Sarno, il giorno in cui la montagna ha smesso di far paura: i bambini trasformano il 5 Maggio in rinascita

A Sarno il tempo non scorre in modo lineare. Ci sono giorni in cui sembra fermarsi, altri in cui accelera, spinto da una necessità quasi urgente: quella di dare senso a ciò che è stato. Il 5 maggio appartiene a entrambe le dimensioni. È una soglia. Un punto in cui il passato torna presente, ma senza chiedere solo silenzio. Perché qui il silenzio, da solo, non basta più.

C’è stato un tempo in cui il racconto era fatto solo di assenza, di nomi sussurrati, di ferite troppo grandi per essere spiegate. Ma oggi Sarno è qualcosa di diverso da un luogo che ricorda: è un luogo che rielabora, che trasforma, che si interroga continuamente su come convivere con la propria storia senza restarne prigioniero.
La montagna, che un tempo è stata percepita solo come paura, è tornata lentamente a essere presenza. Non innocua, non dimenticata, ma finalmente compresa dentro un rapporto più complesso: fatto di rispetto, di attenzione, di responsabilità.

E proprio da questo nuovo sguardo nasce una delle immagini più sorprendenti di questi giorni.
Non un convegno. Non una cerimonia ufficiale. Ma un sipario che si apre.
Oggi 6 maggio, a Episcopio, sono stati i bambini a prendere in mano la memoria e a farne qualcosa di diverso. Gli alunni della IV A dell’Istituto Comprensivo “Antonio Esposito” hanno portato in scena “Il risveglio di Saro, il gigante della montagna”.

Il titolo potrebbe sembrare una favola. In realtà è molto di più.
Perché Saro non è solo un gigante. È un modo nuovo di guardare alla montagna: non più solo come ciò che ha tolto, ma come ciò che può essere compreso, raccontato, persino immaginato in modo diverso. È una figura che nasce dalla fantasia, ma affonda le radici nella memoria collettiva.
E il fatto che a dargli voce siano dei bambini cambia tutto.

Non c’è retorica nei loro gesti. Non c’è peso nelle loro parole. C’è, invece, una forma di verità semplice e disarmante: quella di chi eredita una storia senza averla vissuta e decide, comunque, di farsene carico. Ma a modo proprio. Attraverso il Teatro dei Pupi,un’arte antica, fatta di fili invisibili e movimenti pazienti ,questi bambini stanno facendo qualcosa di profondamente contemporaneo: stanno traducendo la memoria in linguaggio. La stanno rendendo accessibile, condivisibile, viva.

E forse è proprio qui che Sarno mostra il suo volto più autentico.
Non in ciò che è accaduto, ma in ciò che ha scelto di diventare dopo.
Una comunità che non cancella il dolore, ma lo attraversa. Che non si limita a commemorare, ma costruisce. Che non consegna il passato al silenzio, ma lo affida a nuove voci, anche quando sono piccole, inesperte, ancora incerte.

Perché è in quelle voci che si intravede qualcosa che va oltre la memoria: la possibilità concreta di una rinascita.
E allora il 5 maggio non è più solo il giorno in cui tutto si è fermato.È anche il giorno da cui, ogni anno, Sarno, ricomincia

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Pubblicato da
Sara Mareschi

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