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Mafia, ecco lo statuto scritto dei padrini costituenti

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Esiste uno statuto di Cosa nostra scritto dai “padri costituenti”, i vecchi padrini mafiosi, dove per “democrazia” gli affiliati “sono la stessa cosa”.

E queste norme sarebbero ancora rispettate e ne viene imposta l’osservanza agli affiliati. Questi principi mafiosi più arcaici sono considerati, ancora oggi, il baluardo dell’esistenza stessa della Mafia.

Alzano il velo sui segreti più nascosti delle cosche palermitane i carabinieri del nucleo investigativo del reparto operativo del comando provinciale di Palermo che con un blitz, dopo un’inchiesta che si è avvalsa “delle più sofisticate tecnologie di captazione”, hanno sgominato la famiglia mafiosa di Rocca Mezzomonreale, retta dal clan Badagliacca, inquadrata nel mandamento palermitano di Pagliarelli, arrestando sette mafiosi (due ai domiciliari) tra cui uomini d’onore riservati e sventando pure l’omicidio di un architetto che avrebbe sbagliato pratiche di sanatorie edilizia mancando di rispetto al boss

. In cella sono finiti Pietro Badagliacca, già condannato a 14 anni per Mafia e poi scarcerato, il figlio Angelo e suo nipote Gioacchino (anche loro già condannati per Mafia), Marco Zappulla e Pasquale Saitta. Ai domiciliari sono andati gli ultrasettantenni Michele Saitta e Antonino Anello.

La cosca, dicono i carabinieri, in passato è stata protagonista di “episodi rilevantissimi per la vita dell’associazione mafiosa, quali, ad esempio, la gestione operativa della trasferta a Marsiglia del capomafia corleonese deceduto Bernardo Provenzano per sottoporsi a cure mediche o la gestione dei contatti con il boss trapanese Matteo Messina Denaro”.

Gli investigatori, coordinati dai sostituti Federica La Chioma e Dario Scaletta, sono riusciti ad ascoltare ciò che i mafiosi dicevano e decidevano durante una riunione super segreta, nel settembre 2022, in una casa nelle campagne di Butera (Caltanissetta) scoprendo il dissidio tra Pietro Badagliacca e il nipote Gioacchino che è culminato in “un vero e proprio processo nella riunione nissena con i fratelli Saitta come arbitri”.

Pace tra i due suggellata dalla promessa di Pietro di uccidere l’architetto che aveva “mancato di rispetto” al nipote Gioacchino. In quelle conversazioni registrate definite dal gip Lirio Conti “di estrema rarità nell’esperienza giudiziaria”, è stato fatto più volte il richiamo all’esistenza di un “codice mafioso scritto”, custodito gelosamente da decenni e che regola, ancora oggi, la vita di cosa nostra palermitana.

E anche gli usi e costumi della Mafia rimangono quelli antichi anche se le reazioni delle vittime oggi spesso sono mutate come nel caso dell’imprenditore edile che ha denunciato dopo aver ricevuto una bambola con un proiettile conficcato nella testa e “impiccata” alla porta d’ingresso della villetta.

L’obiettivo era quello di costringere la vittima a rivolgersi alla famiglia della zona per la “messa a posto”, garantendo una percentuale dell’appalto. Gioacchino Badagliacca ha appeso la bambola al cancello e si è lamentato di averlo fatto da solo.

Al telefono parlando con Antonino Anello dice: “Zio Ninì, io, sono uscito la notte io! Anche questa cosa, cioè, si doveva andare a fare la bambola. A metterci un segnale per farli venire perché avevano preso impegni in questi due anni che io sono stato lì dentro”.

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