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Cronaca Giudiziaria

Ucciso per errore dalla camorra, i familiari: ‘Diteci chi lo ucciso’

All’indomani dell’assoluzione di Enrico La Salvia, i familiari di Antonio Bottone ucciso per errore dalla camorra nel 2016 davanti a una cornetteria ai Colli Aminei, chiedono giustizia


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Ucciso per errore

E’ una richiesta che può sembrare scontata quella dei familiari di Antonio Bottone ucciso per errore dalla camorra nel 2016 davanti a una cornetteria ai Colli Aminei

E all’indomani dell’assoluzione del presunto assassino, Enrico La Salvia chiedono semplicemente: “Diteci chi e’ stato”. Il loro figlio fu ucciso per errore dalla camorra perché era in compagnia del vero obiettivo della missione di morte che scattò la notte del 6 novembre nella zona collinare di Napoli.

“Rivolgiamo un ringraziamento alla Procura, per l’impegno profuso in questi anni, ma il processo e’ finito e noi ancora non sappiamo, dopo tutto questo tempo chi ha ucciso il nostro Antonio. Rivolgiamo un appello a chiunque sappia qualcosa, anche a chi appartiene alla camorra: per favore, diteci chi e’ stato, anche in forma anonima”.

E’ un omicidio che per ora rimane impunito quello di Antonio Bottone, ucciso per errore dalla camorra a Napoli in un agguato di stampo camorristico scattato nell’ambito della faida tra clan del rione Sanità davanti a un ragazzino di 12 anni miracolosamente rimasto illeso. La famiglia, il padre Luigi, la mamma e le tre sorelle del giovane, spinti dal desiderio di verita’ rivolgono ora un appello anche a chi, a differenza di Antonio, ha scelto una strada sbagliata.

ucciso per errore dalla camorra davanti a un bambino

ucciso per errore

Ieri, con l’assoluzione del presunto killer, il processo celebrato con il rito abbreviato si e’ concluso senza che i familiari potessero sapere chi, la sera di quel tragico 6 novembre 2016, ha premuto il grilletto strappando alla vita un giovane che con la malavita non aveva nulla a che fare.

La sua unica colpa fu quella di continuare ad essere l’amico del vero obiettivo di quell’agguato, Daniele Pandolfi, ritenuto dalla DDA legato alla famiglia malavitosa dei Vastarella, rivale del clan Sequino, rimasto ferito nel raid e poi diventato collaboratore di giustizia.

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Sono state proprio le sue dichiarazioni, approssimative, secondo l’avvocato della famiglia Sergio Pisani, a rendere complicato il lavoro degli inquirenti e del giudice. Propalazioni che non hanno contribuito a fare luce sulla vicenda, anzi, e il giudice ieri ha quindi ritenuto di non accogliere la richiesta di ergastolo formulata dal pm il quale paventa la possibilita’ del ricorso in appello dopo avere appreso, tra 90 giorni, le motivazioni alla base della decisione dell’Autorita’ Giudiziaria.

(nella foto di copertina il luogo dell’omicidio e nei riquadri a partire da sinistra Daniele Pandolfi, la vittima per errore Francesco Bottone e il presunto killer assolto Enrico La Salvia)

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Cronaca Giudiziaria

Napoli, il boss prestava soldi e pagava le cene ai carabinieri infedeli

Le dichiarazioni del boss pentito #GennaroCarra, e dei collaboratori #GiacomoDiPierno e #RobertoPerrone sui carabinieri infedeli #WalterIntilla e #MarioCinque

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Napoli

Soldi prestati, pranzi e cene al ristorante pagati dal boss e in cambio favori sui controlli, soffiate sulle indagini e altro.

E’ uno spaccato “inquietante” di corruzione di servitori infedeli dello Stato quello che emerge dall’inchiesta sul clan Cutolo di Fuorigrotta.

