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Napoli, «I ragazzi non hanno paura del carcere, hanno paura di essere invisibili»

Napoli – Per dare un volto e una voce ai numeri drammatici del rapporto Dis(armati), ci siamo spostati alla periferia di Napoli. Abbiamo incontrato Antonio, un operatore sociale di strada che da quindici anni lavora nei quartieri “di frontiera”. Lo abbiamo intervistato in un bar poco distante da via Metastasio, proprio dove pochi giorni fa è bruciata l’auto dell’imprenditore vittima di racket.

Antonio, i dati dicono che nei primi sei mesi del 2025 ci sono stati 27 minori denunciati per omicidio. Tu che sei in strada ogni giorno, come spieghi questa accelerazione della violenza?

«Quello che vedete nei dati è solo l’eruzione del vulcano. Sotto c’è un magma di solitudine che bolle da anni. Oggi un ragazzino di 14 anni non vede la violenza come un crimine, ma come un linguaggio. Se non hai parole per esprimere il tuo disagio, se non hai un posto dove sentirti qualcuno, allora una pistola o un coltello diventano il tuo “biglietto da visita”. Questi 27 casi sono il fallimento non dei ragazzi, ma di tutto il sistema che sta loro intorno.»

Il rapporto parla di “arruolamento a basso costo” da parte dei clan. Come avviene questo aggancio?

«È un marketing spietato. Il clan offre quello che lo Stato non dà: senso di appartenenza, protezione (falsa, ovviamente) e soldi subito. Per un quattordicenne, vedere il “capo” del quartiere con l’auto di lusso e le scarpe da mille euro è più seducente di un percorso scolastico che non gli garantisce nulla. I clan sanno che un minore rischia meno a livello penale, quindi li usano come carne da cannone per le “stese” o per le estorsioni. Sono soldati usa e getta.»

Si parla molto dell’approccio punitivo, come il Decreto Caivano. Sta funzionando?

«Il carcere da solo è un’università del crimine. Se prendi un ragazzino che ha commesso un errore, lo chiudi in una cella per mesi senza un progetto educativo serio e poi lo rimetti nello stesso vicolo di prima, cosa pensi che succeda? Tornerà in strada con più rabbia e più contatti criminali. Il controllo serve, certo, ma la punizione senza riabilitazione è solo un modo per lavarsi la coscienza collettiva.»

Cosa manca davvero in questi quartieri per invertire la rotta?

«Mancano gli spazi di libertà. Se l’unico posto dove un giovane può aggregarsi è la piazza di spaccio, vincerà sempre la malavita. Servirebbero:

Scuole aperte fino a sera: Non solo per lezioni, ma per sport, teatro, musica.

Educatori di strada pagati degnamente: Non possiamo basarci solo sul volontariato.

Opportunità di lavoro vero: Molti di questi ragazzi sono geniali, hanno un’intraprendenza incredibile. Se quella genialità venisse canalizzata legalmente, avremmo dei futuri manager, non dei futuri detenuti.»

C’è un episodio recente che ti ha colpito particolarmente?

«Pochi giorni fa un ragazzino mi ha detto: “Antonio, io non ho paura di morire a 20 anni, ho paura di vivere come mio padre per 80 anni senza mai avere niente”. È questa la vera emergenza: la mancanza di speranza. La violenza è il loro modo per dire “io esisto”.»

Se potessi parlare ai decisori politici in questo momento, cosa chiederesti?

«Di smetterla di gestire Napoli come un’eterna emergenza. Servono investimenti strutturali sui giovani, non solo pattuglie in più. Disarmare i ragazzi significa prima di tutto dare loro qualcosa in mano che non sia una pistola: un libro, un mestiere, una dignità.»

Il coccodrillo del Maschio Angioino: la strana leggenda del rettile che terrorizzava i prigionieri

Il Maschio Angioino, noto anche come Castel Nuovo, è uno dei simboli più celebri di Napoli e custodisce numerose storie misteriose legate ai suoi sotterranei. Tra queste, una delle più inquietanti è la leggenda del coccodrillo del Maschio Angioino, un rettile che secondo la tradizione avrebbe terrorizzato e ucciso i prigionieri rinchiusi nelle segrete del castello.

Questa storia, tramandata nei secoli e riportata anche da storici e cronisti locali, racconta di misteriose sparizioni nelle prigioni del castello e di una creatura proveniente dal mare che avrebbe trasformato una semplice cella in un luogo di morte e terrore. Ancora oggi la vicenda è una delle leggende più famose della tradizione napoletana.

La “fossa del coccodrillo” nei sotterranei del Maschio Angioino

Nei sotterranei del Maschio Angioino esistono due ambienti destinati in passato alla detenzione dei prigionieri: la prigione della congiura dei Baroni e la cosiddetta fossa del miglio, che in origine era un deposito di grano della corte aragonese. Con il tempo, però, questa stanza fu trasformata in una prigione destinata ai detenuti condannati alle pene più dure.

Proprio in questo luogo iniziò a diffondersi la leggenda del coccodrillo. Secondo il racconto popolare, diversi prigionieri rinchiusi nella fossa sparivano improvvisamente nel cuore della notte. Le guardie pensarono inizialmente a possibili fughe, ma presto si accorsero che la spiegazione era molto più inquietante.

Il mistero portò così alla nascita del nome con cui la prigione è conosciuta ancora oggi: “fossa del coccodrillo”.

Il rettile che trascinava i prigionieri in mare

La leggenda racconta che, dopo aver intensificato la sorveglianza, le guardie scoprirono finalmente la causa delle misteriose sparizioni. Da un’apertura nascosta nella parete della prigione, collegata al mare, sarebbe entrato un enorme coccodrillo. Il rettile afferrava i prigionieri per le gambe e li trascinava fuori dalla cella per poi divorarli.

Secondo alcune versioni della storia, l’animale sarebbe arrivato a Napoli seguendo una nave proveniente dall’Egitto. Dopo la scoperta della sua presenza, il coccodrillo sarebbe stato addirittura utilizzato come metodo di esecuzione: alcuni condannati venivano infatti gettati nella fossa per essere divorati dalla bestia senza lasciare tracce.

Il racconto contribuì ad alimentare la fama sinistra delle segrete del castello, già considerate tra i luoghi più temuti della città.

