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LE INTERCETTAZIONI

Camorra, Giovanni Raia: «Mo’ che esco muore», la condanna a morte per Carmine Pandolfi detto Braciola

Il clan Raia emerge come un’organizzazione pienamente inserita nelle logiche criminali dell’area nord di Napoli, capace di dialogare con altri gruppi, di riconoscere gerarchie, di rispettare – e far rispettare – regole ferree.
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L’ordinanza cautelare che la scorsa settimana ha portato a 15 arresti tra Scampia e l’area nord di Napoli, colpendo il clan Raia della Chalet Bakù, è molto più di un provvedimento giudiziario. È una radiografia cruda della camorra che resiste, ancorata a codici arcaici, all’ossessione per il rispetto, alla violenza come risposta a ogni offesa personale.

Le intercettazioni ambientali e telefoniche inchiodano i vertici del sodalizio a una logica mafiosa pura, dove il sangue resta una moneta spendibile e l’omicidio non è mai un tabù, ma solo una questione di autorizzazioni e tempi.

Al centro dell’inchiesta emerge una vicenda che, da sola, racconta la natura del clan: la decisione di uccidere due affiliati “colpevoli” di aver violato una delle regole più sacre della camorra.

“Mo’ che esco muore”: la condanna a morte di Braciola

Il nome è quello di Carmine Pandolfi, detto Braciola, uomo del clan, già condannato a sei anni per estorsione aggravata dal metodo mafioso. Il suo “errore” non è investigativo né criminale: una relazione sentimentale con l’ex fidanzata di Salvatore Russo, detto Totore, figlio di Giovanni Raia, storico boss del gruppo.

Un affronto che, nelle conversazioni intercettate, assume i contorni di una sentenza capitale.

Giovanni Raia non usa giri di parole. Accusa il fratello Francesco di non aver già sistemato la questione:«Si è messo vicino all’ex ragazza di questo… e manco l’hai ucciso». Poi scandisce la sua decisione, irrevocabile, legata anche al momento della sua imminente scarcerazione: «Mo’ che esco, muore».

La minaccia non riguarda solo Braciola, ma anche il fratello Antonio Pandolfi, detto ’o russo. Per Giovanni Raia non c’è distinzione: l’onta va cancellata per intero.

“Ha fatto i reati per noi”: il conflitto interno al clan.

A provare a frenare l’escalation è Francesco Raia, che richiama una regola non scritta ma fondamentale: Carmine Pandolfi è uno di loro. «Ha fatto i reati per noi».

Francesco ricorda al fratello che Braciola ha sparato per il clan, che si è esposto, che ha dimostrato fedeltà armata. Ma Giovanni Raia è irremovibile. La sua risposta è un manifesto della camorra più tradizionale:«Senza rispetto a casa mia… deve portare rispetto questo scornacchiato».

E poi, con un crescendo che mescola vendetta privata e ritualità mafiosa:«Io lo uccido proprio… forse non ti è chiaro sul lutto di papà… mi devo mangiare le ossa di mio padre… lui e il fratello se ne devono andare… se ne vanno all’aria al cardone».

Parole che non lasciano spazio a mediazioni: l’offesa familiare diventa questione di sangue.

Il “passaggio”: l’omicidio non si fa senza permesso

Ma anche nella violenza, la camorra segue procedure. È Francesco Raia a ricordarlo, quando Giovanni insiste sulla sua volontà omicida: Giovanni: «Tu dici che non lo faccio?»
Francesco: «Non lo puoi fare… fratello… perché tu per muovere questa cosa… mo’ te lo dico un’altra volta…».

Il riferimento è chiaro: per ammazzare qualcuno nel rione serve il placet dei vertici, il cosiddetto passaggio. Giovanni replica rivendicando la sua autorità: «Faccio il passaggio… il passaggio si fa a modo mio».

E aggiunge, con tono di chi rivendica una storia criminale superiore a ogni obiezione: «Io ho avuto a che fare con chi stava avanti… con chi stava dietro… con chi in mezzo… con chi di lato…».

