

Nell'immagine, un dettaglio legato alla vicenda.
Per decenni è bastato pronunciare la parola “UFO” per essere immediatamente confinati nel territorio del folklore, delle teorie più estreme o della fantascienza.
Chi raccontava di aver visto qualcosa di insolito nel cielo veniva spesso accolto con ironia. Piloti, militari e osservatori qualificati hanno più volte raccontato di aver esitato a segnalare determinati episodi proprio per paura delle conseguenze sulla propria reputazione.
Oggi, però, qualcosa è cambiato.
Non perché sia stata dimostrata l’esistenza di astronavi extraterrestri.
Non perché qualcuno abbia finalmente mostrato al mondo un velivolo proveniente da un altro pianeta.
Ma perché istituzioni scientifiche e militari che fino a pochi anni fa trattavano l’argomento con enorme prudenza hanno iniziato a riconoscere pubblicamente una realtà molto più semplice:
esistono fenomeni osservati nei nostri cieli che, in alcuni casi, non siamo ancora in grado di identificare con certezza.
Ed è forse questa la vera rivoluzione.
Oggi viene utilizzata soprattutto la sigla UAP, Unidentified Anomalous Phenomena, cioè fenomeni anomali non identificati.
Il cambio di terminologia è importante perché elimina almeno in parte un’associazione che per decenni ha condizionato l’intero dibattito:
UFO uguale extraterrestre.
Non è così.
Un UAP è qualcosa che viene osservato ma che, almeno inizialmente, non trova una spiegazione soddisfacente.
Potrebbe essere un pallone.
Un drone.
Un satellite.
Un aeromobile convenzionale.
Un fenomeno atmosferico.
Un errore del sensore.
Oppure qualcosa che rimane non identificato perché i dati raccolti non sono sufficienti.
La NASA nel 2022 ha istituito un gruppo indipendente per studiare proprio come affrontare scientificamente il fenomeno. Il rapporto finale è stato pubblicato nel settembre 2023 e l’Agenzia ha successivamente istituito una funzione dedicata alla ricerca sugli UAP. L’obiettivo dichiarato non è dimostrare l’esistenza di visitatori extraterrestri, ma migliorare la qualità dei dati e applicare il metodo scientifico a osservazioni che ancora non trovano spiegazione.
Già questo rappresenta un cambiamento culturale enorme.
La NASA ha inoltre riconosciuto apertamente che lo stigma legato agli UAP ha rappresentato un problema per la ricerca. Nel rapporto indipendente viene raccontato persino che alcuni scienziati coinvolti nel gruppo hanno ricevuto critiche e derisione da colleghi soltanto per essersi occupati dell’argomento.
Questo dovrebbe farci riflettere.
Perché la scienza dovrebbe essere precisamente il luogo nel quale una domanda può essere posta senza paura, purché si accetti poi la risposta dei dati.
La parte forse più interessante del fenomeno contemporaneo riguarda la qualità di alcune osservazioni.
Per decenni l’immaginario UFO è stato associato al cittadino che osserva una luce lontana nel cielo.
Oggi molti episodi vengono invece discussi perché coinvolgono piloti militari, radar, telecamere infrarosse, sensori elettro-ottici e sistemi progettati precisamente per individuare e seguire oggetti nello spazio aereo.
Questo non significa che ciò che viene registrato sia necessariamente straordinario.
Al contrario.
La disponibilità di strumenti migliori permette spesso di spiegare ciò che inizialmente appariva inspiegabile.
Il problema nasce quando, anche dopo l’analisi, alcuni episodi rimangono irrisolti oppure quando semplicemente mancano informazioni sufficienti per stabilire cosa sia stato realmente osservato.
NASA continua a precisare che, allo stato attuale, non esistono dati scientifici che dimostrino che gli UAP siano tecnologie extraterrestri. Il problema principale rimane proprio la qualità insufficiente delle informazioni disponibili in molti casi.