La fine del coccodrillo e il mistero della leggenda

Secondo la tradizione, la presenza del rettile nei sotterranei del Maschio Angioino non durò per sempre. Quando la situazione divenne insostenibile, le guardie decisero di ucciderlo utilizzando un’esca: una grande coscia di cavallo avvelenata. Il coccodrillo venne così eliminato e, secondo alcune fonti, il suo corpo fu impagliato ed esposto all’ingresso del castello come trofeo.

Ancora oggi gli storici discutono sulla veridicità di questa vicenda. Alcuni ritengono che possa trattarsi solo di una leggenda nata per spiegare le misteriose sparizioni dei prigionieri o per alimentare la fama terribile delle carceri del castello. Altri ipotizzano che un animale esotico possa davvero essere arrivato a Napoli tramite le rotte commerciali del Mediterraneo.

Qualunque sia la verità, la storia del coccodrillo del Maschio Angioino continua a esercitare un forte fascino su visitatori e appassionati di storia. Ancora oggi, passeggiando nei sotterranei del castello, è facile immaginare l’eco di questa antica leggenda che per secoli ha alimentato il mistero delle prigioni napoletane.

Iran, l’enigma Mojtaba Khamenei: il paradosso del potere ereditario e l’attentato israeliano

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L’Iran contemporaneo è contraddistinto da un perpetuo versus che vede come protagonisti da una parte i chierici (che “islamizzarono” l’esperienza rivoluzionaria che nel 1979 pose fine, dopo 38 anni, all’egemonia dello Shah Mohammad Reza Pahlavi) e dall’altra la classe militare.

Mojtaba Khamenei, terzo Rahbar (Leader della Rivoluzione, Guida suprema), nato nel 1969 in quel di Mashhad, ha saputo, nel corso del suo percorso esistenziale, coltivare rapporti estremamente proficui con entrambe le fazioni. E potendo egli vantare, da ben quattro lustri, un certo peso specifico in termini “sistemici”, è stato conseguentemente percepito come un candidato unificante.

Ma la sua nomina è innegabilmente figlia di un manifesto paradosso : la rivoluzione avutosi nel 1979 prendeva le mosse da un convinto rifiuto di qualsivoglia pratica di trasmissione ereditaria del potere.

Ragion per cui la figura dell’enigmatico Mojtaba Khamenei, figlio del precedente ayatollah Ali Khamenei, ad oggi, ispira un comprensibile scetticismo negli osservatori internazionali in virtù dei suoi contorni oscuri, indecifrabili. La guerra non ha risparmiato la sua consorte Zahra Haddad Adel. Lui, il 28 febbraio, è rimasto ferito in seguito ad un tentativo di assassinio di marca israeliana.

 Luca De Crescenzo

Napoli, follia in Corso Garibaldi: sfonda una vetrina con il monopattino e ruba due pistole. Arrestato 37enne

Napoli – Una serata di violenza e panico si è consumata ieri in Corso Garibaldi. Un uomo di 37 anni, di origini marocchine e irregolare sul territorio nazionale, è stato arrestato dalla Polizia di Stato dopo essersi reso protagonista di un furto rocambolesco e di una violenta aggressione ai danni degli agenti.

La “spaccata” con il monopattino

Tutto ha avuto inizio quando l’uomo ha deciso di assaltare un locale commerciale della zona. Usando un monopattino elettrico come un vero e proprio ariete, il 37enne ha mandato in frantumi la vetrina dell’attività.

Una volta all’interno, ha puntato dritto al bottino: due pistole e una confezione di cartucce. La dinamica dell’irruzione è stata successivamente confermata e ricostruita dagli investigatori grazie alle immagini dei sistemi di videosorveglianza della zona.

Il faccia a faccia armato con gli agenti

La fuga, tuttavia, è durata poco. Durante un normale servizio di controllo del territorio, una volante del Commissariato Decumani ha notato l’uomo in strada. La scena che si è parata davanti ai poliziotti era allarmante: il 37enne, pistola alla mano, stava caricando l’arma con le cartucce appena rubate.

Alla vista delle divise, l’uomo non si è arreso. Al contrario, ha iniziato a inveire contro i poliziotti, tentando persino di estrarre la seconda pistola che portava con sé. L’intervento degli agenti è stato fulmineo. Ne è nata una violenta colluttazione, conclusasi con l’immobilizzazione del malvivente solo grazie all’intervento di una seconda pattuglia del Reparto Prevenzione Crimine Campania, giunta in ausilio.

La furia nella volante e le accuse

Solo a questo punto i poliziotti hanno potuto accertare che le due armi rubate, seppur del tutto simili a quelle vere, erano in realtà pistole a salve. La furia dell’uomo, però, non si è placata con le manette. Una volta caricato sull’auto di servizio per essere condotto in commissariato, ha continuato a sferrare calci contro i finestrini e la paratia divisoria posteriore, danneggiando pesantemente la volante.

Il 37enne, già noto alle forze dell’ordine per reati simili, dovrà ora rispondere di una lunga lista di capi d’accusa: furto aggravato, danneggiamento di beni della Pubblica Amministrazione, minaccia aggravata, resistenza e lesioni a Pubblico Ufficiale.

«L’Urlo, la Tela e la Luce»: la personale di Nadia Leo a Salerno

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Dal 13 al 27 marzo, la Sala Grande della Casa del Combattente — edificio storico affacciato sul lungomare Trieste e simbolo identitario della città di Salerno — ospiterà la mostra personale L’Urlo, la Tela e la Luce dell’artista salernitana Nadia Leo, già protagonista di nostri approfondimenti culturali.

Attraverso questo evento l’artista segna un’ altra importante tappa nel suo percorso creativo, orientato al Realismo Introspettivo: una ricerca che pone la tecnica al servizio dell’emozione trattenuta e concentra lo sguardo sull’indagine di sé. La mostra è curata da Angelina E. Di Gennaro I. e si inserisce nella più ampia progettualità di Limenart, realtà che promuove gli artisti del territorio durante tutto l’anno.

Nella serata inaugurale si potrà assistere all’espansione sensoriale della mostra. Venerdì 13 marzo il viaggio artistico nel Realismo Introspettivo culminerà in una performance multidisciplinare, anch’essa nata dall’estro della curatrice. Alle 22:00, le videoproiezioni di Elisabetta Fermo, il monologo recitato da Valentina del Regno, la danza di Francesca Napoli — liberamente ispirata dal contesto e accompagnata dalla regia sonora di Mattia Spagnuolo — daranno vita a una vera e propria immersione nel senso dell’arte espressa da Nadia Leo: un itinerario emotivo che avrà per protagonista il segno come verità, come gesto che scava e rivela.