Francesco prova a riportare il discorso sul presente, su una camorra che è cambiata: «Guagliò, i tempi sono cambiati… oggi si fa: porta i soldi e stammi bene e non portare guai».

È una frase chiave, quasi una sintesi sociologica: la nuova camorra vuole guadagnare, non sparare. Ma Giovanni Raia resta ancorato a un altro mondo.

Vecchia scuola contro nuova camorra

Questo contrasto attraversa tutta l’ordinanza. Da una parte Francesco Raia, più pragmatico, consapevole che ogni omicidio attira attenzione, indagini, carcere. Dall’altra Giovanni, inchiodato ai codici dell’onore, del rispetto, della punizione esemplare.

Lo scontro emerge anche quando i due parlano degli equilibri con i clan storici dell’area nord, dagli Amato-Pagano agli Abbinante.

Giovanni rivendica la sua capacità di sedersi ai tavoli giusti: «Io mi vado a sedere a Melito, a Mugnano… ti faccio vedere come parlo io… loro non possono dire Giovanni… non possono dire niente».

E aggiunge, con una minaccia neanche troppo velata: «Li riempio di benzina io».

Donne, detenuti e la regola inviolabile

Nelle intercettazioni riaffiora una delle leggi più ferree della camorra: non ci si mette con la donna di un detenuto. È Francesco a ricordarlo: «Chi ha fatto la cosa più grave di tutti quanti?» Giovanni: «L’ha fatta Totore». Francesco: «Si è messo vicino alla moglie di un detenuto».

È lo stesso schema che torna nel caso Pandolfi-Russo. Per Giovanni Raia, l’offesa non è solo sentimentale: è una violazione dell’ordine criminale, un gesto che mina l’intero sistema di regole.

“Quando esci uccidi tutti”: la spirale della vendetta

Francesco arriva persino a rimproverare il fratello per la sua visione distruttiva: «Allora ora che esci tu uccidi a tutti quelli dal Monte Rosa a tutta Miano». Ma Giovanni si giustifica: qui il dolore è personale, profondo. Antonio Pandolfi era uno di casa:«Dormiva nel letto con me».

Per spiegarsi, usa un esempio interno al clan, evocando l’ipotesi che un uomo fidato potesse scrivere alla moglie di un detenuto: un tradimento intollerabile, che giustifica tutto.

Nel finale della conversazione emergono anche i temi classici del dominio territoriale. Francesco descrive la regola:«Se un tuo amico fa una tarantella nella zona tua… io devo venire da te e ti devo bussare».

Poi elenca le violazioni: estorsioni, spaccio, ritorni armati. È la dimostrazione che il clan Raia non è un gruppo residuale, ma una struttura che controlla, autorizza, punisce.

Una camorra che non vuole morire

L’inchiesta sulla Chalet Bakù racconta un clan che vive in bilico tra due epoche. Da un lato il pragmatismo economico, dall’altro la violenza rituale, il sangue come risposta all’onta.

Giovanni Raia incarna la camorra dell’onore e della vendetta, Francesco quella che prova ad adattarsi ai tempi. Ma è la prima a dettare ancora legge nelle conversazioni intercettate.

Ed è proprio questa persistenza della mentalità mafiosa, più ancora delle singole minacce, a rendere l’ordinanza un documento di straordinario valore investigativo: perché dimostra che, a Scampia e nell’area nord, la camorra non ha dimenticato come si uccide. E, soprattutto, quando e perché farlo.

(nella foto Francesco Raia, Giovanni Raia, Carmine Pandolfi e Antonio Pandolfi)

Questa storia fa parte della serie: Clan Raia
Ogni settimana pubblichiamo un nuovo episodio dedicato a luoghi, memorie, suoni, tradizioni e cambiamenti della Campania.
@RIPRODUZIONE RISERVATA
Fonte REDAZIONE
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