sono cinque a casa… quattro e due… sei».
Romano: «E due Totore… sei… e mille e cinque sono sette e cinque… e Giustino… sono otto… un altro 50 euro…»
Caiazza: «Mille e cinque…»
Romano: «Lello…»
Caiazza: «Pal ‘e fierr… mussut… sette… Renato là… Cicciariello pure non lo vedo e se ne parla quando viene… dobbiamo apparare».
Romano: «Quanto dobbiamo prendere, quanto abbiamo preso… se vanno da Totore perché forse non ce la facciamo… Totore non paga… non ce li può mandare… poi gli dai mille euro a questo e hai avuto la mesata…»
Caiazza: «Ok».
Romano: «Quello che rimane…»
Caiazza: «500 e sette e cinquanta… cinquecento e due e cinquanta…»
Romano: «Eh…»

Dietro quei nomi storpiati dalla dizione camorristica ci sono i quadri dirigenti della 167. “Renato” è Renato Napoleone, fondatore del clan; “Pal ‘e fierr” è Davide Pescatore; “Mussut” identifica Domenico Russo; “Cicciariello” è l’ergastolano Francesco Paolo Russo (il cui stipendio viene ritirato dal fratello Cristian); “Lello” è Raffaele Monfregolo, fratello del boss Giuseppe.

Una volta messi al sicuro i soldi dei detenuti, Romano decide la destinazione del residuo: andrà come “mesata” allo stesso Caiazza, mentre per Cristian Ettore Russo, colpevole di aver disertato il territorio, non ci sarà un solo euro.

1.continua

(nella foto in alto da sinistra Salvatore Sasy Romano, Davide Pescatore, Angelo Antonio Gambino, Antonio Caiazza,  Giuseppe Monfregolo, Raffaele Monfregolo e Mattia Rea; in basso da sinistra invece Andrea Olivello, Gennaro Salvati, Domenico Russo, Pietrangelo Leotta, Renato Napoleone, Francesco Russo, e Francesco Attrice

 

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Giuseppe Del Gaudio

Giuseppe Del Gaudio, giornalista professionista dal 1991. Amante del cinema d'azione, sport e della cultura Sud Americana. Il suo motto: "lavorare fa bene, il non lavoro: stanca"

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