Ed è importante dirlo chiaramente.
Perché “non identificato” non significa “alieno”.
Ma è altrettanto scorretto trasformare automaticamente “non identificato” in “non esiste nulla da studiare”.
Forse per decenni abbiamo sbagliato domanda.
La domanda non dovrebbe essere:
“Gli extraterrestri stanno visitando la Terra?”
La domanda scientificamente corretta dovrebbe essere:
“Che cosa stiamo osservando?”
Sembra una differenza minima.
In realtà cambia tutto.
Perché permette di affrontare l’argomento senza dover scegliere preventivamente tra due estremi.
Da una parte chi vede extraterrestri dietro qualsiasi luce.
Dall’altra chi considera ridicolo persino studiare il fenomeno.
La posizione realmente scientifica dovrebbe essere un’altra:
analizzare.
Misurare.
Confrontare.
Escludere progressivamente le spiegazioni convenzionali.
E soltanto alla fine chiedersi cosa rimanga.
Qui entriamo nel territorio più interessante.
Negli anni alcuni piloti hanno descritto oggetti apparentemente capaci di accelerazioni improvvise, cambiamenti di direzione rapidissimi, assenza visibile di superfici aerodinamiche o sistemi di propulsione e comportamenti difficili da conciliare con i velivoli conosciuti.
Il problema è dimostrare che queste caratteristiche siano realmente quelle dell’oggetto e non il risultato della prospettiva, del movimento del sensore, della parallasse, della distanza sconosciuta o di altri effetti.
Un video da solo difficilmente basta.
Servirebbero contemporaneamente radar, telemetria, immagini multispettrali, posizione del sensore, condizioni atmosferiche e possibilmente più sistemi indipendenti.
Ma immaginiamo che un giorno venga raccolto un caso di questo genere con dati inequivocabili.
Immaginiamo un oggetto capace realmente di accelerazioni incompatibili con i nostri aeromobili, senza un apparente sistema di propulsione e senza mostrare gli effetti che ci aspetteremmo dalle leggi dell’aerodinamica conosciuta.
A quel punto le possibilità diventerebbero enormemente interessanti.
Una tecnologia militare umana non conosciuta pubblicamente.
Un fenomeno naturale non ancora compreso.
Una nuova applicazione della fisica.
Oppure, come ipotesi estrema, una tecnologia di origine non umana.
L’ultima possibilità è certamente quella più affascinante.
Ma sarebbe anche quella che richiederebbe le prove più solide.
A questo punto nasce un’altra domanda.
Se oggi accettiamo almeno la possibilità che possano esistere fenomeni che non comprendiamo completamente, possiamo essere certi che qualcosa di simile non sia stato osservato anche dagli uomini del passato?
La storia delle civiltà antiche è piena di racconti di esseri provenienti dal cielo.
Carri luminosi.
Divinità che scendono dalle stelle.
Oggetti volanti.
Sfere di fuoco.
Creature celesti.
Entità che portano conoscenze agli uomini.
Sono racconti presenti in culture lontanissime tra loro.
Questo non significa naturalmente che siano testimonianze di visitatori extraterrestri.
L’archeologia e la storia delle religioni possiedono spiegazioni culturali, simboliche e mitologiche per gran parte di questi racconti.
Ma rimane una domanda affascinante:
che cosa avrebbe scritto un uomo di tremila anni fa se avesse realmente osservato una tecnologia che non poteva comprendere?
Probabilmente non avrebbe utilizzato parole come astronave, propulsione, plasma o campo elettromagnetico.
Avrebbe utilizzato le parole che conosceva.
Carro.
Fuoco.
Dio.
Stella.
Essere celeste.
Questa non è una prova.
È una possibilità interpretativa.
E come tutte le possibilità dovrebbe essere verificata attraverso archeologia, filologia e analisi dei reperti, non attraverso il desiderio di trovare conferme.