Il pubblico sarà testimone del passaggio dal silenzio all’urlo della Banshee, iconica creatura della mitologia celtica che, rifiutando di nascondersi, lascerà esplodere tutta la sua forza. Un simbolo di emancipazione ed autodeterminazione.

A chiudere il cerchio sarà il rito delle Buste Rosse, il momento in cui la curatrice consegnerà agli artisti i pensieri espressi dai visitatori: parole come gesto di gratitudine, destinate a restare nella memoria di chi avrà reso viva e palpabile l’arte attraverso le emozioni. Un atto che ribadisce come l’osservatore sia parte attiva del processo creativo.

Nel mese tradizionalmente dedicato alle donne, alla loro forza e alla riflessione sulla condizione femminile, la personale di Nadia Leo si colloca in modo significativo nel panorama culturale cittadino. L’Urlo, la Tela e la Luce, infatti, è arte che racconta la donna quando sceglie di trasformare il silenzio in presenza, quando cerca la verità e dà forma all’emozione trattenuta. In questo percorso, l’arte diventa luce: rivelazione e possibilità, affermazione identitaria e consapevolezza.

Polveri di marmo disperse nell’aria, sequestrata azienda a Santa Maria la Carità

Un’azienda specializzata nella lavorazione del marmo è stata sequestrata a Santa Maria la Carità nell’ambito delle indagini legate all’inquinamento del fiume Sarno. Il provvedimento è stato eseguito dagli agenti dell’unità speciale emergenza Sarno della Polizia metropolitana di Napoli su disposizione della Procura di Torre Annunziata.

Secondo quanto emerso dalle verifiche investigative, l’impresa disperdeva nell’atmosfera le polveri prodotte durante la lavorazione del marmo senza essere in possesso della necessaria autorizzazione regionale per le emissioni in aria. Le attività di controllo rientrano in un più ampio piano di indagini avviato per individuare e rimuovere le possibili fonti di inquinamento che incidono sul bacino del Sarno, uno dei fiumi più monitorati della Campania per le criticità ambientali che lo interessano.

I sigilli sono scattati nei confronti dell’impresa individuale Montuori Luigi, con sede proprio a Santa Maria la Carità. Oltre al capannone industriale, che si estende su una superficie di circa 240 metri quadrati, sono state sequestrate anche le attrezzature utilizzate per la lavorazione del marmo. Le indagini proseguono per accertare nel dettaglio le eventuali responsabilità e verificare l’impatto ambientale delle emissioni prodotte dall’attività.

Fatti un amico, al Teatro Totò la nuova commedia con Marco Lanzuise e Salvatore Turco

Prosegue la stagione teatrale del Teatro Totò, che nel fine settimana accoglie sul proprio palcoscenico la commedia “Fatti un amico”, interpretata da Marco Lanzuise e Salvatore Turco. Lo spettacolo andrà in scena da venerdì 13 a domenica 15 marzo, con una doppia replica prevista per la giornata di sabato.

La pièce è scritta a quattro mani dagli stessi protagonisti e diretta da Marco Lanzuise, mentre lo spazio scenico del teatro di via Foria è curato da Gaetano Liguori. I due attori tornano così davanti al pubblico con un nuovo progetto teatrale dopo i successi ottenuti negli ultimi anni con la saga di “The Mast”.

Per questa nuova avventura artistica Lanzuise e Turco scelgono di mettere momentaneamente da parte i personaggi del datore di lavoro e del suo impiegato che li hanno resi popolari, per cimentarsi in una commedia costruita su una comicità brillante e dinamica.

Lo spettacolo si sviluppa attraverso un racconto teatrale ricco di ritmo e ironia, dove situazioni paradossali, improvvisi ribaltamenti e momenti di riflessione si alternano con naturalezza. La narrazione tocca temi attuali e quotidiani, mantenendo però quel legame con la tradizione comica partenopea che continua a conquistare il pubblico.

Al centro della storia c’è una domanda semplice ma carica di significato: perché farsi un amico? La risposta prende forma direttamente sul palco, tra gag, battute e momenti di comicità che invitano gli spettatori a riconoscersi nelle debolezze e nelle piccole verità dell’animo umano.

Esplosione al bancomat della Bper nell’Avellinese, assalto con la tecnica della marmotta

Nuovo assalto a un bancomat in provincia di Avellino. L’ultimo episodio si è verificato poco dopo le sei del mattino a Vallata, dove un gruppo di malviventi ha fatto esplodere lo sportello Atm della filiale Bper utilizzando la cosiddetta tecnica della marmotta.

L’esplosione ha colpito lo sportello automatico situato lungo corso Kennedy. Sul posto sono intervenuti rapidamente i carabinieri e i vigili del fuoco per mettere in sicurezza l’area e avviare le verifiche dopo il violento boato che ha svegliato i residenti della zona.

Durante i controlli gli operatori hanno rinvenuto anche un secondo ordigno artigianale inesploso nelle vicinanze dell’Atm. Per motivi di sicurezza la zona è stata immediatamente isolata in attesa dell’arrivo degli artificieri dell’Arma incaricati di disinnescare la carica.

L’esplosione ha provocato diversi danni alla struttura che ospita la filiale bancaria. Al momento non è ancora stato quantificato il bottino che i banditi potrebbero essere riusciti a portare via prima della fuga. Sull’episodio sono in corso le indagini dei carabinieri, che stanno raccogliendo elementi utili per ricostruire la dinamica dell’assalto e risalire all’identità dei responsabili.

Gragnano, incendia i vestiti della compagna e li lancia dal balcone: distrutta un’auto. Arrestato 34enne

Gragnano – Una nuova vita in grembo e la lama di un coltello puntata contro il volto. È la notte di terrore vissuta da una donna di 34 anni a Gragnano, vittima dell’ennesimo episodio di violenza domestica consumato tra le mura di casa.

Secondo quanto ricostruito, l’uomo non avrebbe accettato la decisione della compagna di interrompere la relazione, segnata – secondo la vittima – da continui insulti e aggressioni. Una scelta che avrebbe scatenato la furia del 34enne.

L’aggressione in casa

Erano da poco passate l’una quando la situazione è precipitata. La donna è stata costretta con le spalle al muro mentre il compagno la colpiva con calci e la minacciava brandendo un coltello da macellaio.