“Con lui ho un rapporto fraterno e quando gli servivano dei soldi glieli prestavo. Poi lasciava conti da pagare al ristorante. Inoltre tutte le volte che mi fermava, non inseriva il mio nome nei database. Alcune volte ero armato e non mi ha mai perquisito”. E’ il 18 maggio del 2019 quando Gennaro Carra, boss della camorra pentito, parla di Mario Cinque, uno dei due carabinieri arrestati oggi dai loro colleghi a Napoli per favoreggiamento aggravato e rivelazione di segreto d’ufficio.

A Cinque viene anche contestato di avere falsamente attestato che tra il 28 e il 29 gennaio 2019, Carra, che girava armato di una pistola per sua stessa ammissione, fosse a piedi in strada e non a bordo di un’auto presa a noleggio.

Le conversazioni intercettate dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Napoli, che hanno condotto le indagini sui due colleghi infedeli arrestati oggi anche con l’accusa di avere favorito la camorra, trovano riscontro nelle dichiarazioni “convergenti” rese da ben otto collaboratori di giustizia. Tutti riferiscono, scrive il gip, “di rapporti ‘opachi’, se non propriamente corruttivi, tra l’appuntato scelto Mario Cinque e alcuni appartenenti alla organizzazioni camorristiche…”.

Il giudice, ma anche la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli che ha coordinato l’inchiesta, definisce “trasversale” il contributo di Cinque, rivolto in favore “di chiunque potesse garantirgli un tornaconto personale”. La circostanza, sottolinea ancora il giudice, “non esclude la consapevolezza e la volonta’ dell’indagato – anche in virtu’ del ruolo istituzionale da lui ricoperto – di operare a vantaggio dell’uno o dell’altro clan”. 

Il pentito Giacomo Di Pierno, nel verbale del 16 giugno 2018, ha raccontato ai pm il ruolo di Walter Intilla, l’altro militare dell’Arma destinatario di misura cautelare. “Mi e’ stato riferito da Fabrizio Maddaluno, che Intilla faceva sequestri di droga nelle piazze di spaccio di Ischitella. Quello che sequestrava lo portava a Maddaluno e gliela rivendeva la droga 30 euro al grammo”, mette nero su bianco.

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Anche a Intilla viene contestato di avere rilevato informazioni riservate, al collega Cinque e a un’altra persona: l’esistenza di indagini, correlate da intercettazioni, su un conoscente di Mario Cinque, e anche che i carabinieri erano in procinto di eseguire una misura cautelare nei confronti di un indagato. Lui poi deve rispondere anche di detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti, per la precisione cocaina, di cui si sarebbe appropriato illegalmente, secondo il giudice abusando dei suoi poteri, a Castel Volturno  introducendosi nell’abitazione di alcuni spacciatori extracomunitari.

Uno degli otto collaboratori di giustizia che riferiscono alla DDA dei rapporti ‘opachi’ tra uno dei carabinieri infedeli arrestati oggi dal Nucleo Investigativo di Napoli, l’appuntato Mario Cinque, e diversi esponenti della criminalita’ organizzata, e’ Roberto Perrone, ritenuto affiliato storico del clan Nuvoletta.

Perrone riferisce di avere ottenuto da Cinque parecchi favori, per se stesso ma anche per altri componenti il clan, omettendo di effettuare i dovuti controlli quando era sorvegliato speciale, e informandolo riguardo eventuali provvedimenti a suo carico.

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Perrone, tra le altre cose, parla anche dei favori che Cinque gli faceva quando, nel periodo in cui era sotto sorveglianza, aveva preso l’abitudine di giocare a poker con un gruppo di persone, tra cui figurano anche degli imprenditori: “…le partite venivano organizzate una volta a settimana da …. il quale si informava prima quando era di turno Cinque, che veniva a effettuare il controllo presso la mia abitazione e, diversamente dagli altri controlli, si limitava a bussare al citofono e andava via”.

(nella foto il boss pentito Gennaro Carra)

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