Per decenni il dibattito sugli UFO è rimasto intrappolato tra due posizioni estreme.
Credere a tutto.
Oppure non credere a nulla.
Probabilmente entrambe sono sbagliate.
Credere senza prove non è scienza.
Ma neppure decidere preventivamente che qualcosa non può esistere è scienza.
La storia della conoscenza dovrebbe averci insegnato almeno una cosa:
il confine di ciò che consideriamo possibile cambia continuamente.
Ed è qui che entra in gioco una riflessione ancora più affascinante.
Se guardiamo i film e i romanzi di fantascienza prodotti negli ultimi cento anni, troviamo una quantità impressionante di tecnologie che un tempo apparivano impossibili e che oggi fanno parte della nostra quotidianità.
Comunicazioni video istantanee.
Assistenti artificiali capaci di conversare.
Computer che riconoscono il linguaggio naturale.
Traduttori automatici.
Dispositivi portatili attraverso i quali accedere a una quantità quasi infinita di informazioni.
Schermi sottilissimi.
Robot autonomi.
Veicoli che guidano da soli.
Realtà virtuale.
Biometria.
Computer quantistici.
Alcune idee erano semplicemente estrapolazioni di tecnologie già esistenti.
Altre apparivano quasi assurde.
Eppure, decenni dopo, sono diventate realtà.
Uno degli esempi più affascinanti è Stargate.
Il film uscì nel 1994.
La storia raccontava la scoperta di un gigantesco anello artificiale di origine sconosciuta, capace di collegare due luoghi lontanissimi attraverso una sorta di portale.
L’idea venne successivamente sviluppata nella fortunatissima serie televisiva Stargate SG-1, iniziata nel 1997, e poi in Stargate Atlantis.
Nell’universo narrativo della serie lo Stargate consente di creare collegamenti tra pianeti differenti attraverso un wormhole.
In pochi secondi è possibile attraversare distanze di migliaia di anni luce.
Fantascienza pura.
Eppure il concetto fisico dal quale trae ispirazione non nasce dalla televisione.
I cosiddetti ponti di Einstein-Rosen appartengono alla fisica teorica fin dagli anni Trenta del Novecento.
Einstein e Nathan Rosen descrissero nel 1935 una particolare struttura matematica associata alle equazioni della relatività generale.
Successivamente la fisica teorica ha continuato a interrogarsi sulla possibile esistenza dei wormhole e soprattutto sulla questione più difficile:
potrebbero essere attraversabili?
Ed è qui che fantascienza e ricerca scientifica sembrano avvicinarsi in modo quasi surreale.
Nel 2022 un gruppo di ricercatori di Caltech, Harvard, Fermilab, MIT e Google ha pubblicato su Nature un lavoro intitolato “Traversable wormhole dynamics on a quantum processor”.
L’esperimento è stato realizzato utilizzando il processore quantistico Sycamore di Google.
Bisogna chiarire immediatamente un punto fondamentale.
Gli scienziati non hanno creato un vero wormhole nello spazio.
Non è stata aperta una porta verso un’altra galassia.
Non è stato perforato lo spazio-tempo.
L’esperimento ha utilizzato nove qubit per realizzare un particolare sistema quantistico nel quale le dinamiche osservate erano coerenti con quelle previste, nel modello teorico utilizzato, per un wormhole attraversabile.
Caltech lo spiega esplicitamente: nessuna vera frattura dello spazio-tempo è stata creata nel processore. È stato realizzato un sistema quantistico che permette di studiare sperimentalmente alcune proprietà matematiche associate alla fisica dei wormhole.
Ed è comunque straordinario.
Perché significa che una parola che per milioni di persone era legata soprattutto a Stargate, Star Trek o alla fantascienza è oggi presente nel titolo di una ricerca pubblicata su una delle più importanti riviste scientifiche del mondo.
