

Nella foto, un elemento rappresentativo della vicenda.
Una straordinaria capacità di adattamento consente alla Posidonia oceanica di prosperare anche a 50 metri di profondità, dove la luce è ridotta al minimo e predominano quasi esclusivamente le radiazioni blu. A svelare il meccanismo che permette alla pianta simbolo del Mediterraneo di sopravvivere in condizioni estreme è uno studio italiano pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature Communications.
La ricerca è stata coordinata dalla Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli insieme all’Università di Verona, con la collaborazione del Consiglio Nazionale delle Ricerche e del Politecnico di Milano.
Secondo gli studiosi, la Posidonia ha sviluppato nel corso dell’evoluzione un apparato fotosintetico particolarmente efficiente, capace di catturare una quantità maggiore di luce rispetto alle piante terrestri e di trasferire più rapidamente l’energia luminosa al centro della fotosintesi.
«Ha sviluppato, nel corso dell’evoluzione, un sistema di cattura della luce più esteso rispetto a quello delle piante terrestri e, allo stesso tempo, accelerato il trasferimento dell’energia luminosa verso il centro di reazione della fotosintesi», spiegano i ricercatori.
Per ricostruire questo sofisticato meccanismo sono state integrate competenze di ecologia marina, fisiologia vegetale, biologia molecolare, fisica quantistica e analisi strutturale.
Le piante sono state campionate a diverse profondità nelle acque dell’isola di Ischia, nel Golfo di Napoli. Grazie alla crio-microscopia elettronica e alle analisi effettuate dai ricercatori, è stato possibile ottenere per la prima volta una ricostruzione tridimensionale del fotosistema I della Posidonia oceanica con risoluzione atomica.
Lo studio ha evidenziato che la pianta ha selezionato particolari configurazioni molecolari della clorofilla capaci di accelerare il trasferimento dell’energia luminosa, aumentando così l’efficienza della fotosintesi anche in ambienti caratterizzati da una scarsissima disponibilità di luce.
La scoperta non rappresenta soltanto un importante passo avanti nella comprensione dei meccanismi evolutivi delle piante marine, ma potrebbe avere ricadute concrete anche nel settore agricolo. Secondo gli autori dello studio, infatti, i risultati aprono nuove prospettive per la biologia sintetica applicata alle piante coltivate, una tecnologia recentemente approvata dal Parlamento europeo.
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