In quei momenti drammatici, la 34enne – incinta da circa due mesi – si è ritrovata con una mano stretta al collo, mentre l’uomo continuava a intimidire e insultare.

Cacciata di casa in pigiama

Dopo l’aggressione, l’uomo avrebbe costretto la compagna a lasciare l’abitazione. La donna è stata cacciata fuori in piena notte, ancora in pigiama e ciabatte.

Dal balcone sono stati lanciati i suoi effetti personali: vestiti e una valigia gettati in strada. Alcuni indumenti, però, sono stati prima cosparsi di alcol e poi dati alle fiamme.

L’incendio e l’auto distrutta

I panni incendiati sono stati lanciati dal balcone e le fiamme hanno finito per coinvolgere e distruggere l’auto di una persona completamente estranea alla vicenda.

L’allarme è stato lanciato al 112 e sul posto sono intervenuti in pochi minuti i carabinieri della stazione di Gragnano.

I militari hanno bloccato il 34enne, che è stato arrestato. Dovrà rispondere delle accuse di maltrattamenti in famiglia, minaccia aggravata e danneggiamento seguito da incendio.

La donna, nonostante la violenza subita, non ha riportato lesioni.

Amianto nello stabilimento di Pozzuoli, il Tribunale ordina il ricalcolo della pensione a un ex operaio

Dopo anni di battaglie giudiziarie arriva una svolta per un ex operaio che per circa vent’anni ha lavorato in un ambiente contaminato dall’amianto. Il Tribunale del lavoro di Napoli ha stabilito che l’Inps dovrà ricalcolare la sua pensione tenendo conto del riconoscimento della malattia professionale legata all’esposizione alle fibre nocive.

Protagonista della vicenda è Claudio Lo Moriello, ex dipendente dello stabilimento Gecom di Pozzuoli, dove ha lavorato per anni in condizioni segnate dalla presenza di polveri e fibre di amianto. La sentenza riconosce che i benefici previdenziali possono essere rivalutati anche dopo il pensionamento, qualora emergano nuovi elementi come appunto la certificazione della malattia professionale.

Il caso giudiziario si è protratto per molto tempo e ha coinvolto anche altri lavoratori dello stesso stabilimento. In una prima fase alcuni operai avevano ottenuto il riconoscimento dei benefici previdenziali collegati all’esposizione all’amianto, ma successivamente quella decisione era stata ribaltata in appello con la revoca delle agevolazioni già concesse.

Una situazione che aveva portato anche a richieste di restituzione delle somme percepite, aggravando ulteriormente la condizione di chi aveva già pagato con la propria salute gli anni trascorsi in ambienti contaminati.

A commentare la decisione è Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto e legale del lavoratore, che ha parlato di una sentenza importante. Secondo Bonanni si tratta della conclusione di una vicenda giudiziaria lunga e dolorosa che finalmente restituisce giustizia ai lavoratori esposti alla cosiddetta fibra killer.

L’auspicio è che il pronunciamento possa rappresentare un precedente significativo anche per altri operai della Gecom e per tutti coloro che hanno lavorato in contesti simili. Il principio ribadito dalla sentenza è chiaro: chi ha subito danni alla salute a causa dell’amianto ha diritto non solo al riconoscimento della malattia professionale, ma anche a una piena tutela previdenziale.

Napoli, protesta dei genitori all’istituto Alberto Mario: bambini a casa e sit-in davanti alla scuola

Genitori in protesta e bambini rimasti a casa per denunciare una situazione che definiscono ormai insostenibile. È accaduto a Napoli davanti all’istituto comprensivo Alberto Mario, dove decine di famiglie hanno organizzato un sit-in per contestare quella che ritengono una cattiva gestione della scuola.

Durante la manifestazione sono stati esposti anche manifesti funebri simbolici, utilizzati come forma di protesta per rappresentare il “funerale” della scuola pubblica, secondo quanto spiegato dagli stessi genitori. L’iniziativa è stata accompagnata dalla decisione di non mandare i figli a lezione, nel tentativo di attirare l’attenzione delle istituzioni sulla situazione dell’istituto.

Le famiglie parlano di problemi gestionali, organizzativi e relazionali che da mesi peserebbero sulla vita scolastica. In un documento sottoscritto da numerose mamme viene sottolineato come le criticità siano ormai tali da rendere necessari interventi immediati.

Secondo i genitori, la situazione avrebbe raggiunto livelli paradossali. Alcune famiglie raccontano di essere costrette a contribuire personalmente anche per le spese più basilari. «Siamo arrivati ad autotassarci e a portare da casa persino la carta igienica», racconta una delle madri presenti al presidio.

Tra le problematiche segnalate c’è anche il commissariamento del Consiglio d’istituto e una situazione interna resa ancora più complicata dalle dimissioni e dai trasferimenti di alcuni collaboratori della dirigenza scolastica. Circostanze che, secondo le famiglie, rischiano di compromettere il regolare svolgimento dell’anno scolastico per gli alunni della scuola primaria e secondaria di primo grado.

Con la protesta le famiglie chiedono un intervento immediato delle autorità competenti. Nel documento diffuso durante il sit-in i genitori si appellano agli uffici scolastici affinché vengano effettuate verifiche sulla reale condizione dell’istituto e siano adottate misure urgenti per ristabilire un funzionamento regolare della scuola.

Torre Annunziata piange Sofia Milillo, morta a 10 anni: il commosso saluto della sua scuola

Torre Annunziata si stringe nel dolore per la morte di Sofia Milillo, una bambina di appena dieci anni sconfitta da una grave malattia. La notizia ha colpito profondamente la comunità scolastica del plesso Pascoli-Siani, dove la piccola frequentava la quinta elementare e dove in pochi mesi era riuscita a conquistare tutti con il suo sorriso e la sua energia.

Sofia era arrivata nella scuola all’inizio dell’anno scolastico, portando con sé un carattere solare e una simpatia contagiosa. Figlia di una famiglia di origine siciliana residente nella città oplontina, parlava con un mix di dialetto napoletano e siciliano che faceva sorridere compagni e insegnanti. In poco tempo era diventata una presenza amata da tutti.

Dietro quell’allegria, però, si nascondeva una battaglia difficile. La bambina affrontava da tempo una malattia che spesso la costringeva a lunghi ricoveri e a frequenti assenze da scuola. Nonostante le cure e le difficoltà, quando riusciva a tornare in classe lo faceva sempre con il sorriso, cercando di vivere con leggerezza i momenti insieme ai compagni.

