Grande successo per ‘L’avaro’, diretto da Salvatore Sannino in scena all’IAV di Napoli

L’opera, tratta dalla commedia di Molière, é in scena fino al 5 novembre nella splendida cornice del teatro di Via Nazario Sauro 23 di Napoli.

Il cast: Ciro Villano, Cosimo Alberti, Danilo Rovani, Veria Ponticello, Vito Amato, Martina Andrea Vinciguerra, Clelia Della Corte, Claudio Cirella, Eduardo Esposito, Antonio De Pasquale.

Nulla resiste al tempo. I metalli più resistenti, le rocce più dure si sgretolano sotto la forza del passare degli anni che lasciano solo polvere. Ciò che riesce a resistere è una delle cose più delicate che l’uomo abbia creato: la carta. Non la carta in quanto tale, ma come elemento che custodisce fatti che si tramandano di secolo in secolo. L’Avaro è tra questi. Il segreto di questa longevità è in ciò che tratta: i sentimenti che vivono con l’uomo.

Si è solito pensare che lo spettacolo scritto da Moliere, sia comico, in realtà è un dramma non causato da avvenimenti esterni, ma dalle azioni legate alla scelleratezza dell’essere umano. Arpagone è un simbolo della miseria umana, intesa come la capacità di auto distruzione che l’umanità ha dimostrato di saper fare in modo encomiabile nel corso dei secoli.

Arpagone non è avaro solo per i soldi, è avaro di sentimenti, è avaro nell’amore per la vita, per gli altri, per i figli. Ed è talmente drammatico che fa ridere. Da sempre. Perché goffo, inopportuno, ignorante e talmente legato alla sua “cassetta”, che è simbolo di ogni materialità, che fa perdere di vista il senso stesso della vita. Ecco Arpagone è tragico perché non vive. Ma accumula. Non ride perché pensa, sempre, e chi pensa non gode della beltà dell’esistenza.

Tuttavia proprio per questo fa ridere. Da secoli. Segno che l’avarizia vive con l’uomo.
Noi abbiamo deciso di raccontarlo forzando il testo, portando alle estreme conseguenze i dialoghi, che rasentano il cinismo, con le scene che si spostano secondo il percorso degli attori. Perché sono gli uomini che determinano i fatti e le situazioni, spesso con risultati negativi per la stessa umanità.

Ma qui Arpagone pensa di essere il dominus, ed in realtà, è giocato da tutti. Dai servi, senza camicia, che tramano alle spalle del padrone, e la figlia, unica a tenere testa al padre – padrone, alla serva Frosina, che lavora sopra e sotto il tavolo senza alcuno scrupolo. Forse unica vittima di questo stato di cose è il fratello gemello, più piccolo di soli 2 minuti, asservito alle volontà del primogenito, divenuto destinatario della vita e della morte di tutti per volontà del padre defunto. Il finto servo, il prologo e Don Anselmo completano la storia fin troppo nota. Nella nostra narrazione, tuttavia, vi è una sorpresa che non sveliamo per ovvi motivi.

Il palco è nudo, come nudo è il nostro principe. Le scene, come detto si spostano per creare ambienti, quasi labirinti, contorti come il protagonista. I costumi sono tutti in pelle. Una pelle cattiva che l’umanità non riesce a scrollarsi di dosso, come già se ne era accorto Molière.

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