

Ferdinando Maddaloni
Un racconto personale che diventa memoria collettiva, un diario teatrale in cui la passione calcistica si intreccia con la vita di un attore e con la storia di una città. È questo il cuore di “Ai nostri primi sessant’anni assieme! (e ai 40 che mi sono perso!)”, spettacolo scritto, diretto e interpretato da Ferdinando Maddaloni, in scena il 28 marzo alle ore 21 al Tedér – Teatro del Rimedio, in via Flavio Gioia 66, a pochi passi da piazza Municipio.
L’appuntamento, che arriva mentre il Calcio Napoli si avvicina al traguardo del centenario nel 2026, è molto più di un omaggio sportivo. Come suggerisce il sottotitolo, si tratta del “diario aneddocomico di un attore tifoso del Napoli”, un monologo che fonde autobiografia, memoria teatrale e cronaca emotiva di oltre mezzo secolo di tifo.
Nato a Barra, Maddaloni racconta sul palco sessant’anni di vita vissuta con la squadra azzurra come filo conduttore. Il racconto parte dall’infanzia e attraversa decenni di emozioni sportive e personali, tra trasferte, partite memorabili e momenti che hanno segnato la storia del club.
L’autore, che il 24 dicembre 2026 compirà sessant’anni, costruisce una narrazione che procede in parallelo con la vicenda del Napoli: dalle prime esperienze allo stadio – tra cui il ricordo della sua “prima volta” al San Paolo, in occasione di un rocambolesco Napoli-Juventus 2-6 – fino ai successi più recenti della squadra azzurra.
Lo spettacolo, da cui sarà tratto anche un libro in uscita ad agosto, diventa così una dichiarazione d’amore viscerale per il Napoli e per la città, ma anche un racconto di identità e appartenenza.
Nel percorso artistico e umano di Maddaloni la passione sportiva si intreccia anche con l’impegno sociale. L’attore è infatti promotore del progetto BeslaNapoli, nato nel memoriale di Beslan, in Ossezia del Nord, luogo della tragica strage del settembre 2004.
Proprio in quella sala della memoria è custodita una maglia originale di Diego Armando Maradona, donata e autografata dal campione argentino, simbolo del legame tra sport, solidarietà e memoria civile che Maddaloni porta avanti da anni.
L’allestimento dello spettacolo si fonda su una struttura drammaturgica autobiografica e senza quarta parete, in cui il confine tra palco e platea si dissolve. Il pubblico viene coinvolto direttamente in un racconto emotivo e partecipato, dove il tifo diventa racconto poetico e testimonianza generazionale.
La narrazione si sviluppa attraverso tre momenti principali:
I dialoghi immaginari con il padre, ormai alla fine della vita, in cui il calcio diventa linguaggio di affetto e ponte tra generazioni.
Gli episodi autobiografici, tra ironia e nostalgia, in cui la vita teatrale dell’attore si intreccia con quella del tifoso, popolata da personaggi come il professor Ferdy e “Nando ’o patuto”.
Il brindisi finale con gli spettatori, chiamati a diventare parte della scena condividendo ricordi, emozioni e storie legate alla propria squadra del cuore.
Al di là di presidenti, allenatori e campioni, lo spettacolo ribadisce un’idea semplice ma potente: il Napoli appartiene alla sua gente.
Ed è proprio questo il messaggio che Maddaloni porta in scena: il calcio non è soltanto sport, ma memoria familiare, tradizione popolare e linguaggio emotivo che attraversa generazioni di tifosi partenopei.
Perché, come suggerisce lo stesso autore, chi pensa che il calcio sia soltanto calcio probabilmente del calcio non ha capito nulla.
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