Da qualche giorno il suo banco è rimasto vuoto. La malattia ha avuto la meglio e Sofia se n’è andata troppo presto, lasciando un vuoto profondo tra amici, insegnanti e familiari. In queste ore la comunità scolastica e l’intera città si stanno stringendo attorno alla famiglia con un grande abbraccio di solidarietà.

Per sostenere i genitori è stata avviata anche una raccolta fondi destinata ad aiutare la famiglia nell’organizzazione del funerale e a consentire il ritorno della salma in Sicilia, terra d’origine dei genitori, dove la bambina riposerà per sempre. La dirigente scolastica Daniela Flauto ha voluto affidare ai social un messaggio di vicinanza e gratitudine: la comunità dell’istituto Pascoli-Siani ha ringraziato genitori, docenti, personale scolastico e tutti coloro che hanno contribuito alla raccolta fondi per accompagnare Sofia nel suo ultimo viaggio verso la Sicilia.

A raccontare davvero cosa abbia rappresentato la bambina per i suoi compagni sono però le parole scritte da loro sul giornalino della scuola. «Cara Sofia, non ci sono parole per descrivere il vuoto che hai lasciato. Un vuoto grande come il cielo. Sei arrivata nella nostra scuola a settembre e sei stata un dono prezioso, un raggio di luce che ha illuminato le nostre vite anche se per troppo poco tempo». I bambini ricordano il suo sorriso, la risata pronta e quell’accento siciliano che provava a insegnare agli amici tra una lezione e l’altra. «Ogni volta che guarderemo le stelle immagineremo te che giochi in un luogo pieno di pace, libera dal dolore».

Molti compagni hanno voluto dedicarle anche brevi poesie. C’è chi la ricorda come «una piccola creatura semplice e pura dal sorriso speciale» e chi la immagina ora «come una stella che brilla nel buio». Parole semplici ma cariche di affetto, capaci di raccontare il legame sincero che solo i bambini sanno costruire. Tra i corridoi della scuola resta il ricordo di una bambina solare, che nonostante la malattia non ha mai smesso di sorridere. Un ricordo che, come hanno scritto i suoi compagni, «resterà per sempre nei nostri cuori».

Orrore ad Afragola: abusi e torture su un giovane disabile, tre arresti

I Carabinieri della Stazione di Afragola hanno arrestato questa mattina tre persone, dando esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal GIP del Tribunale di Napoli Nord. Le accuse pesantissime, formulate su richiesta della Procura, delineano un quadro di brutale violenza: i tre sono gravemente indiziati di violenza sessuale di gruppo e atti persecutori aggravati.

Nel mirino del gruppo era finito un giovane del luogo affetto da disabilità, trasformato in un bersaglio a causa della sua vulnerabilità.

Un calvario di violenze e denigrazioni

Le indagini, supportate da attività tecniche e intercettazioni, hanno svelato una condotta criminale sistematica. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, gli indagati avrebbero agito in concorso, approfittando della condizione di fragilità della vittima per costringerla a subire ripetuti atti sessuali.

Ma l’orrore non si fermava agli abusi: per diversi mesi, il giovane è stato vittima di una vera e propria persecuzione. Il branco lo avrebbe sottoposto a continue aggressioni fisiche e verbali, condite da ingiurie, offese e atti denigratori volti a umiliarne la dignità. Per i tre si sono ora aperte le porte del carcere.

Addio a Enrica Bonaccorti, la conduttrice che entrò nel cuore degli italiani

Enrica Bonaccorti è morta oggi, giovedì 12 marzo, nella sua Roma. Aveva 76 anni. Pochi mesi fa aveva scelto di raccontare pubblicamente la sua malattia — un tumore al pancreas — condividendo con il suo pubblico le cure, i momenti più duri, le speranze. Al suo fianco, sempre, la figlia Verdiana. Una presenza discreta e costante, fino all’ultimo.

Da Savona al palcoscenico con Domenico Modugno

Nata a Savona nel 1949, Enrica Bonaccorti si avvicina al mondo dello spettacolo alla fine degli anni ’60, debuttando a teatro nella compagnia di Domenico Modugno e Paola Quattrini con lo spettacolo Mi è cascata una ragazza nel piatto. In quel periodo nasce anche la sua vocazione di paroliera: per Modugno scrive brani destinati a diventare classici, tra cui “Amara Terra Mia” e “La Lontananza”, testimonianze di un sodalizio artistico raro e fecondo.

Gli anni ’70 tra sceneggiati e cinema

Negli anni ’70 il suo nome inizia a legarsi alla televisione, con ruoli in sceneggiati RAI come La Pietra di Luna, Eleonora e L’Amaro Caso della Baronessa di Carini. Parallelamente non abbandona il cinema, dove compare in diverse produzioni del filone della commedia sexy, allora dominante nel panorama cinematografico italiano.

L’esplosione negli anni ’80: i Telegatti e il grande pubblico

Il salto verso la popolarità di massa arriva negli anni ’80. Dal 1983 al 1985 conduce Italia Sera nel preserale di Rai1, trasmissione che conquista un Telegatto. Poi arriva il momento che consacra definitivamente la sua figura: raccoglie l’eredità di Raffaella Carrà alla guida di Pronto, chi gioca?, ottenendo un successo inatteso. Il pubblico la premia. Arrivano un altro Telegatto e l’Oscar Tv come personaggio femminile dell’anno.

Il passaggio a Fininvest e i successi sulla rete rivale

Nel 1987, sulla scia di Carrà e Baudo, lascia la Rai per approdare a Fininvest, dove conduce su Canale 5 il varietà domenicale La Giostra e il preserale Ciao Enrica. L’anno seguente lancia “Cari Genitori”, game show dedicato alle famiglie che ottiene un buon riscontro di pubblico, tanto da guadagnarsi anche un’edizione estiva nel 1989.

Gli anni ’90: dal Tg5 a “Non è la Rai”

Negli anni ’90 inaugura la diretta delle reti Fininvest conducendo Non è la Rai, ritrovando Gianni Boncompagni e Irene Ghergo, già colleghi ai tempi di Pronto, chi gioca?. Il 6 gennaio 1992 è lei a dare la linea alla prima edizione del Tg5 delle 13, un momento storico per la televisione commerciale italiana. Alla fine del decennio torna in Rai, entrando nel cast de I Fatti Vostri su Rai2 accanto a Massimo Giletti.

