

Elisabetta Polcino e Salvatore Ocone
È arrivata nel giorno simbolico del primo anniversario della strage la sentenza nei confronti di Salvatore Ocone, il 59enne di Paupisi accusato di aver ucciso la moglie Elisa Polcino, 49 anni, e il figlio Cosimo, 15 anni, e di aver gravemente ferito l’altra figlia, Antonia.
La Corte d’Assise di Benevento ha pronunciato la condanna all’ergastolo, accogliendo la richiesta formulata dal procuratore di Benevento Nicola D’Angelo. Per Ocone sono stati disposti anche otto mesi di isolamento diurno.
Sul piano risarcitorio, secondo quanto riferito nelle prime informazioni sulla sentenza, sono stati riconosciuti 80mila euro alla figlia Antonia e 50mila euro all’altro figlio Mario, che il 30 settembre 2025 non si trovava nell’abitazione di famiglia.
Il verdetto arriva dopo un processo nel quale uno dei passaggi centrali era stato quello relativo alle condizioni psichiche dell’imputato.
La tragedia si consumò all’interno dell’abitazione della famiglia a Paupisi, nel Beneventano.
Secondo la ricostruzione investigativa e gli accertamenti medico-legali, Ocone avrebbe utilizzato una grossa pietra del peso di circa 12 chilogrammi, prelevata dal giardino della casa. Con quella avrebbe colpito la moglie Elisa, mentre si trovava a letto.
Le autopsie stabilirono che la donna e il figlio Cosimo morirono per le gravissime lesioni riportate alla testa. Gli accertamenti medico-legali ricostruirono inoltre modalità differenti dell’aggressione: Elisa sarebbe stata colpita nel sonno, mentre Cosimo venne aggredito successivamente, quando era sveglio. Anche Antonia venne colpita e riportò lesioni gravissime.
Dopo la strage, Ocone lasciò Paupisi a bordo della propria automobile portando con sé i due figli.
Sul sedile posteriore dell’auto si trovavano Cosimo, ormai senza vita, e Antonia, ancora agonizzante. La fuga terminò nelle campagne di Ferrazzano, in provincia di Campobasso, dopo una caccia all’uomo durata diverse ore.
L’auto venne individuata anche grazie all’intervento di un elicottero dei carabinieri. Ocone fu quindi arrestato e trasferito in carcere. Durante l’interrogatorio ammise le proprie responsabilità e venne formalmente accusato di duplice omicidio aggravato, tentato omicidio e sequestro di persona.
Gli accertamenti successivi contribuirono a definire il quadro della tragedia. La pietra utilizzata per colpire le vittime venne sequestrata e sottoposta agli accertamenti. Le autopsie, eseguite dal medico legale Francesco La Sala e dagli altri specialisti incaricati dalla Procura, evidenziarono lesioni craniche compatibili con la violenza dei colpi.
Per Elisa fu ricostruito un unico colpo devastante alla testa. Analoghe lesioni furono riscontrate sul corpo del figlio Cosimo, la cui morte sarebbe avvenuta in tempi molto rapidi.
Al centro della vicenda è rimasta anche la storia di Antonia, unica superstite della strage. La ragazza venne trasferita inizialmente in ospedale in condizioni disperate e successivamente ricoverata al Neuromed di Pozzilli, dove affrontò un lungo percorso di cure e riabilitazione.
Per mesi le sue condizioni rimasero estremamente delicate. Poi, nel marzo 2026, arrivò la notizia del ritorno a casa, dopo circa sei mesi trascorsi nelle strutture sanitarie. Antonia era così diventata l’unica superstite diretta della tragedia familiare.
Il 10 ottobre 2025 Paupisi si fermò per l’ultimo saluto a Elisa e Cosimo.
I funerali si svolsero nella chiesa di Santa Maria del Bosco, con la proclamazione del lutto cittadino. Centinaia di persone parteciparono alle esequie. L’arcivescovo di Benevento Felice Accrocca, durante l’omelia, rivolse un appello perché tragedie simili non si ripetessero.
Fu il primo momento collettivo di elaborazione di una tragedia che aveva sconvolto non soltanto la famiglia, ma l’intera comunità del piccolo centro sannita.
Sul fronte giudiziario, il procedimento ha imboccato rapidamente la strada del dibattimento.
Nel marzo 2026 il gip del Tribunale di Benevento dispose il giudizio immediato nei confronti di Ocone. L’udienza venne fissata davanti alla Corte d’Assise presieduta da Sergio Pezza.
Il processo si è aperto il 20 maggio 2026.La difesa, rappresentata dall’avvocato Giovanni Santoro, aveva chiesto una perizia psichiatrica per accertare le condizioni dell’imputato sia al momento dei fatti sia rispetto alla sua capacità di affrontare il processo.
La Corte accolse la richiesta. Il nodo della capacità di intendere e di volere.È stato questo uno dei punti decisivi del processo.
La difesa aveva sostenuto la presenza di una condizione psicopatologica, mentre la Procura aveva già acquisito una consulenza secondo la quale Ocone era capace di intendere e di volere al momento dei fatti.
La perizia disposta dalla Corte è stata affidata a Vincenzo Scarallo, dirigente medico e psichiatra del Cotugno di Napoli.
La relazione, depositata nel settembre scorso, ha riconosciuto elementi di alterazione della realtà, deliri e allucinazioni, ma ha concluso che i principali parametri funzionali dell’imputato erano conservati. La conclusione del perito è stata quindi per la capacità di intendere e di volere al momento della strage e per la capacità di stare coscientemente in giudizio.
Nel corso dei colloqui con il perito, Ocone aveva fornito una propria spiegazione dell’accaduto.
Aveva sostenuto di aver ucciso la moglie perché la riteneva «posseduta dal demonio» e aveva collegato anche l’aggressione ai figli a una necessità di proteggerli.
Durante l’esame in aula, però, lo psichiatra Scarallo ha spiegato di non aver riscontrato elementi tali da dimostrare una compromissione della capacità di intendere e di volere al momento dei fatti. Secondo quanto riferito in aula dal perito, l’uomo avrebbe agito in un contesto di rabbia e paura per il futuro dei figli, mentre le dichiarazioni di carattere delirante sarebbero emerse successivamente.
Il 30 settembre 2026, a un anno esatto dalla notte di Paupisi, è arrivato il momento della discussione finale.
La Procura ha chiesto l’ergastolo. La difesa ha invece insistito sulla vulnerabilità psicologica dell’imputato e sugli elementi relativi alla sua storia clinica.
La Corte, al termine della camera di consiglio, ha pronunciato la condanna all’ergastolo, aggiungendo otto mesi di isolamento diurno.
La sentenza rappresenta il primo punto fermo giudiziario su una vicenda che, dal 30 settembre 2025, ha attraversato indagini, autopsie, perizie, un giudizio immediato e un dibattimento concentrato soprattutto sull’accertamento delle condizioni psichiche dell’imputato.
Resta il peso di una tragedia familiare nella quale hanno perso la vita una madre e un ragazzo di appena 15 anni, mentre una figlia, dopo mesi di cure, è riuscita a sopravvivere.
La condanna, naturalmente, è quella pronunciata in primo grado e potrà essere sottoposta ai successivi gradi di giudizio.
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