

Paolo Casarin
Roma – «Trovatevi un lavoro e sarete liberi». È un appello netto, quasi un manifesto, quello che Paolo Casarin, ex designatore di Serie A e B dal 1990 al 1997, affida alle colonne del Corriere della Sera. Parole che scavano dentro le tensioni del mondo arbitrale, tra ambizioni personali, pressioni economiche e l’utilizzo controverso della tecnologia.
Per Casarin, il nodo è prima di tutto culturale. «Troppa politica, troppo arrivismo. E troppi soldi – osserva –. I soldi generano avidità e distolgono lo sguardo da ciò che dovrebbe essere al centro: l’arbitraggio. Oggi all’Aia si parla solo di carriere. Per una promozione si arriva a fare di tutto»
. Un meccanismo che, a suo dire, ha progressivamente allontanato i direttori di gara dalla loro essenza. «L’arbitro deve tornare a fare l’arbitro, deve tornare al centro. Tutto quello che sta succedendo è conseguenza diretta del fatto che ha smarrito la sua missione reale».
L’intervista tocca anche l’inchiesta che ha coinvolto il designatore Gianluca Rocchi. Sul punto, Casarin sceglie la linea del garantismo, senza rinunciare a un richiamo chiaro alla responsabilità. «Ho rispetto della giustizia e sono certo che farà il suo corso.
Se qualcuno ha sbagliato, è giusto che paghi. Rocchi ha sempre lavorato bene, per come la vedo io. Certo, battere i pugni contro le vetrate al Var di Lissone, come si legge nelle carte, non va bene. Se è andata così, la procedura non è stata rispettata. E questo non va bene. Le regole sono tutto, specialmente per gli arbitri».
Riavvolgendo il nastro di una stagione segnata da numerose revisioni e polemiche, Casarin indica una delle cause nell’eccessiva complicazione dei protocolli. «Hanno reso complicate anche le cose semplici. Vedi il Var. Nasce come uno strumento per aiutare, invece oggi è un’arma a doppio taglio».
Non tutto, però, è da buttare: «Ci sono arbitri buoni – aggiunge –, come Colombo. Ma hanno bisogno di essere aiutati». E la ricetta, per l’ex designatore, rimane una sola: «Se vogliamo salvare il calcio, dobbiamo salvare gli arbitri».