Radio, animali e gli ultimi anni da opinionista

Parallelamente alla televisione, Bonaccorti si dedica alla radio conducendo due edizioni di Chiamate Roma 3131 su Radio2, esperienza che le vale nel 2018 il Microfono d’Oro alla carriera. Dal 2000 al 2006 è ospite fissa di Buona Domenica con Maurizio Costanzo, dove coltiva il suo amore per gli animali in uno spazio che diventerà poi la trasmissione autonoma Il Mio Migliore Amico.

Negli anni successivi alterna presenze da opinionista tra Rai e Mediaset, da Domenica Live a La Vita in Diretta, fino a Mattino Cinque e Storie Italiane. La sua ultima esperienza televisiva risale al 2019, con il programma Ho Qualcosa da Dirti su Tv8.

Napoli, la strage dell’innocenza: se a impugnare la pistola è un quattordicenne

Napoli – C’è un dato, nel freddo bilancio del primo semestre 2025, che dovrebbe far tremare i polsi a chiunque abbia responsabilità politiche e civili in questo Paese: 27. È il numero dei minori arrestati o denunciati per omicidio a Napoli in soli sei mesi.

Per capire l’entità della deriva, basta un confronto: in mezzo anno si è quasi raggiunto il totale dell’intero 2024 (28 casi) e si è più che doppiato il dato del 2019. Non è più un’emergenza; è una mutazione genetica del tessuto sociale.

L’impennata del sangue e il culto del ferro

Il rapporto “Dis(armati)” di Save the Children non si limita a contare i morti, ma scatta una radiografia spietata di una gioventù che ha eletto le armi a unico strumento di affermazione. Oltre agli omicidi, terrorizza il dato sul porto abusivo di armi: 73 minorenni fermati in sei mesi. Dal 2014 a oggi, i casi sono più che raddoppiati.

Napoli non è sola in questa statistica — Milano e Roma seguono a ruota — ma qui il fenomeno assume contorni sinistri. Nei vicoli della Sanità o tra i palazzi dei Quartieri Spagnoli, la soglia dello scontro si è alzata. Non si litiga più: si spara. Non si discute: si accoltella. La violenza non è più l’extrema ratio, ma il linguaggio primario di ragazzi che sembrano aver smarrito il senso del valore della vita, propria e altrui.

Soldati a basso costo: il cinismo dei clan

Perché sta succedendo? La risposta risiede in un mix letale di cinismo criminale e vuoto istituzionale. Le organizzazioni criminali hanno capito che il “materiale umano” adolescente è il più vantaggioso sul mercato del crimine. Un ragazzino di 14 o 15 anni costa meno di un affiliato adulto, garantisce una presenza costante sul territorio e, soprattutto, espone meno i vertici alle conseguenze giudiziarie più gravi.

Vengono arruolati come carne da macello, illusi da guadagni facili e da una narrazione di potenza che viaggia veloce sui social media, dove la pistola diventa un accessorio di moda e la prigione un grado accademico da esibire con orgoglio.

Il fallimento della sola via punitiva

Di fronte a questo scenario, la risposta dello Stato si è spesso arroccata sul binario del controllo. Il Decreto Caivano, pur nascendo da un’esigenza di fermare l’illegalità diffusa, sta mostrando il fianco: la permanenza prolungata dei minori nel sistema penale, senza un adeguato supporto educativo, rischia di trasformare le carceri minorili in “accademie del crimine” piuttosto che in luoghi di riabilitazione.

Come sottolineato da Antonella Inverno di Save the Children, l’approccio puramente emergenziale e punitivo è destinato a fallire se non viene accompagnato da un “cambio di prospettiva”. La violenza giovanile si nutre di solitudine, di piazze di spaccio che sostituiscono le piazze di aggregazione, di scuole che cadono a pezzi e di famiglie fragili.

Napoli sta gridando aiuto attraverso i proiettili dei suoi figli più piccoli. Per disarmarli non basteranno le manette; servirà restituire loro un motivo per credere che il futuro possa essere qualcosa di diverso da un faldone in tribunale o un manifesto funebre su un muro di tufo.

Scarichi abusivi nel mare del Litorale Domizio: sequestrata tubazione sulla spiaggia di Levagnole

Sessa Aurunca – Una tubazione sospetta, probabilmente collegata a scarichi illegali di acque reflue, è stata scoperta e posta sotto sequestro sulla spiaggia libera di località Levagnole, al confine tra i comuni di Sessa Aurunca e Mondragone, sul Litorale Domizio.

L’intervento è scattato nei giorni scorsi a seguito della comparsa del tubo sulla battigia, resa evidente dalle recenti mareggiate che ne hanno riportato alla luce una porzione significativa.

Sul posto è immediatamente intervenuta un’operazione coordinata che ha visto in campo la Polizia Provinciale di Caserta, la Guardia Costiera di Mondragone, la Polizia Municipale di Sessa Aurunca, i tecnici dell’Arpac Campania e il Settore Ambiente del Comune.

Accertamenti in corso per risalire alla fonte inquinante

L’operazione, disposta dall’Autorità giudiziaria, rientra nel più ampio piano di controlli ambientali intensificati dalla Provincia di Caserta sul litorale domizio, su precisa indicazione del presidente Anacleto Colombiano.

Durante il sopralluogo sono stati effettuati campionamenti delle acque e verifiche tecniche per determinare la natura e l’origine degli eventuali sversamenti.Al momento la tubazione resta sotto sequestro.

Si attendono gli esiti delle analisi Arpac per stabilire se si tratti effettivamente di uno scarico abusivo di reflui fognari o di altro tipo di effluente, e per identificare i responsabili dell’allaccio illegale.

Rischio per la balneazione e l’ambiente marino

Il tubo si trova proprio al centro di un tratto di spiaggia libera molto frequentato nei mesi estivi da turisti e residenti. La presenza di uno scarico non autorizzato direttamente a mare rappresenta una grave minaccia per la qualità delle acque di balneazione e per l’ecosistema del Golfo di Gaeta.Le ipotesi di reato al vaglio della magistratura comprendono:

scarico illecito di acque reflue in ambiente marino
abbandono e deposito incontrollato di rifiuti sul suolo e nelle acque
ulteriori violazioni previste dal Testo Unico Ambientale (D.Lgs. 152/2006)

Una volta completati gli accertamenti, è prevista la rimozione della tubazione per eliminare il pericolo di inquinamento.L’episodio riaccende i riflettori sulla necessità di controlli costanti e stringenti lungo tutto il Litorale Domizio, da anni alle prese con criticità ambientali legate a scarichi abusivi, depurazione insufficiente e abusi edilizi.