Naturalmente siamo infinitamente lontani dal costruire un portale capace di trasportare esseri umani verso un’altra galassia.
Potremmo anche scoprire che un simile dispositivo è fisicamente impossibile.
Ma ciò che colpisce è il percorso.
Prima un’equazione.
Poi una teoria.
Poi la fantascienza che immagina una tecnologia.
Infine un esperimento quantistico che permette di studiare in laboratorio alcuni aspetti matematici della stessa idea.
Ed è difficile, osservando questo percorso, non porsi una domanda:
quanto è incredibile che idee immaginate decenni fa finiscano progressivamente per entrare nel territorio della ricerca reale?
Esiste però una spiegazione molto interessante.
Probabilmente la fantascienza non possiede alcuna capacità profetica.
Fa qualcosa di diverso.
Prende le conoscenze scientifiche disponibili in un determinato momento e prova a portarle cento anni avanti.
Lo scrittore immagina.
Lo sceneggiatore costruisce un mondo.
Il bambino guarda quel film.
Trent’anni dopo quel bambino è diventato un fisico, un ingegnere, un informatico.
E magari prova davvero a costruire qualcosa che gli era stato mostrato come impossibile.
È possibile quindi che esista un circuito straordinario:
la scienza ispira la fantascienza.
La fantascienza ispira una generazione.
Quella generazione diventa scienziata e prova a trasformare l’immaginazione in tecnologia.
In questo senso la fantascienza non anticipa necessariamente il futuro.
A volte contribuisce a crearlo.
Immaginiamo per un momento di portare uno smartphone nel 1900.
Uno scienziato dell’epoca vedrebbe un piccolo oggetto senza fili capace di mostrare immagini in movimento provenienti dall’altra parte del pianeta.
Potrebbe parlare in diretta con una persona a New York.
Localizzare la propria posizione utilizzando satelliti.
Accedere a milioni di libri.
Tradurre istantaneamente una lingua.
Riconoscere un volto.
Conversare con un’intelligenza artificiale.
Per quell’uomo molti di questi fenomeni apparirebbero probabilmente vicini alla magia.
Non perché violino le leggi della fisica.
Ma perché per realizzarli servono decine di scoperte successive che nel 1900 ancora non esistevano.
Transistor.
Microprocessori.
Semiconduttori avanzati.
Laser.
Satelliti.
Internet.
GPS.
Display.
Reti cellulari.
Algoritmi di intelligenza artificiale.
È precisamente questo che dovrebbe renderci prudenti quando utilizziamo la parola impossibile.
Ed eccoci nuovamente agli UAP.
Immaginiamo per un momento che esista realmente una civiltà tecnologicamente più avanzata della nostra.
Non di dieci anni.
Non di cinquanta.
Di mille anni.
O centomila.
Quale sarebbe la differenza tecnologica?
Pensiamo alla distanza che separa noi dall’Europa dell’anno Mille.
Allora non esistevano elettricità, motori, telecomunicazioni, antibiotici, aerei, satelliti, computer o fisica quantistica.
Sono trascorsi soltanto mille anni.
Che cosa potrebbe conoscere una civiltà che studia fisica da centomila anni?
Non lo sappiamo.
Potrebbe anche esistere un limite invalicabile imposto dalle leggi della natura.
La velocità della luce potrebbe rendere impraticabili determinate forme di viaggio interstellare.
I wormhole potrebbero risultare impossibili da stabilizzare.
Molte tecnologie immaginate dalla fantascienza potrebbero non essere realizzabili.
Ma il punto è un altro.
Non possiamo utilizzare automaticamente il livello tecnologico dell’umanità del 2026 come metro definitivo di ciò che può esistere nell’universo.
Se un giorno venisse documentato inequivocabilmente un oggetto capace di compiere qualcosa che la nostra tecnologia non riesce a fare, la prima conclusione scientifica dovrebbe essere estremamente semplice:
non sappiamo come funziona.
