L’ex pentito Misso: «Roberto Mazzarella ha ucciso una sola volta»

La corsa del boss Roberto Mazzarella è finita alla vigilia di Pasqua, tra i comfort di un resort di lusso a Vietri sul Mare. Mentre si apprestava a festeggiare con la sua famiglia, per il capoclan sono scattate le manette.

Un arresto eccellente, frutto di un’ordinanza cautelare firmata il 20 gennaio dell’anno scorso dal gip Nicola Marrone. Un provvedimento che affonda le sue radici in un passato di sangue e faide, svelando i retroscena di un delitto freddo e spietato: l’omicidio di Antonio Maione, trucidato nel dicembre del 2000 all’interno di una salumeria a San Giovanni a Teduccio.

A rompere il muro di omertà su quell’agguato, a sette anni di distanza, era stato il primo collaboratore di giustizia a puntare il dito contro gli autori materiali: Giuseppe Misso.

Le alleanze criminali e il ruolo di “Peppe” Misso

Nipote dello storico boss del Rione Sanità, Giuseppe Missi (noto come “‘o nasone”), il pentito assume un ruolo di vertice nel 2004. Uscito dal carcere, diventa uno dei reggenti dell’omonimo clan, storicamente alleato proprio dei Mazzarella.

Una ragnatela di connivenze e scambi di informazioni criminali che gli ha permesso di conoscere i segreti più inconfessabili delle cosche alleate e avversarie, scenari oggi cristallizzati in sentenze passate in giudicato. Nelle sue deposizioni del maggio 2007, Misso non ha dubbi e ridisegna la mappa del terrore della zona orientale.

“Una spietata vendetta trasversale”

Il movente dell’agguato a San Giovanni a Teduccio è tra i più classici e cruenti della camorra: la legge del taglione. Interrogato dai magistrati, Misso ricostruisce le responsabilità dell’ex alleato con parole inequivocabili:

“L’unico fatto di sangue di cui Roberto Mazzarella si è reso autore personalmente, insieme a Clemente Amodio, è l’omicidio del fratello di Ivan Maione”, mette a verbale il pentito. “Si trattò di una vendetta trasversale, giacché Ivan Maione aveva ucciso, insieme a Ciro Rinaldi, Salvatore Mazzarella, padre di Roberto”.

Ma come faceva il reggente della Sanità a conoscere i dettagli così intimi di un omicidio consumato mentre lui si trovava dietro le sbarre? È lo stesso collaboratore a spiegarne i contorni ai magistrati:

“Questo omicidio è stato commesso a San Giovanni, allorché io mi trovavo in carcere. Come ho già spiegato, quando sono uscito nel 2004 sono stato ragguagliato nel dettaglio di tutte le dinamiche criminali dei nostri alleati e dei nostri avversari. Avevo infatti la necessità di avere informazioni aggiornate giacché avrei occupato nuovamente la mia posizione apicale, subordinata solo a mio zio Giuseppe. Ne parlai con mio cugino Michelangelo Mazza, con Edoardo Bove e con mio fratello Emiliano Zapata”.

Le confidenze nel carcere di Secondigliano

A chiudere il cerchio accusatorio c’è un ulteriore dettaglio, un inquietante retroscena emerso nel successivo interrogatorio dell’agosto 2007. Misso racconta di aver appreso della genesi originaria della faida direttamente dalla voce di uno dei protagonisti, il killer del capostipite dei Mazzarella, durante un periodo di detenzione comune.

“Fu proprio Ivan Maione, durante un periodo di comune detenzione a Secondigliano, a raccontarmi i fatti”, spiega Misso ai pm. “Mi disse che Ciro Rinaldi, detto ‘My Way’, rimproverava sempre ai fratelli di non aver assunto alcuna iniziativa dopo l’omicidio di Antonio Rinaldi. Così, quasi a voler dimostrare come ci si dovesse invece comportare, Rinaldi prese l’iniziativa, portò con sé Ivan Maione e uccisero Salvatore Mazzarella”.

Una catena di sangue inarrestabile, un botta e risposta a colpi di piombo che porterà alla ritorsione fatale: “Ciò, d’altra parte, spiega il motivo per cui Roberto Mazzarella, insieme a Clemente Amodio, ucciderà poi per rappresaglia il fratello di Ivan Maione”, conclude il collaboratore.

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Pubblicato da
Giuseppe Del Gaudio

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