P.B.

Bacoli, chiede il pizzo all’imprenditore: i carabinieri lo filmano col drone e lo arrestano

Bacoli, estorsione al cantiere: i carabinieri osservano la scena col drone. Arrestato 31enne
Il pizzo al cantiere

L’estorsione, il “pizzo”, non conosce tempo né contesto. Anche un cantiere impegnato nella realizzazione di alloggi di edilizia residenziale può trasformarsi nel bersaglio di richieste di denaro accompagnate da minacce.

È quanto accaduto a Bacoli, dove un imprenditore sarebbe stato costretto a consegnare 5mila euro a un uomo che pretendeva il pagamento con il classico metodo intimidatorio riconducibile alla criminalità organizzata.

La richiesta e la consegna del denaro

A presentarsi davanti al titolare dell’impresa è stato Luca Carannante, 31 anni, già noto alle forze dell’ordine. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, l’uomo avrebbe avanzato una richiesta precisa: 5mila euro in cambio di “tranquillità” per il cantiere.
Una richiesta accompagnata da minacce, secondo uno schema consolidato nelle dinamiche estorsive.

Il drone dei carabinieri

Ma quella consegna era sotto osservazione. I carabinieri del Nucleo Investigativo di Napoli stavano monitorando la scena a distanza, utilizzando un drone che sorvolava l’area del cantiere.
Dall’alto i militari hanno seguito l’intera sequenza: l’incontro, il passaggio del denaro e i movimenti dell’uomo subito dopo lo scambio.

Il blitz e l’arresto

Carannante non ha fatto in tempo ad allontanarsi. I carabinieri sono intervenuti immediatamente bloccandolo e recuperando l’intera somma appena consegnata dall’imprenditore.

Per il 31enne sono scattate le manette con l’accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso.

In carcere in attesa di giudizio

Dopo l’arresto l’uomo è stato trasferito in carcere, dove resta a disposizione dell’autorità giudiziaria. Il denaro è stato restituito.
L’indagato è ora in attesa di giudizio, mentre proseguono gli accertamenti degli investigatori.

«Napolimport» al CortéSe: Gianfranco Gallo racconta i napoletani per amore

Prosegue con rinnovato slancio la settima stagione del Teatro CortéSe, lo spazio scenico dei Colli Aminei che, sotto la direzione sensibile e appassionata di Anna Sciotti e con il lavoro dell’Ente A.R.T.I. Teatro e Musica APS, insieme alla consulenza artistica di Giuseppe Giorgio, coltiva un cartellone vivo, attento alle suggestioni e profondamente radicato nella cultura partenopea.

Nel week‑end il palcoscenico di viale del Capricorno ospita Gianfranco Gallo con “Napolimport – De Sica, Dalla, Vecchioni & co.”, spettacolo in scena sabato alle ore 21.00 e domenica 15 marzo alle 18.00.

Napoli, città d’importazione

Il titolo “Napolimport” suona già come un piccolo manifesto poetico. Napoli, metropoli sempre pronta a farsi amare con una forza magnetica, non appartiene soltanto a chi vi nasce. Si lascia conquistare anche da chi la sceglie, la sogna, la canta, pur essendo nato altrove.

È proprio questa idea di “napoletano d’importazione” al centro del racconto di Gallo: un approdo affettivo, non biologico, che restituisce una delle immagini più autentiche dell’anima partenopea.

Parola, musica e memoria condivisa

Nel suo stile ormai riconoscibile, incrociato di ironia, malinconia e improvvisi lampi narrativi, Gianfranco Gallo costruisce un viaggio teatrale in cui parola e musica procedono a braccetto, come compagne di strada che si conoscono da sempre.

Quando i due linguaggi si incontrano, il teatro si trasforma da semplice rappresentazione a memoria condivisa, a racconto vivo che si appoggia sui sentimenti, sui ricordi, sulle emozioni del pubblico.

Da De Sica a Maradona, gli innamorati della città

Sul palco del CortéSe si affacciano figure che hanno intrecciato il proprio destino con quello di Napoli: da Vittorio De Sica a Lucio Dalla, da Roberto Vecchioni a Francesco De Gregori, fino al canto universale di Domenico Modugno.

Poi, come un’ombra che ancora pulsa nella memoria collettiva, l’indimenticabile Diego Armando Maradona: icona dello sport ma, soprattutto, simbolo di un amore per Napoli quasi viscerale, appassionato, totale.

Porti d’anima e addii che non si consumano

Nel racconto di Gallo, tra musica, parole e ricordi che si rincorrono sul filo dell’emozione, Napoli diventa un porto dell’anima, un approdo dove chi arriva, prima o poi, finisce per restare.
A volte non nelle case, ma nei cuori. E proprio lì, in quelle radici affettive, si nasconde la vera forza di una città che continua a sedurre chi la sceglie per amore.

Sognava un posto fisso nella Finanza, truffa da 70mila euro, a giudizio padre di noto influencer

Santa Maria Capua Vetere – La speranza di un lavoro sicuro, una divisa e uno stipendio statale. Sogni infranti davanti alla cruda realtà di un raggiro da manuale, orchestrato – secondo l’accusa – da un professionista che avrebbe tradito la fiducia di chi cercava solo un futuro.

A finire sul banco degli imputati è Domenico Tartaglione, 63enne avvocato di Marcianise, noto anche per essere il padre del celebre influencer nazionale Pietro Tartaglione.

Il legale dovrà rispondere di truffa aggravata dinanzi al Presidente della Terza Sezione Penale del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, la Dott.ssa Luciana Crisci. La richiesta di rinvio a giudizio, avanzata dal Pubblico Ministero Dott.ssa Maria Alessandra Pinto, contesta all’imputato anche la recidiva, in un quadro accusatorio che parla di un danno patrimoniale di rilevante entità ai danni di più persone.

Il meccanismo della truffa: “Conosco gente al Ministero”

Secondo quanto emerso dall’inchiesta coordinata dal Commissariato di P.S. di Marcianise, Tartaglione avrebbe messo in piedi una messinscena perfetta. Presentandosi come avvocato iscritto all’Ordine di Santa Maria Capua Vetere con studio in via Novelli, millantava presunte e influenti amicizie ai piani alti: niente meno che al Ministero dell’Economia e delle Finanze (M.E.F.) e all’interno della Guardia di Finanza.