Non:
“sono alieni”.
Ma neppure:
“è impossibile, quindi non può essere vero”.
Perché forse uno degli errori più grandi che possiamo commettere è confondere due frasi completamente diverse:
“non sappiamo farlo”
e
“non può essere fatto”.
È qui che inevitabilmente torniamo ai reperti archeologici, ai testi antichi, ai miti e alle tradizioni.
Non per dichiarare che le piramidi siano state costruite dagli extraterrestri.
Non per trasformare ogni rappresentazione religiosa in un astronauta.
Sarebbe l’errore opposto.
Ma per domandarci se siamo certi di avere interpretato correttamente tutto ciò che le civiltà antiche hanno provato a raccontare.
Un uomo vissuto tremila anni fa avrebbe interpretato una tecnologia avanzata attraverso il proprio sistema culturale.
Un oggetto luminoso sarebbe potuto diventare un carro celeste.
Un essere proveniente dal cielo sarebbe potuto diventare una divinità.
Un dispositivo tecnologico sarebbe potuto diventare un oggetto magico.
Ancora una volta:
non è una prova.
Ma è una domanda.
E forse oggi abbiamo finalmente raggiunto la maturità scientifica necessaria per porre determinate domande senza essere obbligati a trasformarle immediatamente in verità o in ridicolo.
Alla fine la trasformazione più importante potrebbe non riguardare affatto la possibilità che qualcuno ci abbia visitato.
Riguarda il nostro modo di pensare.
Per anni abbiamo immaginato che esistessero soltanto due possibilità.
Credere agli UFO.
Oppure ridere degli UFO.
Oggi sta emergendo una terza possibilità.
Studiare.
Raccogliere dati.
Utilizzare strumenti migliori.
Confrontare osservazioni.
Eliminare gli errori.
Spiegare ciò che possiamo spiegare.
E conservare nell’elenco delle domande ciò che ancora non comprendiamo.
È precisamente ciò che la scienza dovrebbe fare.
L’umanità ha una straordinaria capacità di considerare definitivo il proprio livello di conoscenza.
Ogni epoca pensa di essere arrivata quasi alla fine.
Poi scopriamo un altro continente.
Un altro pianeta.
I batteri.
Le onde radio.
La relatività.
La meccanica quantistica.
L’espansione dell’universo.
Miliardi di galassie.
Pianeti che orbitano intorno ad altre stelle.
Buchi neri.
Onde gravitazionali.
Computer quantistici.
E improvvisamente il confine della realtà si sposta nuovamente.
Forse accadrà anche con gli UAP.
Forse scopriremo che praticamente tutto possiede spiegazioni assolutamente convenzionali.
Potrebbe essere.
Forse scopriremo fenomeni atmosferici che oggi non conosciamo.
Forse tecnologie militari estremamente avanzate.
Oppure potrebbe esistere una piccolissima percentuale di casi destinata a cambiare completamente la nostra percezione del posto dell’uomo nell’universo.
Oggi nessuno può dirlo seriamente.
Ed è proprio per questo che dovremmo continuare a studiare.
Perché la domanda più importante non è:
“Credete agli UFO?”
È una domanda molto più grande.
Quanto conosciamo realmente dell’universo nel quale viviamo?
E soprattutto:
quanto di ciò che oggi consideriamo impossibile lo sarà ancora tra cento, mille o diecimila anni?
La fantascienza ci ha mostrato mondi impossibili.
La scienza, lentamente, ne ha trasformato alcuni in realtà.
Sugli UAP potrebbe accadere qualcosa di simile oppure potremmo semplicemente scoprire spiegazioni molto più terrestri.
Ma per scoprirlo esiste una sola strada.
Osservare.
Misurare.
Verificare.
E soprattutto avere il coraggio intellettuale di pronunciare, quando necessario, le tre parole che hanno sempre fatto avanzare la conoscenza umana:
non lo sappiamo ancora.
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