Milano– Nell’aula bunker del carcere di Opera ieri sera è stata necessaria oltre un’ora per leggere il dispositivo che segna uno spartiacque nella storia giudiziaria milanese.
Il Gup Emanuele Mancini ha sostanzialmente validato l’impianto accusatorio dell’inchiesta “Hydra”, riconoscendo l’esistenza di quella che i magistrati della Dda definiscono una “alleanza strutturale” tra le diverse anime del crimine organizzato operante al Nord.
La fine dell’era dei “compartimenti stagni”
Dal punto di vista della cronaca giudiziaria, la sentenza non è solo una conta di anni di carcere, ma una validazione sociologica e giuridica. Il giudice ha accolto la tesi dei pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane: in Lombardia, le mafie non si limitano più a una pacifica convivenza o a sporadici scambi di favori.
Si sono evolute in un “sistema mafioso lombardo”, una sorta di consorzio criminale dove ‘ndrangheta, Cosa Nostra e camorra mettono a fattore comune risorse, contatti e potere intimidatorio per massimizzare il profitto.
Questo verdetto arriva dopo un iter travagliato: nell’ottobre 2023, il Gip Tommaso Perna aveva rigettato gran parte delle misure cautelari, dubitando proprio della tenuta giuridica di questa “super-mafia”. La decisione di ieri sera invece, confortata dai precedenti passaggi in Riesame e Cassazione, ribalta quella prospettiva iniziale, blindando il teorema della Procura guidata da Marcello Viola.
Il verdetto: pene esemplari e nomi eccellenti
Il rito abbreviato si chiude con 62 condanne, 18 assoluzioni e 9 patteggiamenti. Le pene inflitte descrivono la gerarchia di questa confederazione:
Il vertice: La condanna più pesante, 16 anni di reclusione, è stata inflitta a Massimo Rosi, figura di spicco della ‘ndrangheta, ritenuto uno dei motori dell’alleanza.
L’asse siciliano: Pene durissime per gli esponenti del mandamento trapanese: Bernardo Pace (14 anni e 4 mesi), Michele Pace (12 anni) e Domenico Pace (11 anni e 4 mesi).
I colletti bianchi e i broker: Spiccano le condanne a Filippo Crea (14 anni) e Giuseppe Fidanzati (14 anni), quest’ultimo figlio dello storico boss palermitano e cerniera tra i diversi mondi criminali.
La componente campana: Pietro Mazzotta, legato al gruppo Senese, è stato condannato a 13 anni.
I “Referenti” di Messina Denaro
Se 62 imputati hanno scelto la via dello sconto di pena, altri 45 affronteranno il dibattimento che inizierà il prossimo 19 marzo davanti all’ottava sezione penale del Tribunale di Milano.
Tra i nomi che finiranno alla sbarra spicca Paolo Aurelio Errante Parrino, figura chiave dell’inchiesta. Considerato il referente in terra lombarda dell’ex primula rossa Matteo Messina Denaro (nonché suo parente), Parrino rappresenta, secondo l’accusa, il legame diretto tra la “mafia stragista” siciliana e il nuovo modello imprenditoriale milanese. Insieme a lui, andrà a processo anche Gioacchino Amico, ritenuto braccio operativo per conto del clan Senese.
Una “Idra” dalle molte teste
L’inchiesta, condotta dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri, ha beneficiato anche del contributo di recenti collaboratori di giustizia, le cui dichiarazioni hanno permesso di mappare gli investimenti del cartello: dall’edilizia alla logistica, passando per il narcotraffico e il riciclaggio su vasta scala.
Il riconoscimento dell’associazione mafiosa unitaria per componenti di estrazioni diverse è l’elemento che preoccupa maggiormente gli inquirenti: una “holding del crimine” capace di infiltrare il tessuto economico legale con una potenza d’urto senza precedenti.
Il dato tecnico: Su 145 posizioni complessive, il filtro dell’udienza preliminare ha portato a 11 proscioglimenti, segno di un vaglio rigoroso da parte del Gup Mancini su una mole documentale imponente.
Nell’inchiesta “Hydra”, la componente campana non è una comparsa, ma uno dei tre pilastri fondamentali di quello che i magistrati della DDA di Milano definiscono il “Consorzio” o “Sistema mafioso lombardo”.
A differenza delle tradizionali infiltrazioni, qui la camorra non agisce in autonomia, ma si “consorzia” con la ‘ndrangheta e Cosa Nostra per gestire il business nel Nord Italia, riducendo i conflitti e massimizzando i profitti legati all’economia legale e illegale.




L’articolo è molto interessante e fornisce un’analisi dettagliata delle dinamiche criminali in Lombardia. Tuttavia, mi chiedo come questi sviluppi influenzeranno la sicurezza della regione e quali misure verranno adottate per contrastare questa alleanza mafiosa.