L’esca era semplice e crudele: la promessa di un’assunzione diretta nel Corpo o in centri di elaborazione dati legati alla pubblica amministrazione. Per questo pacchetto di illusioni, le vittime erano disposte a pagare profumatamente.

Il giorno della firma fantasma e i soldi spariti

Il culmine della messinscena è fissato al 20 gennaio 2023. In quella data, Tartaglione avrebbe convinto i malcapitati a presentarsi a Napoli, presso il Comando della Guardia di Finanza o al Centro Direzionale, per la sottoscrizione definitiva dei contratti. Un appuntamento che si rivelò una trappola: i contratti, ovviamente, non esistevano.

Ma il danno economico era già stato fatto. Le indagini hanno quantificato un bottino complessivo vicino ai 70mila euro, suddiviso in diverse tranche:

G.F. avrebbe versato 20.000 euro in dieci titoli bancari nel corso del 2019.
A.A. sarebbe stata spennata per 28.000 euro, in contanti e bonifici, tra il 2019 e il 2021.
C.S. avrebbe consegnato 20.000 euro in contanti tra fine 2020 e primavera 2021.

Per A.P. , infine, la leva non era un’assunzione diretta, ma la promessa di una corretta gestione della pratica di fallimento del compagno, che Tartaglione stava seguendo. Un modo per garantirsi la continuità del rapporto professionale.

Le parti offese sono assistite dagli avvocati Gaetano e Raffaele Crisileo. Ora spetterà all’udienza predibattimentale fare piena luce su una vicenda che ha lasciato sul campo solo vittime e cocenti delusioni.

Folle corsa tra Monte di Procida e Bacoli: presi in 4, c’è anche il super latitante dei furti in villa

Monte di Procida – Una mattinata di ordinario pattugliamento si è trasformata in una scena da action movie sulle strade dell’area flegrea. L’arroganza di chi si crede intoccabile, lo stridio delle gomme sull’asfalto, le sirene spiegate e, infine, le manette ai polsi.

È il bilancio di una brillante operazione condotta dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Napoli e della Compagnia di Pozzuoli, che ha portato all’arresto di quattro pluripregiudicati e alla caduta di un latitante di spicco.

Tutto ha inizio a mattinata inoltrata a Monte di Procida, nella frazione di Cappella. I militari notano una Fiat 500x nera con quattro uomini a bordo. L’atteggiamento è spavaldo, gli sguardi troppo nervosi all’incrocio con la “gazzella” dell’Arma. Un sospetto che basta a far scattare l’alt. Ma la 500x non accosta: il guidatore schiaccia il piede sull’acceleratore.

L’inseguimento da film fino al Fusaro

Inizia così una folle corsa lunga tre chilometri tra i centri abitati. La Fiat taglia le curve, svolta a sinistra, poi bruscamente a destra, ignorando ogni regola del Codice della Strada nella disperata speranza di seminare i militari. Ma i Carabinieri non mollano la presa e restano incollati al paraurti dei fuggitivi.

La corsa cieca della 500x imbocca via Fusaro, a Bacoli. È qui che scatta la trappola: a sbarrare la strada c’è una seconda pattuglia dell’Arma, posizionata in modo da chiudere ogni via di fuga. Chi è alla guida della vettura nera tenta l’ultima, disperata manovra: freno a mano tirato di colpo, un testa-coda sull’asfalto per invertire la marcia, ma lo spazio non c’è. L’auto è costretta a fermarsi.

Fuga a piedi e caccia all’uomo

L’imbuto di via Fusaro non basta a placare l’istinto di fuga. Le portiere si spalancano simultaneamente: i quattro schizzano fuori dall’abitacolo come schegge impazzite, pronti a dileguarsi a piedi.

I riflessi pronti dei Carabinieri permettono di placcarne due sull’istante. Gli altri due corrono in direzioni opposte. Uno cerca rifugio inoltrandosi a perdifiato per i vicoli di Bacoli, ma viene raggiunto e immobilizzato poco dopo. Il quarto uomo, che in un primo momento sembrava essersi volatilizzato come un fantasma, viene rintracciato al termine di una rapida battuta di caccia all’uomo nelle campagne circostanti, scovato da un’altra gazzella giunta in supporto.

Il kit del “perfetto” scassinatore

Perché tanta fretta di scappare? La risposta arriva dalla perquisizione del veicolo, che si rivela un vero e proprio arsenale per i furti d’appartamento di altissimo livello.

Nel bagagliaio, i militari trovano un kit da scasso da far invidia a professionisti del settore: una smerigliatrice, due pesanti pali in ferro, un passamontagna e, soprattutto, strumenti da “chirurghi” della serratura.

Spiccano infatti ben 14 chiavi universali per porte blindate e 4 famigerate chiavi “topolino” (strumenti capaci di decodificare e aprire senza effrazione le serrature a cilindro europeo di ultima generazione). Ad aggravare il quadro, e a suggerire l’inquietante ipotesi di finti posti di blocco per rapinare o truffare gli automobilisti, il ritrovamento di una paletta segnaletica con lo stemma della viabilità del Comune di Napoli.

La caduta del latitante

Una volta portati in caserma per l’identificazione, i pezzi del puzzle si incastrano rivelando il vero motivo di quella fuga disperata. Insieme a Luca Orsetti (31 anni), Luca Di Fraia (27 anni) e Daniele Innocente (23 anni) – per i quali sono scattati gli arresti domiciliari con l’accusa di fuga pericolosa e favoreggiamento – c’era un “pesce grosso”.

Il quarto uomo è Gennaro Rizzo, 45 anni. Non un semplice ladro, ma un latitante di lungo corso. Rizzo era diventato un fantasma dall’ottobre scorso, quando era riuscito a sfuggire a un mandato di cattura del Tribunale di Velletri.

Lo scorso gennaio, poi, aveva bissato la fuga eludendo l’imponente blitz del Nucleo Investigativo (ordinato dal Tribunale di Napoli Nord) che aveva smantellato una gang di 38 persone, dedita ad associazione per delinquere, ricettazione e truffe, specializzata nel ripulire le ville di mezza Italia.

La sua corsa, protetta fino all’ultimo dai tre complici, si è infranta contro i lampeggianti blu in via Fusaro. Per lui si sono aperte direttamente le porte del carcere di Poggioreale.